Continua da Supereroi e società, parte III.

 

Nel 1941, nonostante uomini e donne fossero uguali davanti alla legge americana (stessa cosa valeva, ovviamente, per i cittadini di colore), l’applicazione pratica di questa legge risultava molto lontana dal dirsi effettiva.

Tralasciando le ovvie discriminazioni in ambito lavorativo e famigliare (la famiglia occidentale, fondata sul concetto religioso cristiano di “famiglia”, era una scala gerarchica che vedeva al suo apice il padre, dicesi sistema patriarcale), le donne subivano strette restrizioni fin da bambine sul proprio abbigliamento.

Nessuna all’epoca si sarebbe mai anche solo sognata di andare in giro in costume attillato, che mettesse in risalto seni e fondoschiena (per nulla diverso dai comunissimi costumi interi che possiamo ammirare sulle spiagge da diversi anni a questa parte). Eppure William Moulton Marston non ebbe problemi a creare un personaggio dei fumetti che vestiva in modo palesemente “immorale” per l’America (e non solo) del tempo: Wonder woman.

 

Considerato un teorizzatore del femminismo, Marston affermava che “il miglior modo per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino di una donna brava e bella”.

D’altronde, la Dc Comics non era nuova a personaggi femminili: era nata nello stesso periodo la ladra in costume attillato nota come Catwoman, originariamente un comprimario, per giunta dalla parte dei cattivi, in seguito elevata a vera e propria rivale di Batman, fino a diventare una buona e, infine, l’amante del Cavaliere oscuro.

 

La prima supereroina della storia del fumetto divenne presto un simbolo del femminismo e, durante gli anni sessanta, la sua figura ispirò la rivoluzione femminista in ogni settore: le donne non dovevano essere considerate inferiori agli uomini per nessun motivo, ma soprattutto ottennero il “diritto” ad adottare un abbigliamento molto più provocante. È proprio in questo periodo che si diffondono i primi costumi da bagno in due pezzi (con un design decisamente sexy) e la celebre minigonna.

Se Wonder woman è stato il simbolo e la precorritrice della rivoluzione femminista, non si può negare abbia avuto delle “figlie”.

 

Dalla fine degli anni cinquanta, infatti, le case editrici di fumetti danno vita a nuovi personaggi femminili destinati a diventare delle vere e proprie controparti del gentil sesso dei supereroi: Supergirl, Batgirl, Jean Grey degli X-Men, fino alle più recenti Tempesta degli X-Men, She Hulk e Donna ragno, solo per citarne alcune.

Va però segnalato che di queste solo Jean Grey e (in parte) Tempesta hanno rappresentato personaggi di un certo spessore nelle serie in cui sono apparse (contesa tra i due leader carismatici degli X-Men, Ciclope e Wolverine, Jean Grey rappresenta il personaggio più forte dell’intero gruppo del professor Xavier, la sua successiva conversione al male e rinascita come Fenice darà vita ad uno dei nemici più devastanti che l’universo Marvel abbia mai affrontato).

 

Risale al 1964 anche la versione femminile dei supercattivi da guerra fredda tanto cari agli autori di Capitan America, la Vedova nera, assassina del Kgb che diventerà, nel corso degli anni, un nemico di discreto valore.

Ma tra le nuove leve delle super eroine made in Usa, la migliore è senza dubbio la Donna invisibile, compagna e in seguito moglie del leader dei Fantastici quattro, Mister Fantastic alias Reed Richards. Nonostante i suoi poteri originali (diventare invisibile) non fossero nemmeno minimamente paragonabili alle utilissime capacità degli altri membri del gruppo (superforza e resistenza de La cosa, totale elasticità di Mister Fantastic, controllo assoluto del fuoco della Torcia umana), presto Lee e Kirby la dotarono del potere di creare campi di forza e barriere protettive.

Come si può ben capire, queste ragazze non hanno nulla a che spartire con l’eterno mito della fanciulla in pericolo, splendidamente interpretato dalla Mary Jane di Spiderman.

 

Gli anni settanta portano una ventata di novità e coraggio, dando la possibilità al giovane sceneggiatore/disegnatore Marvel Frank Miller, messo a capo della testata Daredevil, di creare la figura più geniale del fumetto al femminile, la prima vera "badgirl" che si ricordi: Elektra.

Assassina ninja innamorata del protagonista Matt Murdock, arriverà a sconfiggere lo stesso Devil, credendolo colpevole dell’omicidio del padre, prima di scoprire la sua reale identità. Finirà uccisa qualche pagina dopo dal folle killer Bullseye.

Il clamore sorto attorno ad Elektra, lunga e fluente chioma mora, pelle liscia e abbronzata, fisico statuario, movenze agili e precise, costume conturbante, fece sì che Miller la resuscitasse (vedi Elektra vive!), consentendo alla Marvel di dedicarle una serie tutta sua.

La particolare attenzione che Miller dedicò alla sua creatura, la stessa con la quale aveva ridelineato Devil, fece sì che per la prima volta - davvero - le supereroine potessero essere in pari con i colleghi maschi.

Elektra è tutt’altro che un personaggio positivo, ma nonostante ciò è protagonista di una serie Marvel, oltre ad essere (con Catwoman, riportata in auge dalla sexy interprete del serial televisivo anni sessanta Batman) uno dei sogni erotici dei giovani adolescenti americani.

Lei, Catwoman…e Vampirella.

 

Ispirata al personaggio Barbarella, creata da Jean Claude Forest nel 1962, Vampirella è senza ombra di dubbio l’eroina meno vestita della Storia - e sottolineo la “s” maiuscola.

Vampira aliena che si dedica a salvare la razza umana uccidendo i suoi simili, salirà alla ribalta della cronaca più per le sue generose e poco nascoste forme che per la genialità delle sue avventure (questo fino all’arrivo sulla sua testata del duo scozzese Grant Morrison - Mark Millar).

 

Queste sono le eroine nate dal femminismo, incredibilmente belle, incredibilmente forti e spietate (forse anche più dei maschietti) e incredibilmente sexy, perfettamente in linea con l’ideale di donna forte e provocante, sicura delle proprie capacità, sia intellettuali che fisiche, che dagli anni settanta in particolare si imporrà nella società.

Citando il giornalista Fabio Licari, se i supereroi maschili avevano appeal grazie ai loro muscoli e ai loro fisici scolpiti, le supereroine avrebbero dovuto avere appeal non per i muscoli sproporzionati (caratteristica senz’altro poco femminile), ma per la procacità delle loro forme.

 

Poi arrivarono gli anni ottanta, e il pentimento. Il pentimento di molte donne che scoprirono, nelle minigonne e nelle tutine aderenti, negli sguardi ammiccanti e nelle battute a doppio senso, non l’esaltazione ma la demonizzazione della donna, ridotta ad un puro oggetto di piacere.

Per nulla diverse dalle loro madri negli anni cinquanta, le nuove donne si differenziano solo per la disinibizione, una libertà di costumi non conquistata quanto “concessa” dagli uomini per poter meglio spiare i loro corpi. Troppo tardi, il danno era fatto.

 

Gli anni novanta segnarono l’evoluzione delle supereroine-supersexy che si erano viste fino lì, un'evoluzione che porta il giovane e prestigioso marchio della Image comics.

Nata proprio all’inizio dell’ultima decade da un gruppo di fumettisti ribelli (tra cui Jim Lee, Todd McFarlane e Mark Silvestri), emuli dei primi che si dissociarono nel 1986 dal duopolio Marvel-Dc e fondarono la Dark Horse (Frank Miller, Mike Mignola, Neil Gaiman), la Image comics lanciò sul mercato un’enorme quantità di nuovi personaggi, per lo più destinati ad un effimero successo.

Tra i fortunati, però, figurarono due serie che fecero la fortuna della nuova casa editrice: Tomb Raider e Witchblade.

La prima è tratta dal celebre videogioco sulle avventure dell’archeologa Lara Croft, evidente versione al femminile di Indiana Jones, le cui misure rappresentano una leggenda in tutti gli ambienti video ludici.

La seconda è la versione femminile dell’altra grande opera di successo di Mark Silvestri, Darkness: una poliziotta entra in contatto con una magica e antichissima arma, inutile dire che il suo costume costituisce in una sorta di armatura che si limita a coprire quel poco che basta per non incorrere in un’accusa di pornografia.

 

Parallelamente, la Dark Horse ottenne i diritti per trasformare in fumetto le avventure dell’eroina della serie tv Buffy: l’ammazzavampiri, altra badgirl fatta e finita, solo con un maggior numero di capi d’abbigliamento addosso.

È lo stesso periodo in cui in televisione il regista Sam Raimi lancià il serial Xena: la principessa guerriera, versione femminile di Hercules, da lui stesso prodotto, ispirata al personaggio di libri e fumetti Red Sonja, versione femminile di Conan il barbaro.

 

È abbastanza ovvia, nonostante ora parlare di diritti delle donne è quanto meno scontato, l’assoluta dipendenza delle eroine dagli eroi: ogni eroina, in realtà, non è altro che la versione femminile di un eroe maschile già esistente e famoso, inserita nel mondo del fumetto solo per coprire quelle che Adam Warren, nel suo Enpowered, chiama “quote fighetta”, una sorta di dovere editoriale verso il pubblico femminile (e anche quello maschile, che tra superbattaglie e botte da orbi può sempre rifarsi gli occhi su Wonder woman).

 

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