Tutto quello che dovete sapere sugli Oscar 2010
Scritto da Valerio Moggia Martedì 09 Marzo 2010 22:24
Il duello che con lapalissiana fantasia è stato definito “Davide contro Golia” si conclude in maniera conforme alla leggenda. Il colossal di James Cameron straccia il precedente Titanic ai botteghini, ma delude sul red carpet (vedi Avatar e la nuova era), confermando la lunga avversità dell’academy nei confronti degli sci-fi (basti vedere le magre figure di 2001: Odissea nello spazio, Blade runner, E.T., ecc.).
Trionfa, invece, il war movie a basso costo The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, ex moglie di Cameron, prima regista donna a vincere l’Oscar, in un’annata che ha visto la guerra al centro dei temi preferiti dalla giuria (oltre al film della Bigelow anche Bastardi senza gloria, The messenger e lo stesso Avatar).
L’occhio della Bigelow è freddo e cinico, "riesce a farti odiare la guerra pur mostrandotela attraverso gli occhi di un uomo che ne è assuefatto", dice Gianni Canova; riesce a tendere i fili della tensione per tutto l’anno che il nostro protagonista (l’ottimo Jeremy Renner) passa a Bagdad, per poi mollarli dopo il suo ritorno in America, giustificando il sorprendente finale. Non per niente, la regista californiana, donna stupenda nonostante i suoi cinquantotto anni, ottiene anche il premio per la miglior regia, il suo The Hurt Locker vince anche la miglior sceneggiatura originale (strappata a Tarantino), il miglior montaggio, il miglior sonoro ed il miglior montaggio sonoro.
C’è forse una scelta “politica” dietro a questo premio: in un’America ancora in preda alla crisi economica, l’academy potrebbe aver preferito il capolavoro a basso costo al colossal multimiliardario.
Le mie personali predizioni, questa volta, si rivelano straordinariamente azzeccate: dopo il miglior film e la miglior regia, i premi come migliore attore ed attrice protagonista sono andati rispettivamente a due “esordienti” come Christoph Waltz, ex comparsa in serial teutonici come Derrick e Il commissario Rex, ennesima straordinaria scoperta di Quentin Tarantino, e Mo’Nique, comica americana eccezionale nel drammatico Precious (ancora senza distribuzione in Italia).
Due premi più che meritati, soprattutto per quel che riguarda l’attore tedesco.
Sono poi Jeff Bridges (Crazy heart) e Sandra Bullock (A blind side) a completare la rosa dei grandi premi, avendo la meglio sui veterani Morgan Freeman (Invictus) e Maryl Streep (Julie e Julia).
Sono due vincitori molto simili, la cui carriera è partita con ruoli leggeri e senza pretese, fino a portarli fino ad un grande e meritato successo, che conferma i risultati degli scorsi golden globe. Bidges si cimenta in un ruolo molto simile a quello che valse di recente l’Oscar a Mickey Rourke (The Wrestler), interpretando l’altra faccia dell’eroe americano decaduto, il cantante country.
La Bullock, invece, ha un ruolo di donna forte, che ricorda molto la stessa Kathryn Bigelow, dimostrando un grande carattere ed una grande adattabilità.
Delude, come detto, Avatar, che si porta a casa solo premi tecnici (tra cui sottolineiamo quella alla miglior fotografia andato all’italiano Mauro Fiore), ma anche il sopravvalutato Tra le nuvole, che si era meritato una pioggia di nomination, ma che chiude senza nulla in tasca.
Da sottolineare l’ottima prova di Up, ultimo capolavoro della Pixar, l’unico film di animazione dopo La bella e la bestia ad essere candidato come miglior film in assoluto. Centra il premio della sua categoria e perfino il prestigioso premio alla colonna sonora, Up è una storia avvincente che può piacere sia ai grandi che ai piccoli, mescolando avventura e sentimento alla classica comicità leggera da cartone animato.
Un’altra, ultima, sorpresa la troviamo nella categoria di miglior film straniero, che sembrava dovesse celebrare Il nastro bianco del sottile Michael Haneke, e invece è andata al semi sconosciuto film argentino El secreto de sus ojos.
Questa edizione degli academy awards sembra quindi vertere su questi particolari: il ritorno di Tarantino, l’exploit nelle nomination dei film di fantascienza (addirittura due tra i migliori film, Avatar e District 9) e dei film di guerra, le donne forti (in questa edizione anche più degli uomini), e le sorprese (dal fallimento di Avatar ai due miglior attori non protagonisti usciti quasi dal nulla, al miglior film straniero che scalza lo strapotere euroasiatico nel genere).
Ma passiamo agli esclusi.
Clint Eastwood ed il suo Invictus restano incredibilmente a casa, pagando forse la metafora ardita del rugby, sport bene poco conosciuto negli Usa, anche se non è la prima volta che l’allievo di Sergio Leone viene inspiegabilmente escluso dalle nomination.
Dovrà ancora aspettare per il suo primo agognato Oscar Johnny Depp, penalizzato da una sceneggiatura (Nemico pubblico) banale al limite del ridicolo; come ancora dovrà aspettare per una nomination il sempre sottovalutato Christian Bale, che ci fornisce prestazioni eccezionali dai tempi di American psycho, passando per Equilibrium, L’uomo senza sonno, i due Batman, The prestige, fino all’ultima buonissima performance in Nemico pubblico.
Fuori dalle nomination come miglior regia e miglior sceneggiatura il capolavoro Sherlock Holmes (relegato alla nomination alla miglior colonna sonora con Hans Zimmer) di Guy Ritchie, altro regista spesso frettolosamente bollato come “leggero”; così come non si fa menzione nelle candidature ai migliori effetti speciali visivi per la trasposizione del fumetto Watchmen.
Più eclatante l’esclusione de La battaglia dei tre regni, colossal epico cinese diretto dal maestro John Woo, su cui pesano vere e proprie motivazioni politiche.


