Dal 1998 Torino s’illumina di colore. Si chiama Luci d’artista ed è una manifestazione che si ripete annualmente a cavallo delle festività natalizie. Le principali vie della città, le piazze, i monumenti della capitale sabauda vengono vestite di luce e colore, integrando l’illuminazione urbana con opere d’arte realizzate da artisti contemporanei. L’effetto sulla città che più di ogni altra sa essere al tempo stesso laboriosa e malinconica, operaia e nobile, è strabiliante. Cala la sera e una Torino nuova, non moderna ma contemporanea, brillante e variopinta, si spalanca come un fiume di luce frizzante. L’arte irrompe silenziosamente nella vita delle persone, la migliora, regala nuove prospettive, mostra scorci che di solito non notiamo.

Il nord non è solo Lega; l’amministrazione di Sergio Chiamparino ha trasformato Torino e l’ha fatto attraverso iniziative semplici, ma dell’enorme valore, capaci di sottolineare originalmente e coraggiosamente le bellezze barocche e razionali della prima capitale d’Italia.

Torino era una città in declino, trascinata nel grigiore dal ridimensionamento della Fiat e dalla disoccupazione crescente, con un patrimonio architettonico e culturale alla deriva. Ebbene, la città si è salvata e - con sorpresa di tutti - è risorta. L’ha fatto con una ricetta all’apparenza banale, mescolando contemporaneità, giovani, cultura, ricerca e coraggio.

Torino ha saputo valorizzare le ricchezze del passato facendole attuali, ha dato ai giovani una città su misura, rilanciando l’università e esaltando le eccellenze del Politecnico. Le scelte di design (in accordo con le esigenze di mercato della Fia) rappresentano un esempio di collaborazione produttiva e trasparente tra il pubblico e il privato: il lancio della nuova 500 non sarebbe stato lo stesso senza il nuovo clima torinese; nella rifioritura della Fiat c’è tanta Torino, e viceversa.

 

Un’isola felice? Forse, ma sicuramente un esempio da seguire per tutte le amministrazioni locali.

Se i risultati dell’Expo di Milano saranno almeno vicini a quelli eccezionali, in termini organizzativi, economici, artistici e culturali, delle Olimpiadi torinesi del 2006, l’Italia e la sua capitale economica ne usciranno rivitalizzate.

Roma è la città più bella del mondo; Venezia è un gioiello che il mondo ci invidia; Firenze una meta imperdibile del turismo culturale. Se queste città dall’immenso patrimonio artistico e storico, e con loro tantissime altre, sapranno valorizzare il loro tesoro come ha fatto Torino, se sapranno osare, scegliere vie di restauro innovative, cambiare le banali illuminazioni giallognole delle rovine e dei palazzi con giochi di luce e colore e fantasie di suggestioni, l’Italia tornerà a livelli rinascimentali di apprezzamento e ammirazione.

 

Ma la rinascita di Torino non deve essere soltanto un esempio artistico e culturale. Puntare sui giovani e sull’innovazione, valorizzare le eccellenze e praticare un rapporto tra pubblico e privato libero da ostilità ideologiche reciproche sono politiche da estendere al paese.

Un esempio di stretta attualità riguarda la riforma dell’università che il governo ha preparato negli ultimi tempi: per la prima volta sembra che un esecutivo abbia la seria intenzione non di mettere le mani qua e là in quell’autentico disastro che è il nostro sistema universitario, ma di portare avanti convintamente una propria idea – giusta o sbagliata che sia – di come dovrebbe diventare.

È un’occasione d’oro per tutti, per gli studenti innanzitutto, che però hanno - come quasi sempre capita - alzato gli scudi contro il cambiamento a difesa della conservazione di un vero disastro. Le critiche più aspre degli studenti sono state rivolte contro la norma che prevedrebbe, qualora l’iter parlamentare andasse nella direzione chiesta dal governo, un minimo del 40% di partecipazione privata negli atenei, sia nella fornitura di fondi, sia all’interno dei CdA.

Al di là dei motivi ideologici che rasentano la paranoia, il timore è quello che i privati indirizzino la ricerca – udite udite – verso i propri interessi. Paura e panico: le imprese danno soldi a patto di ricevere innovazione e menti funzionali anche per il mercato! Decisamente la democrazia è in pericolo.

 

In realtà l’università attuale, quella media, vive in un mondo a parte, slegata dalla società e dall’economia, del tutto al di fuori del mercato del lavoro, delle esigenze di innovazione e ricerca che le imprese hanno.

Un esempio dall’avanguardia torinese: il Politecnico vive di Fiat, non solo per i fondi alla ricerca, ma anche e soprattutto per il fatto che gli ingegneri che sforna spesso vengono inquadrati in quella stessa azienda. Che problema ci sarebbe allora se una banca finanziasse una facoltà di economia e assumesse i laureati più bravi? Dove sarebbe il problema se centri di ricerca storica e politologica anche privati finanziassero le università? I problemi veri sono gli indiscriminati tagli alla ricerca, non le riforme. Quelle sono necessarie.

La divagazione sull’università era doverosa, ma il disegno di legge ora nelle mani del Parlamento richiederà analisi più accurate che rimando a successivi interventi.

 

Tornando a Torino e al suo esempio per il Paese, ciò che più stupisce in questo bel paese alla deriva è il conservatorismo che anima la grande maggioranza dell’opinione pubblica.

Da destra a sinistra si difende una "tradizione innocua", come quella del crocifisso nelle aule, si urla al crimine contro la democrazia quando si pensa di riscrivere una Costituzione brutta, pasticciata e antiquata; si indigna perfino più di mezza Torino, perchè la Banca San Paolo vuole costruire un grattacielo, progettato da Renzo Piano, che – sommo crimine – diventerebbe più alto della Mole Antonelliana. Un ragionamento ineccepibile quello del comitato Non grattiamo il cielo di Torino: se l’avessero sottoposto ad Antonelli, oggi la Mole non oltrepasserebbe i tetti delle case del centro.

Luigi Colombo detto Fillia era un genio futurista ed era torinese; disse che "niente si accorda di più a uno stile originale del passato che lo stile originale del proprio tempo". Sottoscrivo ogni parola.

 

Passeggiando per Torino l’altra sera, ripensavo a quella frase e a quanto in realtà sia semplice rendere una città bellissima soltanto colorandola e mettendoci un po' di fantasia. Poi però ho pensato all'Italia e ai suoi giovani che, proprio loro, difendono la tradizione, sia essa un crocifisso, lo skyline di una città, un’università allo sfascio o una carta logora. E ho capito.

Lo stesso Fillia chiedeva di "rifare il volto del Paese, farlo bello e farlo coraggiosamente"; io aggiungerei anche "farlo giovane".

In fondo credo basti questo: trovare il coraggio – mi rivolgo soprattutto alla nostra generazione – di assecondare l’innovazione ed esigere cambiamenti radicali, trovare il coraggio di ammainare la tradizione, alzare la voce e proiettarci nel futuro.


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