(continua da Via gli immigrati, parte I)
Dicevamo della nuova legge sull'immigrazione e delle forze dell'ordine.
Bene, una legge di questo genere, che si prefigge precisi obiettivi e che parte da precise prese d'atto sull'attuale situazione - che siano giuste o sbagliate, vere o false -, non può trovare un senso se non prevede innanzitutto un'analisi di quelli che sono i problemi delle forze dell'ordine, cui dovrebbe seguire - chiaramente - una sana proposta di risoluzione.
Un esempio fortemente esplicativo (però su un altro importante argomento della sicurezza): l'innalzamento del tasso alcolemico. Realmente immotivato, poiché è statisticamente dimostrato che tutti gli autori dei sinistri stradali sono comunque oltre il limite già in vigore. È inequivocabilmente una mossa inutile per la sicurezza, se poi capita di essere fermati al posto di blocco una volta ogni tre anni.
Da questo punto di vista, il problema non è circoscritto alle sole forze dell'ordine, ma riguarda anche quelle che sono le scelte politiche. Tornando sugli immigrati, è assurdo un accanimento tanto immotivato contro i clandestini del mare, quando - sempre a proposito di statistiche - sono una percentuale irrilevante rispetto a quelli che arrivano via terra. Se la volontà di fermare l'immigrazione vanta la pretesa di essere seria, allora deve essere attuata tramite un'applicazione sistematica, strutturata, e soprattutto logico-razionale, e non tramite una serie di singole iniziative casuali e slegate tra loro.
Per gli stessi motivi, volendolo non sarebbe nemmeno tanto difficile "stanare" i clandestini: basterebbe andare a fare un giro nel meridione, soprattutto in Puglia e in Calabria, là dove pullulano a migliaia nei campi. Tanti sono anche quelli nella stessa Padania: se la Lega volesse davvero, potrebbe cominciare il lavoro da lì piuttosto che da Lampedusa.
Ma questo è per loro improponibile: in questo caso - insinuazione, la mia, si chiaro - entrano in gioco gli interessi di mafia e di imprese varie che sfruttano il lavoro nero; e visto che alla fine del gioco queste mafie e queste imprese sono poi le stesse che reggono direttamente o no gli interessi di questo o di quel politico, allora un'operazione del genere sarebbe controproducente innanzitutto per loro.
Questi e molti altre esempi delineano una realtà politica molto diversa rispetto a quella mostrata dal governo: non c'è la volontà politica di risolvere il problema, non c'è un reale interesse, soprattutto non c'è alcun vantaggio nel farlo. Questo riguarda almeno il PdL, con certezza.
E con questo passiamo al terzo punto.
Ora, l'impossibilità di risolvere il problema non è data esclusivamente dall'assenza di una volontà politica. Questa volontà non potrebbe esserci comunque, o anche se si volesse sarebbe molto debole, perché è innanzitutto il problema a non esserci. In Italia non c'è un problema di criminalità, meglio non c'è nessun problema di criminalità legato alla clandestinità o ai flussi stranieri.
Andando oltre quelle che sono idee e percezioni - a dimostrazione che non si tratta di una posizione di parte -, i membri del governo collegano volentieri clandestinità e criminalità nel bel mezzo del comizio elettorale del proprio partito, nelle conferenze stampa, nelle interviste rilasciate ai giornalisti, ovvero in condizioni dove la loro posizione non gli impone nessun obbligo; quando invece parlano nell'effettiva veste di membri del governo, di rappresentanti di un preciso ministero, ovvero nel momento in cui sono sottoposti a obblighi istituzionali inevitabili, sono costretti ad attenersi alla realtà, e in detti casi le informazioni rilasciate risultano opposte.
Basta riferirsi ai dati forniti dallo stesso Ministero dell'Interno. Un esempio su tutti, lo stupro: a fine febbraio il Viminale affermava che non solo che il reato è in netto calo, ma che più del 60% dei casi è imputabile a cittadini di nazionalità italiana. Nonostante questo, Roberto Maroni mostra un'opinione completamente contraria a quella appena citata (di cui - ripeto - ne è comunque l'autore) quando si trova dinnanzi il popolo padano.
Non si manifesta il bisogno di citare questa o quella statistica a dimostrazione dell'inesistenza del problema. La prova spetta invece alla parte opposta: chi vuol presentare un'immagine della realtà diversa da quella già conosciuta è tenuto a presentarne anche le prove.
Il fenomeno della migrazione risale a tempi antichissimi, coincide grosso modo con la stessa esistenza del genere umano. Di più, si potrebbe persino affermare che il nomadismo si è fin da subito rivelato come una caratteristica se non un bisogno insito nella natura umana. Chiaramente non è sempre stato indolore, visto che nella maggioranza dei casi la conseguenze non sono state certamente felici. Ma se i problemi conosciuti oggi dall'Italia sono diversi da quelli conosciuti ieri dalla storia, allora chi offre una nuova teorizzazione del fenomeno dovrebbe partire innanzitutto da una sua nuova analisi - dopo tutto il tempo delle invasioni barbariche è già stato superato, né si prospetta il rischio di problemi sanitari, almeno se non se ne creano le condizioni.
Si presenti quindi un'indagine statistica che possa dimostrare come il fenomeno della criminalità sia direttamente collegato a quello dell'immigrazione, se non che i due sussistono l'uno con l'altro in un rapporto di causa-conseguenza.
Per questa richiesta non si possono ignorare due presupposti fondamentali: da una parte, la statistica è una scienza e come tale necessita di quel rigore formato da canoni e meccanismi altrettanto scientifici. Se non vengono rispettati nella loro complessità, ovvero se nell'attività statistica viene infranta anche una sola delle regole della stessa statistica, allora non si può più parlare di statistica in quanto tale, ma solo di "qualche considerazione". Se l'indagine è basata sul "sentito dire", se il campione non è eterogeneo o se è stato pre-selezionato affinché si potesse ottenere un preciso risultato finale, se l'indagine è commissionata a un istituto non solo privato, ma persino riconducibile (anche se indirettamente) a un qualche soggetto politico, se poi quel soggetto politico è ostinato nel leggere il risultato nell'ottica di una sua interpretazione personale, allora - ribadisco - non si può più parlare di statistica; d'altra parte va detto che c'è statistica e statistica. Se un governo vuole impostare la propria attività legislativa a partire da risultati statistici - individuando con questi quali necessità e quali problematiche porta in seno la società, e tenendo in conto la profonda differenza che intercorre tra un risultato statistico e l'interpretazione di un risultato statistico -, allora è tenuto a riferirsi solo alla statistica basata su dati reali e non su quelle che sono nient'altro che le aspettative e le paure del campione.
Questi due presupposti lasciano spazio ad altrettanti riflessioni. Non possono essere certamente discusse in questa sede, ma è giusto porle in essere affinché non vengano minimalizzate o ignorate:
- a prescindere, quale validità può avere un'affermazione politica che non ha allegata a sé i risultati di una precisa indagine statistica? Questa considerazione deve tener conto che tutte le affermazioni politiche, al giorno d'oggi, presentano oramai queste (e solo queste) caratteristiche.
Ciò non toglie che quanto affermato possa essere effettivamente vero, ma che valore può assumere un'affermazione nel momento in cui viene presentata in queste condizioni? - in questo caso l'attività legislativa è basata su quella che agli effetti è la percezione della popolazione. Tuttavia, non viene mai messa in discussione la legittimità di queste percezioni, né tanto meno il valore di una legislatura basata - appunto - su percezioni. Esiste dunque la certezza che le percezioni siano sempre fondate, e che un'attività legislativa basata sulle percezioni posso essere sempre utile?
Oggi sappiamo che la maggioranza degli italiani collega direttamente criminalità e clandestinità. "Questo dicono le statistiche", ci sentiamo dire. Ma questo è tutto quello che sappiamo a proposito di queste stesse statistiche, cioè ne conosciamo solo l'interpretazione finale che ne ha voluto dare il politico di turno. Né la politica, né l'informazione si dimostrano in grado di fornire ulteriori dettagli.
Ovvero non sappiamo:
- a chi è stata commissionata l'indagine, se a un ente pubblico o se a una società privata, e in quest'ultimo caso a chi risponderebbe questa società;
- con quali criteri è stata eseguita la selezione del campione, se casualmente, con una certa eterogeneità nella selezione e rispettando i vari canoni richiesti dal caso o se tra i partecipanti di un raduno padano;
- quali erano le possibili risposte e quale percentuale corrisponde a ogni possibile risposta, se effettivamente il 50%+1 ha risposto "sì, la criminalità è collegata alla clandestinità" o se è il risultato della somma di tutti i vari "sicuramente sì", "forse sì", "più sì che no", "potrebbe essere di sì", magari anche escludendo dai risultati le risposte incerte ("non so");
Vale per questo come per qualsiasi altro argomento - sia chiaro. In ogni caso, non si può accertare l'effettiva esistenza del problema finché non verrà svolta un'indagine statistica seria e rispettosa del metodo statistico. Tanto meno potrà essere così se le uniche statistiche valide dimostrano invece una realtà completamente opposta da quella raccontata.


