Disastro nucleare GiapponeCi sono due motivi per cui nel Giappone sono presenti così tante centrali nucleari – 18 per l’esattezza, per un totale di 55 reattori.
Il primo, il più ovvio, il più comprensibile, il motivo principale è quello della sfida energetica. Che piacciano o meno, che siano sicure o pericolose, è indubbio come – nonostante tutto – le centrali nucleari rappresentino ad oggi una grossa fonte di energia. Nel caso del Giappone, l’energia nucleare si traduce in circa il 30% del totale dell’energia prodotta. È d’altronde lo stesso motivo che porta o ha portato tutte le altre potenze ad impegnarsi nella stessa sfida, ad assumere gli stessi obiettivi (spesso e volentieri, l’indipendenza energica).

C’è poi un altro motivo, meno comprensibile, meno conosciuto, secondario ma non meno importante, ed è quello della sfida all’atomo, all’atomo in sé, all’atomo inteso come «l’unità più piccola ed indivisibile della materia», così come venne descritto da Democrito ed Epicuro.
Una sfida innanzitutto storica, assunta a partire dal 1945, quando il Giappone venne distrutto dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Fu allora, in concomitanza con l’avvio di un parallelo processo di democratizzazione interno e di pacificazione esterna, che l’Impero assunse l’obiettivo – taciuto, ma mai negato – di dimostrare al resto del mondo di come sarebbe riuscito a trasformare lo strumento impiegato per la sua distruzione nella causa del suo futuro successo; di come un meccanismo scientifico, che a quei tempi era per loro incontrollabile e imprevedibile, sarebbe diventato nel tempo una fonte di ricchezza controllata dalla volontà del Giappone e a proprio uso e consumo.

Proprio per quest’ultimo motivo, non solo in Giappone non si è mai sviluppato un vero e proprio dibattito pubblico in termini di “sì o no al nucleare”, ma storicamente la popolazione ha sempre spinto unanimemente verso una risposta affermativa sul tema, senza le discussioni – che io comunque trovo indubbiamente non evitabili – cui ad esempio noi siamo ormai abituati da decenni.

A distanza di tanti anni, anche questa volta il Giappone riuscirà a rialzarsi, nonostante tutto. Ci siamo riusciti noi in catastrofi di dimensioni simili, ci sono riusciti tanti altri, figurarsi loro, con un’educazione tutta particolare all’ordine, alla disciplina, non per ultima ad una testardaggine che potremmo definire in loro “congenita”. Sicuramente nei mesi a venire le centrali giapponesi riprenderanno la loro ordinaria produzione e molto probabilmente il piano nucleare giapponese riprenderà il proprio corso, pur con i dovuti accorgimenti che verranno osservati a partire da questa tragica esperienza.

Mi rendo conto di come sia probabilmente sbagliato – a questo punto – voler tentare un paragone tra il bombardamento atomico di allora e la tragedia umana di questi giorni, considerando che nell’ultimo caso le responsabilità sono in maggioranza riconducibili al sisma e al conseguente maremoto che hanno poi portato al pericolo nucleare. Tant’è che, semmai, i più hanno tentato un paragone con Chernobyl più che con Hiroshima e Nagasaki.
Ma certamente non sono inopportune alcune osservazioni a partire da qui.

E si dirà, nello specifico, di come quella sfida all’atomo di cui prima accennato – che se nel Giappone ha portato all’apertura di sì tanti impianti, permane e si espande comunque in altre forme anche dalla parte più occidentale del globo, la nostra, almeno con lo stesso spirito – si è in questi giorni rivelata evidentemente fallimentare; di come il mantra del “padroni a casa nostra” – inaugurato in Padania, ma nei fatti legittimamente pronunciabile da qualsiasi essere umano nei confronti della propria casa,  terra, Paese o pianeta che sia – diventi inequivocabilmente falso non appena si sposti il punto di vista in qualsiasi altro punto dello spazio infinito, fuori dai confini del nostro pianeta, oltre l’atmosfera terrestre, da cui si direbbe che semmai siamo “ospiti a casa di sconosciuti”; e infine di come la natura, già padrona a casa propria, non solo non nutre nessuna considerazione verso il proprie ospite (quale noi siamo), ma di come per sua natura (la “natura della natura”, gioco di parole) non può avere nessuna coscienza della nostra presenza e che per tanto agisce di proprio conto e nella totale indifferenza nei nostri confronti.

Questo, non si fraintenda, non preclude a priori la sfida, una sfida, qualsiasi essa sia. Ci mancherebbe, non dovrebbe e non deve. Se non si può ignorare la “natura della natura”, altrettanto non si potrà ignorare la natura dell’essere umano, già definita, ancor prima che dalle imprese dell’Impero nipponico, dai vari Prometeo, Icaro, Ulisse, Adamo ed Eva, non per ultimi dai fratelli Wright o da Jurij Gagarin, tanto per citare qualche nome (ché potrei farne tanti altri, volendo).
Significherebbe annichilirla, quella nostra natura, e reprimere un istinto umano che possiamo riconoscere come “primordiale” e che ha portato, nel corso della nostra storia, a un’estensione costante e proficua dei nostri orizzonti. Il punto è che una cosa non deve escludere necessariamente l’altra: si possono sfidare i limiti umani (intesi come del genere umano o del singolo uomo), superarli, ridefinirli, come si può tentare di trarre profitto da quello che ci è offerto dal nostro pianeta, ma non è necessario coltivare la pretesa di annullare le regole della natura o di poterla soggiogare al nostro controllo. Tutto sta nella coscienza, nella coscienza che genera conoscenza, direi.

Anche perché – impossibile negarlo – la storia è esplicita nel suo insegnamento e bisognerebbe assumerla più spesso a maestra. Altrimenti, più che ingenui, le nostre sarebbero pretese da idioti.