Da oggi sulla homepage di Die Brücke potete visualizzare un piccolo riquadro, gentilmente offerto dal sito dell’Istituto Bruno Leoni, che tiene costantemente aggiornati sulla contabilità relativa al debito pubblico italiano. Perché?
Innanzitutto credo sia doveroso, quando si cerca di fare informazione, porre l’accento sulle questioni principali che riguardano la vita pubblica, e poche cose come il debito pubblico riguardano tutti.
È bene introdurre e spiegare ciò di cui si parla, prima di discuterne, esattamente ciò che non si fa mai riguardo temi economici. Tutti oggi infatti sanno che l’Italia ha un alto debito pubblico che non ci permette di spendere e mette a rischio le finanze pubbliche, e si ripete questa filastrocca in ogni trasmissione, articolo di giornale, discussione pubblica (e non solo): ma si ha coscienza di ciò di cui si parla? Il “sentito dire” non è il miglior modo per affrontare questo genere di problema.
Cos’è il debito pubblico? Uno Stato sostiene delle spese per la fornitura di servizi pubblici (non solo, ma principalmente) che finanzia tramite la tassazione (anche se non è esattamente così).
Un’analisi spicciola ci consente di chiarire meglio le cose: in un ipotetico anno zero nel quale lo Stato inizia la sua attività di spesa, il debito è uguale a zero, non essendoci spese pregresse; nel periodo che va fino alla fine del primo anno (l’anno è l’arco temporale preso come unità di conto) lo Stato spende un ammontare usualmente definito come G, che può essere maggiore, minore o uguale all’ammontare raccolto mediante tassazione (da qui si evince come lo Stato non ha strettamente bisogno di tassare per spendere) che usualmente viene chiamato T.
Se G < T, lo Stato ha un avanzo di bilancio; se G = T, un pareggio di bilancio; se G > T, un disavanzo di bilancio.
È da sottolineare l’estrema semplificazione di terminologia e analisi, che potrebbe far storcere il naso gli “addetti ai lavori”, ma che permette una comprensione di più vasta scala, cosa che mi preoccupa assai di più. Ecco come – per esempio – si è parlato di Stato e non di amministrazione pubblica – insomma poco importa.
Delle tre opzioni succitate la più interessante è la terza, il disavanzo di bilancio. Se infatti uno Stato spende più di quanto incassi, logicamente ci si chiederà dove questi soldi vengano presi: ecco che col primo disavanzo si crea il primo stock di debito pubblico.
Al verificarsi del primo disavanzo, infatti, debito e disavanzo coincidono di ammontare, ossia D = G – T. Bisognerà perciò emettere (sotto l’egida del Tesoro) dei titoli, i cosiddetti titoli del debito pubblico (comunemente BPT, BOT, ecc.), che altro non rappresentano che promesse di pagamento contratte dallo Stato con i suoi finanziatori, che si dividono tra due mercati dove è possibile l’acquisto: il primario ed il secondario.
Nel primo i titoli sono venduti direttamente dal Tesoro a quelli che sono definiti acquirenti istituzionali, quali banche, amministrazioni centrali; nel secondo diviene possibile il riacquisto da parte di sottoscrittori comuni come imprese, famiglie, piccoli risparmiatori e così via.
È importante focalizzarsi sui primi periodi, in modo da poter estendere il ragionamento a lunghi archi temporali, come quelli della dinamica del debito pubblico.
Lo stock (l’ammontare di debito) non è però la variabile principale sulla quale concentrarsi. Cruciale è invece il rapporto tra debito pubblico e PIL (prodotto interno lordo) di uno Stato: questo perché non è importante il livello assoluto di indebitamento, quanto il livello relativo a ciò che un ente può permettersi di prendere a prestito e di ripagare in modo tranquillo e puntuale.
Basti pensare ad una azienda: per la latteria di provincia chiedere ad una banca un prestito di un milione di euro è una follia, per la Microsoft un onere assolutamente ragionevole.
Il rapporto tra debito e PIL è il nodo sul quale gli economisti spesso dissentono, in particolare sulla sua gestione e sul suo livello di guardia. Generalmente si può accettare l’ipotesi per la quale un livello oltre il 100% è preoccupante, anche se non è chiaro quale sia il “punto di rottura”, ossia il punto dopo il quale si ha un default o dove i mercati perdono fiducia, rifiutando i titoli.
Anche storicamente i casi sono molto disparati e non c’è una dinamica chiaramente spiegabile.
Continua su Debito pubblico, parte II.
Stefano Di Bucchianico

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