Una spinta alla domanda per sostenere la ripresa, parte I
Scritto da Giuseppe Del Matto Martedì 17 Novembre 2009 19:34
In queste ultime settimane è tornato al centro del dibattito il tema degli stimoli fiscali alla crescita economica. In particolare ci si concentra sulla possibilità di accelerare l’uscita dalla crisi con un taglio dell’Irap (imposta regionale sulle attività produttive). Il gettito annuale prodotto da tale imposta è di circa 37 miliardi di euro.
Tra le possibilità avanzate c’è quella di tagliarne una parte, precisamente quella relativa alla componente lavoro. I dubbi al riguardo sono molti, ma - più che fare un discorso tecnico sull’Irap - vorrei fare delle considerazioni di più ampio respiro.
Mi limito a sottolineare che ci sono tre ostacoli fondamentali ad un’operazione di questo tipo:
- i conti pubblici, in un anno in cui assisteremo ad un calo del gettito abbastanza marcato (nei primi nove mesi quasi dieci miliardi in meno di entrate tributarie rispetto allo stesso periodo del 2008) e al relativo incremento del fabbisogno statale. Tagliare ulteriormente le tasse non mi sembra una buona idea;
- l'imposta suddetta, per definizione, va a finanziare in larga parte le regioni e soprattutto la sanità nelle stesse;
- le coperture non sono credibili, perché prevedono tagli alla spesa pubblica sull’acquisto di beni intermedi, che da un anno all’altro possono essere ripristinati, aggravando notevolmente il deficit statale. Con il federalismo fiscale in cantiere, non è opportuno eliminare (dopo l’Ici) anche un'altra imposta non prettamente centralizzata.
Fa bene dunque Giulio Tremonti a ribadire la sua contrarietà. In una fase nella quale i debiti pubblici di tutti i paesi maggiormente industrializzati crescono, potrebbe prefigurarsi una forte competizione tra gli stessi per collocare i titoli di Stato sui mercati internazionali. Questo vuol dire che finanziare il disavanzo potrebbe divenire molto più costoso con la crescita dei tassi di interesse sul debito.
Ma la questione fondamentale è un’altra: la ripresa viene stimolata con un taglio delle tasse? Io credo di no. Una politica fiscale di questo tipo è, in linea generale, volta ad accrescere il potenziale di un sistema economico. È tipicamente una politica dal lato dell’offerta, con l’obiettivo teorico di accrescere il numero di imprese operanti nel sistema stesso, volta ad attirare investimenti dall’estero per la tassazione più bassa, volta ad ampliare le possibilità di sviluppo nel medio-lungo periodo, accrescendo il potenziale di crescita.
Bene, un’azione certamente positiva, ma che non risolverebbe i problemi attuali. I sindacati chiedono una riduzione delle imposte sul reddito di lavoratori e pensionati, piuttosto che una riduzione dell’Irap. Anche questa sarebbe una misura costosa e poco efficace, per il fatto che (pur comportando un incremento del reddito disponibile) favorirebbe risparmi precauzionali delle famiglie e non una maggiore spesa in consumi, quindi non risolverebbe il problema attuale relativo alla carenza della domanda.
Qualsiasi indicatore economico oggi indica che siamo di fronte ad una fase di sovra-capacità produttiva; per ragioni molto chiare, la domanda effettiva (allo stato attuale) non è in grado di generare un’offerta di pieno impiego (come direbbe Keynes). Persino il composite leading indicator dell’Ocse, seppur molto positivo per l’Italia, segnala che l’output gap (la differenza tra crescita potenziale e crescita effettiva) nel nostro Paese è uno dei più elevati (-15).
In sostanza manca la domanda, non l’offerta. Se la disoccupazione aumenta in tutto il mondo, se i consumi diminuiscono, se si ricorre notevolmente ad una riduzione delle ore lavorate, ciò non lo si deve ad uno scarso potenziale di crescita, ma alla carenza della domanda aggregata. Servono, dunque, politiche di stimolo alla domanda.
Prima di soffermarsi sulle possibili ricette, è utile avere un quadro di insieme dettagliato del contesto italiano. Nel secondo trimestre 2009 il calo degli occupati è stato dell’1,6% rispetto allo stesso trimestre del 2008, la disoccupazione è salita al 7,4% dal 6,7% del primo semestre del 2008. Il dato - per la verità - è migliore della media Ue, grazie all’azione della cassa di integrazione ordinaria che limita notevolmente i licenziamenti ed anche in virtù del fatto che alcuni decidono di ritirarsi dal mercato del lavoro, smettendo di cercare un nuovo impiego. L’offerta di lavoro (da parte dei lavoratori) si è ridotta infatti dell’1% nel secondo trimestre 2009 rispetto al primo. Chi esce dal mercato del lavoro non viene computato nelle statistiche relative alla disoccupazione, che prendono in considerazione i non occupati sul totale della forza lavoro.
I consumi nel 2009 caleranno dell’1,9%, le vendite al dettaglio del 2,9% rispetto all’anno precedente. In realtà la caduta del Pil italiano è maggiormente imputabile al crollo del commercio internazionale e dunque al calo della domanda estera, fondamentale per un paese grande esportatore come il nostro. Il calo contenuto dei consumi, infatti, da solo non basta a spiegare la forte contrazione del Pil per il 2009 (-4,8%).
Quindi stiamo pagando il costo della congiuntura mondiale pur non essendo esposti in prima persona, non avendo subito fallimenti di grandi banche e crollo dell’immobiliare, al contrario di Spagna, Irlanda, Usa e Gran Bretagna. Stiamo paradossalmente pagando per il fatto di essere molto attivi sui mercati internazionali di beni di consumo durevoli (beni per l’arredamento, macchinari, prodotti costosi e di qualità).
Le esportazioni italiane nel 2009 subiranno una netta contrazione dell’ordine del 20% rispetto al 2008. Ciò non toglie che si possa (con una intelligente politica economica) accelerare la ripresa: non potendo influire sul commercio internazionale, occorrerà stimolare la domanda interna. Possiamo farlo, perché le nostre famiglie hanno una propensione al risparmio più elevata rispetto al resto del mondo, dunque l’indebitamento privato è molto più basso complessivamente per il nostro sistema economico. Come sottolinea il professor Marco Fortis, l’indebitamento medio pro-capite è di circa 2,5-3 volte inferiore in Italia rispetto alla Spagna e all’Inghilterra ed addirittura di 4 volte inferiore a quello americano.
Una politica economica efficace deve comprendere le opportunità che le si prospettano, analizzando il contesto di riferimento. Uno stimolo dei consumi avrebbe un effetto molto importante, se si considera che nelle economie avanzate la composizione del Pil è fortemente incentrata sulla spesa per consumi, che anche in Italia rappresenta oltre i due terzi del prodotto interno lordo.
Sarebbe, inoltre, un intervento di effettivo sostegno al nostro tessuto produttivo in quanto "solo" il 22% dei consumi italiani è importato.
Continua su Una spinta alla domanda per sostenere la ripresa, parte II.


