Non solo il lodo Alfano: l’opposizione si è schierata fin dall’inizio contro la legge dell’attualeMinistro della giustizia, che rende immuni da possibili inchieste le quattro più alte cariche dello Stato, ma i problemi del sistema Italia in materia vanno ben oltre l’ultima legge ad personam del Presidente Silvio Berlusconi.

Mercoledì il Senato ha votato la non ministerialità del reato di diffamazione per il quale era stato denunciato Roberto Castelli, senatore della Lega Nord. Si tratta del lodo Consolo, dal nome del deputato Giuseppe Consolo (Pdl, avvocato), che lo ha proposto, salvando così il ministro Matteoli dall’accusa di favoreggiamento mossagli nel 2005 dal tribunale di Livorno.

Per quanto riguarda Castelli, l’ex ministro aveva accusato,  in diretta televisiva, il segretario del Pdci Oliviero Diliberto di “mandare a sprangare la gente”. Quest’ultimo, di rimando, aveva – ovviamente – sporto denuncia e chiesto danni per cinque milioni di euro.

Esulta dunque l’avvocato di Castelli – l’onnipresente Nicolò Ghedini – per la vittoria – ma che gusto c’è, poi, a gareggiare con un simile vantaggio?

Ma il Senato è riuscito a fare di peggio.
Nello stesso giorno, infatti, viene negato, dopo più di un anno di attesa, l’utilizzo delle intercettazioni dell’ex presidente Unipol Giovanni Consorte per portare a giudizio i senatori Luigi Grillo (Pdl) e Nicola Latorre (Pd).
Grillo – nessuna parentela con il comico genovese – è inoltre risultato intestatario di un conto corrente in Liechtenstein; mentre Latorre è balzato agli onori delle cronache per aver passato al parlamentare Pdl Italo Bocchino un bigliettino sul quale aveva scritto un’argomentazione per attaccare Donadi, dell’Idv, durante la trasmissione televisiva Omnibus.

Inoltre, il ben poco onorevole Marcello DellUtri, già condannato per i suoi legami con la mafia, definì Latorre uno degli uomini, a parer suo, maggiormente degni di stima – se lo dice lui, c’è da credergli.

Per entrambi – Grillo e Latorre – si ipotizzava il reato di aggiotaggio nell’ambito dello scandalo Bancopoli-Unipol.
Non sono però gli unici politici implicati in questa faccenda: ben più celebre è Massimo DAlema (Pd), che non si limita ad essere nominato, ma che è personalmente presente nelle intercettazioni, rilasciando dichiarazioni quantomeno dubbie sulla sua estraneità ai fatti. Prima di Grillo e Latorre, già D’Alema fu immunizzato dall’inchiesta per mano, stavolta, della Camera.

Il malcostume dei politici italiani di ritenersi superiori alle leggi, come volevasi dimostrare, non è solo affare di Silvio Berlusconi – i cui problemi con la giustizia, e non solo, sono sotto gli occhi di tutti, in questi giorni in particolar modo -, ma dell’intera “casta”.
Una casta che rifiuta di essere giudicata se non da se stessa e che, ovviamente, si auto-assolve non si sa su quali basi, se non quella della solidarietà che intercorre tra tutte le caste, non esclusa quella dei criminali.

Mentre nel caso di Castelli si è registrato al voto uno scontro tra destra e sinistra, con la maggioranza schierata a favore dell’immunità e l’opposizione (con la sola eccezione dell’Udc, astenuta) contro, nel caso Grillo-Latorre solo l’Idv si è opposto, dimostrando ancora una volta l’alleanza silenziosa tra gli altri partiti del Parlamento.

Non è una novità, il silenzio è mafioso.