A Teheran il popolo è sceso in strada, massicciamente, coraggiosamente, per manifestare contro il regime di Mahmud Ahmadinejad, per protestare contro i clamorosi brogli elettorali compiuti sotto l'occhio dell'intera comunità internazionale. Molti mostravano cartelli in inglese "where is my vote?".
Hossein Mussavi, leader dell'opposizione democratica e moderata ed ex-avversario del presidente alle elezioni, è stato rilasciato dagli arresti domiciliari e ha preso parte, megafono alla mano, a quella fantastica manifestazione oceanica e pacifica che chiedeva la ripetizione delle elezioni. Rivendicazione che si è scontrata con la prevedibile reazione violenta di un sistema di potere che corre seriamente il rischio di crollare sotto la spinta dei cittadini iraniani.
Sette morti per ora, e la tensione cresce non solo tra il regime armato e i cittadini, ma anche tra fazioni opposte di elettori: da una parte i sostenitori di Ahmadinejad - fedeli alla linea fondamentalista anti-israeliana e anti-occidentale -, dall'altra quelli di Mussavi - che avevano sperato nell'avvento del "cambiamento" obamiano anche nella vecchia Persia.
I sette morti di ieri erano civili scesi in piazza a chiedere conto per i loro voti, misteriosamente spariti nel buio dell'urna elettorale. Vista quella folla oceanica, il 63% assegnato ad Ahmadinejad lascia tanti dubbi e l'amaro in bocca.
L'affluenza alle urne era stata altissima - per merito della mobilitazione giovanile e femminile che sicuramente non ha votato per il "riconfermato" Presidente uscente, conservatore sostenuto dall'esercito e dai religiosi.
I reporter occidentali raccontano di schede stampate a milioni in più del necessario; indizio inquietante: i pasdaran, guardiani della rivoluzione iraniana, erano già in strada la sera dopo la chiusura delle urne, quando il Ministero dell'Interno, con eccezionale rapidità ed efficienza nello scrutinio, annunciava la schiacciante vittoria di Ahmadinejad.
Gli intellettuali iraniani raccontano appena di un 12% di voti reali andati al Presidente rieletto.
Assistiamo alla solita risposta dei regimi autoritari liberticidi: si inizia con la volontà di cambiare, di virare verso la libertà e la democrazia; si finisce con scontri di piazza, intervento dei militari, rafforzamento e inasprimento del potere del leader che spesso - come in questo caso - è un pupazzetto nelle mani dei generali e dei leader religiosi o ideologici.
Il mondo, intanto, osserva: la metà occidentale scuote la testa indignata, l'asse Pechino-Mosca porge le congratulazioni ad Ahmadinejad.
Già, perché la sfida iraniana non era solo una questione interna, ma implicava ripercussioni sugli equilibri geopolitici mondiali: un Iran saldo e democratico, amico o almeno non ostile all'America obamiana, poteva essere determinante nella stabilizzazione di Afghanistan e Pakistan e nella lotta al terrorismo internazionale; un Iran fondamentalista, con velleità nucleari e intenzionato a dare "un vero olocausto" (cit., Ahmadinejad) ad Israele è un pericolo per tutti, o quasi.
Il Presidente Barack Obama si è detto "preoccupato" per la situazione iraniana, auspicando una soluzione pacifica e comunque la non interruzione della politica del dialogo. Gli Stati Uniti, insomma, hanno scelto una linea più prudente di quella degli europei, che auspicano invece un'inchiesta ufficiale per far luce sui reali esiti delle elezioni.
La Francia - ha detto il Primo Ministro Francois Fillon - è "estremamente preoccupata dal peggioramento della situazione in Iran". Ben più duro è stato il commento del Presidente Nicolas Sarkozy: "l'ampiezza dei brogli è proporzionale alla violenza della reazione".
L'Unione europea, da parte sua, ha espresso "grande preoccupazione per la violenza e la perdita di vite umane", chiedendo alle forze militari e paramilitari iraniane di rispettare il diritto di manifestare dei cittadini.
Intanto il viceministro degli esteri russo, Serghiei Riabkov, ha definito come "questioni interne dell'Iran" gli scontri a Teheran e le ipotesi di brogli elettorali a margine dell'incontro bilaterale tra il Presidente Medvedev e Ahmadinejad, già previsto in preparazione dell'incontro del Gruppo di Shanghai (Russia, Cina, Iran e altre repubbliche ex-sovietiche).
Inquietante? Sì.
Quando l'altra sera i notiziari avevano dato la notizia che Mussavi si era proclamato vincitore delle elezioni presidenziali in Iran con il 65% dei voti, ho pensato che la politica estera del Presidente Obama ci aveva messo poco ad ottenere risultati, che l'energia dei giovani iraniani, che in massa avevano affollato le urne e le strade, era qualcosa di miracoloso e insieme romantico, che la democrazia poteva trionfare anche nei paesi musulmani oppressi dai dittatori, che c'era speranza.
La realtà, purtroppo, è un'altra.
Resta la straordinaria mobilitazione degli iraniani democratici, che deve essere guardata con ammirazione e commozione da noi occidentali, a volte troppo critici verso le nostre democrazie, incapaci di capire la fortuna che abbiamo.
Una mobilitazione, quella iraniana, che deve essere fonte di ispirazione e di speranza per tutti.
"Where are their votes?".


