Il 19 luglio di 19 anni fa moriva Paolo Borsellino. Un semplice magistrato finché era in vita, un eroe da quando è morto, come se quella strage avesse dato valore a tutto il suo lavoro: se la mafia ti ha ucciso, allora forse stavi facendo la cosa giusta.
E invece no, non è così. Paolo Borsellino era un eroe già prima di morire, tanto quanto Giovanni Falcone e tutti gli altri magistrati di Palermo. Tanto quanto chi questo lavoro lo fa adesso, tanto quanto chi lo farà.
Anzi no, non è neanche così, perché chiamarli eroi è solo una giustificazione alla nostra piccolezza. Le persone trovano un alibi per la loro omertà, per il loro silenzio, dicendo che chi non sta zitto, chi combatte è un eroe e con questa scusa continuano la loro esistenza senza alzare mai la testa, perché loro non sono eroi e gli fa comodo.
Quando i giornali, la televisione, i media in generale santificano Roberto Saviano, Peppino Impastato, lo stesso Borsellino, vorrei che qualcuno li fermasse e dicesse: “state sbagliando tutto! Loro non sono eroi, sono persone come noi, fatte di carne, di ossa, con le loro debolezze e con le loro paure”.
Ma nessuno lo fa. Anzi, continuano tutti a portare sempre più in alto questi santini, così da poterli allontanare a tal punto da un’immagine terrena per potersi poi giustificare.
Certo, rendere atto a queste persone del loro lavoro e del loro coraggio è già qualcosa, il rovescio della medaglia è la denigrazione, la diffamazione, “loro possono farlo perché hanno le spalle coperte”, “chissà quanto li pagano per fare questo mestiere”.
Saviano non ha scritto Gomorra, dice solo cose che tutti già sanno, Peppino Impastato era un pericoloso estremista, magari un terrorista, e chissà che Falcone e Borsellino non facessero affari con la mafia.
Così si giustifica chi non ha giustificazioni, così parla chi non vuol parlare. Paolo Borsellino, così come tutti gli altri “eroi non eroi” che ho citato – e come tutti quelli che non ho citato, ma che combattono con la stessa fierezza anche a costo della loro vita – devono essere esempi di uomini e di donne, non di santi e di sante laici.
Non possiamo permettere che altre persone come noi muoiano per noi, nel silenzio generale prima della beatificazione postuma. Non possiamo più nasconderci dietro un’icona, non possiamo più lasciar fare agli altri quello che potremmo fare noi, perché – come disse Paolo Borsellino – “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.
