Supereroi e società, parte V
Scritto da Valerio Moggia Mercoledì 03 Febbraio 2010 20:09

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Ci sono due regole fondamentali per un comics di successo: l’eroe dev’essere l’esatto opposto del cattivo, l’eroe ed il cattivo devono avere origini legate.
Questi due semplici postulati sono alla base anche del più brillante film sui supereroi mai girato, Umbreckable di M. Night Shyamalan.
Fin troppo facile fare degli esempi, a partire da Lex Luthor, nemico giurato di Superman: l’Uomo d’acciaio è bello, muscoloso e generoso, Luthor è obeso, calvo e assolutamente egoista. Anche le loro origini sono legate, infatti la calvizie di Luthor è dovuta alle radiazioni dei meteoriti precipitati sulla Terra dopo l’esplosione del pianeta Krypton, la stessa pioggia meteoritica che portò il neonato Kal-El sul nostro pianeta.
Al personaggio di Lex Luthor, folle miliardario ossessionato dalla figura di Superman tanto da usare le sue forze economiche e criminali per essere eletto Presidente degli Stati Uniti (una sorta di Berlusconi d’oltre oceano), si è ispirata la Marvel per il suo Kigpin, miliardario e signore del crimine di New York che causa non pochi problemi a Spiderman come a Devil.
Magneto, capo della Confraternita dei mutanti malvagi, non è affatto diverso dai suoi avversari X-Men: è infatti pure lui un mutante, ed è l’esatto opposto del suo amico-nemico, il professor Xavier, anche se qui le differenze sono invertite: è infatti il “cattivo” Magneto ad avere le doti positive, mentre Xavier è costretto su una sedia a rotelle e non usa quasi mai i suoi poteri.
Green goblin è la nemesi dell’Uomo ragno, uno sgorbio malefico e quasi sempre muto, a differenza del giovane Parker, bello, simpatico e logorroico. Goblin non è altro che l’applicazione (con consueti effetti collaterali) delle radiazioni che hanno potenziato Peter Parker su Norman Osbourne, padre di Harry, il miglior amico di Peter, e proprietario del centro di sperimentazione dove avvenne il celebre incidente con ragno.
Senz’altro più arduo il discorso sul Dottor destino, il villain più tenebroso di tutto l’universo Marvel, ispiratore del malvagio Darth Vader della saga Star Wars. Victor Von Doom - questo il suo vero nome - non è la classica mente perversa che sogna di conquistare il mondo e diffondere il male per puro piacere personale, è un personaggio molto complesso: figlio di zingari, si trasferisce negli Stati Uniti per studiare tramite una borsa di studio, entrando in forte rivalità con Reed Richards, al quale contenderà l’amore della futura Donna invisibile, Susan Storm. Von Doom è un eterno perdente: sconfitto dalla vita, sconfitto in amore e nella vita lavorativa scientifica da Reed Richards, cercherà una rivalsa tramite un folle esperimento alchemico che lo sfigurerà completamente, ma che gli porterà in dono terrificanti poteri. Per cui possiamo dire che la sua origine è strettamente legata a quella del suo nemico.
A differenza del suo rivale Mister Fantastic, elastico come la gomma, il Dottor Destino è completamente rivestito d’acciaio, compreso il volto, coperto da una grossa maschera. Rappresenta lo stereotipo del signore del male, come testimonia il suo mantello con cappuccio che ricorda molto una tunica da stregone.
Grazie alla sua straordinaria intelligenza (e alle sue imprese criminali), però, Victor Von Doom riuscirà a mettere insieme una fortuna e, dopo l’ennesima sconfitta e l’esilio dagli Stati Uniti, farà ritorno nella sua remota Latveria, divenendone il sovrano. È facile immaginare quanto sia avanzata la democrazia di questa piccola nazione che, tramite i mezzi e le conoscenze del suo nuovo leader, finirà per diventare la sua immensa fortezza: dotata di sistemi difensivi e militari all’avanguardia e di un controllo della società pressoché totale, Latveria verrà trasformata in una versione in scala ridotta della Londra orwelliana di 1984.
L’origine del cattivo si perde nel tempo, fin dalla mitologia l’eroe ha sempre avuto bisogno di una nemesi, tutto ciò rappresenta anche una famosa legge fisica: ad ogni azione (o in questo caso forza) corrisponde una reazione (un’altra forza) uguale e contraria.
Ma analizzando la filosofia dei supereroi emerge una particolarità: i supercattivi più forti e conosciuti sono tutti miliardari. Un giudizio superficiale potrebbe far pensare ad influenze comuniste sui comics, cosa abbastanza curiosa in un paese come gli Stati Uniti, patria moderna del capitalismo.
In realtà il capitalismo è qualcos’altro, si basa sull’onestà del capitalista, che lavora, guadagna denaro che reinveste nei mezzi di produzione per ottenere altro denaro che a sua volta verrà reinvestito. Il vero e proprio eroe capitalista altri non è che Bruce Wayne, che mette i suoi soldi ed il suo potere al servizio della popolazione e della causa superiore della giustizia, trasformandosi in Batman.
Personaggi come Lex Luthor, Kingpin, Norman Osbourne o Victor Von Doom, che si sono arricchiti grazie alle loro attività criminali e che usano il proprio denaro per perpetrare il male, sono visti come traditori del capitalismo, disonesti che pensano unicamente a loro stessi.
Sebbene questa possa essere considerata con ragione filosofia spicciola, non bisogna dimenticarsi del campo d’azione alla quale viene applicata: i fumetti degli inizi, della cosiddetta età dell’oro, lontani dalla profondità di quelli nati e sviluppatisi dopo gli anni ottanta.
Un discorso a parte meritano i villains della serie Batman, anime dannate, menti profondamente disturbate da campionario delle malattie mentali, veri assassini psicopatici che hanno appassionato psicologi di ogni generazione, splendidamente raffigurati nella storia Arkham Asylum di Grant Morrison.
Il più celebre è senza dubbio il Joker, impazzito e sfigurato dopo un incidente in un impianto chimico causato proprio dall’intervento di Batman, assassino dalle curiose sembianze clownesche, che ha ispirato Pennywise, demoniaco protagonista del romanzo It di Stephen King, e Violator, nemico di Spawn. Nato come folle psicopatico dedito al furto e all’omicidio, è stato pian piano rielaborato fino a trasformarsi in un profeta del caos e teorico della follia. Autore di clamorose imprese criminali, tra cui l’omicidio del primo Robin, Jason Todd, e l’aggressione che costò una vita in sedia a rotelle per l’ex Batgirl Barbara Gordon, figlia del commissario della polizia di Gotham City.
Attraverso le storie The killing Joke di Alan Moore e L’uomo che ride di Ed Brubaker, possiamo approfondire le sue origini e la sua eccezionale, lucida follia: per il Joker – la cui vera identità è tutt’oggi sconosciuta - l’unica differenza tra bene e male è una giornata storta, la giornata storta in cui perdette la moglie incinta per un incidente, fu costretto a fare una rapina perché senza soldi e precipitò nel container di rifiuti chimici, non è per nulla diversa dalla giornata storta in cui il giovanissimo Bruce Wayne si vide uccidere i genitori davanti agli occhi.
Brian Azzarello, nel suo recente Joker, lo definisce "una malattia" che esiste dall'inizio del tempo, sulla scia del Joker di Heath Ledger e Christopher Nolan (vedi Il cavaliere oscuro), dove è "un uomo che vuole solamente veder bruciare il mondo".
Affetto da sdoppiamento di personalità (anche se per il Joker è ben evidente che la seconda personalità ha da tempo preso il completo sopravvento sulla prima) è anche Due facce, vero nome Harvey Dent, procuratore distrettuale di Gotham city sfregiato dall’acido durante il processo al boss della mafia Salvatore Maroni. In realtà quella fu solo la goccia che fece traboccare il vaso: la mente di Dent era già profondamente turbata dalle violenze subite nell’infanzia dal padre alcolista e dal forte stress dovuto agli oneri del suo ruolo.
Schizofrenico pure lo psichiatra Johnathan Crane, alias Spaventapasseri, devoto alla causa della cura dei malati mentali a tal punto da diventare uno di loro.
Non poteva mancare, infine, Oswald Chesterfield Cobblepot III, detto Pinguino, figlio deforme di una ricca e potente famiglia di Gotham e, per questo, ripudiato e abbandonato ancora in fasce. Il suo senso di rivalsa ed il suo odio per quel mondo ipocrita che lo aveva rifiutato lo portò a meditare a lungo sulla sua vendetta, fino a che non divenne il principe del crimine di Gotham, coronando il suo sogno di riprendersi ciò che era suo per diritto di nascita: il potere.
Come diceva Leo Ortolani nel suo RatMan, nei fumetti vengono sempre prima i buoni, gli eroi che nascono per far fronte alle mancanze della società, e poi vengono i cattivi, come ovvia risposta.
Nel film Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, Michael Caine ricorda al suo padrone di essere stato lui a varcare per primo il confine al quale nessuno fino ad allora aveva osato avvicinarsi: diventare un vigilante senza volto per poter affrontare la mafia che stritolava Gotham, per arrivare là dove la legge aveva dimostrato di non potere nulla. Pur di non perdere il proprio potere, i gangster della città non poterono fare altro che varcare a loro volta quel limite, e andare oltre ancora. La stessa cosa veniva accennata nel precedente film Batman begins, dove, nel finale, Gary Oldman parla dell’escalation della lotta tra legge e criminalità: “se noi avremo armi semiautomatiche loro avranno le automatiche, se noi avremo giubbotti in kevlar loro avranno armi che li bucano, poi ci sei tu, con la maschera ed il gusto per la teatralità”, prevedendo il caos causato dalla futura venuta del Joker.
Questa visione critica è fortemente influenzata, come tutti i fumetti dopo Watchmen, dalla concezione dei supereroi non più come una benedizione, ma come una maledizione.
Se la scelta di agire al di fuori della legge per fermare la criminalità può parere l’unica soluzione possibile, altrettanto si può dire della reazione della mafia, una reazione uguale e contraria.
Negli anni novanta, però, l’attenzione del mondo dei comics si spostò nettamente in favore dei villains, riprendendo il filone noir, pulp e hard boiled della prima metà del secolo. Fu così che Frank Miller diede vita, per la casa editrice Dark horse, alla sua serie di graphic novel Sin City, ambientate nel sottobosco criminale di Basin city, fatto di sangue, sesso e depravazione, seguendo passo passo dei veri e propri criminali, segnando i maniera decisiva il nuovo corso dei fumetti made in Usa.
Quando, nel 2003, esce l’ultima follia di Mark Millar, Wanted, il mondo della letteratura (sia quella classica sia quella del fumetto) e del cinema è già stato sconvolto dalle opere Trainspotting di Irvine Welsh e Fight Club di Chuck Palahniuk.
Wanted si colloca idealmente in quest’ottica; il nostro mondo è segretamente dominato da un grande e potente organizzazione di supercriminali che sono finalmente riusciti a spazzare via dalla faccia della Terra i supereroi, e ora possono permettersi di fare tutto ciò che vogliono senza subirne le conseguenze. Unico dilemma: alcuni di loro sono concordi col restare nell’ombra per evitare ribellioni, altri spingono per rendere la loro esistenza pubblica così da poter tornare a divertirsi organizzando crimini e omicidi.
In realtà Wanted è molto di più, è una storia d’azione e distruzione all’americana, dove si sprecano proiettili e le donne hanno fisici perfetti, dove abbondano violenza e sesso, con tanto di colpo di scena finale, intrisa di un cinismo freddo e disgustoso come poche storie al mondo. Niente a che vedere con l’orrenda e criticatissima trasposizione cinematografica resa di recente.
Ma l’aspetto che più di tutti deve interessarci è che Wanted è la prima storia a fumetti dedicata interamente a supercattivi, personaggi che non hanno neppure un briciolo di umanità e bontà, nulla di positivo, molto peggio dei classici antieroi. Per una volta i villains vincono, e lo fanno in maniera netta, schiacciante e definitiva.
Fabio Licari ha ricordato quando sia stata fondamentale, agli albori del fumetto, supereroistico e non, l’attenzione alle teorie di Cesare Lombroso. Le teorie del celebre antropologo italiano, per quanto assurde ed illogiche possano essere, hanno rappresentato il fondamento di tutta la narrativa fumettistica delle origini: i buoni erano sempre belli, simpatici, positivi, forti, colorati; i cattivi sempre brutti, con volti spigolosi, meschini, antipatici, vestiti di scuro, solitamente con scarsissima attenzione ai propri costumi.
Per lunga parte della storia del fumetto, ai cattivi è stata riservata un’attenzione minima indispensabile, solo di recente si è iniziato a vedere in essi una certa attrattiva, specialmente da quando, negli anni ottanta, Alan Moore ci ha fatto capire che nei fumetti, come nella vita, non esiste bianco o nero, ma solo diverse tonalità di grigio.
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