Continua da Debito pubblico, parte I.
Il debito pubblico è una forma di trasferimento degli oneri di spesa attraverso le generazioni e mediante gli interessi: oggi si finanzia un’infrastruttura pubblica, ma la spesa da sostenere verrà ripartita anche sulle generazioni future, che altrimenti si troverebbero a godere dei benefici di uno sforzo da loro non partecipato.
La gestione del debito pubblico riguarda quindi non solo una scelta mono-periodale, ma è una decisione che coinvolge anche le generazioni a venire.
Fondamentalmente i problemi derivanti da alto livello del debito sono quelli diretti sull’ammontare di investimenti: si parla in gergo di “effetto spiazzamento”. Ossia, dovendo finanziare le casse dello Stato per permettere di ripagare il dovuto, viene a crearsi in aggregato nell’economia una carenza di risorse da destinare all’investimento privato, per cui si abbassa il livello di domanda aggregata e di potenziale crescita del PIL.
Questo appunto è però facilmente contraddicibile pensando al fatto che i trasferimenti da debito sono sostanzialmente una partita di giro di tipo ragionieristico: i proventi da crediti sul debito potrebbero essere reinvestiti anch’essi dai privati che li ottengono.
Diventa così di fondamentale importanza capire gli effetti gravi di quattro questioni basilari:
- la nazionalità del debito;
- la gestione del debito;
- i tassi di crescita;
- la sovranità monetaria.
La nazionalità del debito attiene alla possibilità di comprare titoli di qualsiasi Stato da parte di qualsiasi acquirente. È importante capire che c’è una enorme differenza se i titoli di Stato sono detenuti da soggetti che possono concorre alla formazione del PIL locale o se esterni. Nel secondo caso, infatti, la partita di giro non è più tale e gli interessi da pagare sono tout court: è una fuoriuscita della ricchezza dai confini nazionali, privati così di risorse con le quali finanziare investimenti.
In questo ambito andrebbe poi visto anche il generale effetto che questo fenomeno (che ne rappresenta solo una parte) ha sulla bilancia dei pagamenti, il vero indice da vedere per tenere sotto controllo il debito estero: esso infatti non è meno importante di quello nazionale, come i tecnocrati a livello europeo stanno capendo ultimamente.
Non secondario è il fatto che controllare grosse porzioni di debito di un altro Stato sovrano è uno strumento che permette grandissima influenza e pressione politica: se infatti le politiche seguite non sono gradite dai creditori, questi possono minacciare il funzionamento stesso dell’economia e minarne le fondamenta.
La gestione del debito è invece una questione squisitamente politica, invece. O meglio: è politica all’interno dei paletti posti dall’Unione europea, come il famoso 60% del rapporto tra debito e PIL e il 3% del rapporto tra deficit e PIL.
In questo senso, leggere l’appello degli economisti al fu governo Prodi può aiutare a capire come gli approcci siano differenziati e non così netti ed univoci come si vorrebbe far credere. Loro, per esempio, proponevano di coprire annualmente solo la quota interessi, lasciando al contempo stabile il rapporto tra debito e PIL. Questo ad indicare che il drastico abbattimento voluto dal compianto Padoa-Schioppa, uno dei maggiori tecnocrati a livello mondiale (e quanto di meno affine ad un governo di sinistra ci possa essere), non era una scelta obbligata, ma appunto una scelta tra altre possibili alternative.
I tassi di crescita da tenere presenti sono due: quello del debito e quello del PIL. La variabile rapporto tra i due ci fornisce infatti quella che è una situazione di comparazione statica, che possiamo ritenere utile se immaginiamo di fermare il tempo ad una data precisa e compiere un’analisi della situazione.
Però – come forse saprete – questo è di dubbia utilità, in un’economia mutevole e soggetta a rapide scosse e shock. Da qui la preoccupazione degli istituti più disparati (ISTAT, Governo, BCE, FED, FMI, ecc.) di stimare volta per volta i ragionevoli tassi di crescita del PIL: questo fornisce invece una misura apprezzabile di quanto uno Stato potrà ottenere tramite tassazione e accrescimento generale della potenza economica per far fronte alla crescita corrispettiva del debito soggetta ai tassi di interesse vigenti sui mercati dei capitali.
Con la crisi economica, per esempio, si è visto un immutato regime dei tassi di interesse, o addirittura una situazione favorevole come il drastico abbattimento della percentuale di riferimento, che è arrivata in prossimità dello zero su decisione della BCE, che non è riuscita a compensare gli effetti sul rapporto tra debito e PIL derivanti dalla caduta del livello del PIL nei Paesi europei di diversi punti percentuale (a cui vanno sommate però per completezza le aumentate spese da parte degli Stati).
La sovranità monetaria è forse il punto più importante: c’è una differenza abissale fra l’utilizzare una moneta di cui si è proprietari o una che viene “presa a prestito”: la differenza che appunto intercorre fra gli Stati dell’Unione europea (da un lato) e USA, Giappone, Russia e così via (dall’altro).
L’Euro non è di proprietà di nessuno, non ha nazionalità, ragion per cui chi lo usa lo ottiene semplicemente in prestito da soggetti privati: uno Stato nazionale sovrano, quando sottoscrive dei titoli, materialmente dipende da chi glieli presta e deve sottostare alle condizioni che gli vengono imposte, ed in questo non gioca a favore il fatto che la BCE sia un’istituzione indipendente da tutti gli Stati e che non risponde a nessun governo.
C’è da fare attenzione al problema del signoraggio, e non è mia intenzione qui affrontarlo: le due cose infatti sono ben distinte, e mi voglio occupare solo del debito pubblico e delle sue peculiarità.
Gli USA, al contrario, hanno invece una moneta di proprietà statale. La FED vanta un controllo delle quantità da emettere e dei tassi di interesse, ma su di essa il Congresso ha comunque una certa influenza: il Governatore è nominato dal Presidente degli Stati Uniti e la moneta battuta è quella propria degli Stati federali – anche se questo non cancella i dubbi legittimi provenienti dalla proprietà della FED da parte di banche private, così come per la BCE.
Nel nostro caso, perciò, il livello del debito e la spesa per gli interessi su di esso costituiscono un serio problema: lo Stato non è proprietario della moneta, non usa comunque una moneta propria e quindi deve cercare di mantenere basso l’indebitamento per tenere a freno la speculazione sui mercati e sottostare al volere degli investitori: i recenti casi dei PIIGS ne sono la perfetta esemplificazione.
Ecco perché il Trattato di Maastricht imponeva determinati parametri: in caso di non rispetto degli stessi, i conti statali sarebbero incorsi in gravi difficoltà. E d’altronde, chi meglio di uno Stato come l’Italia, con quasi il 120% di debito sul PIL, può saperlo?
Come già accennato, il ruolo della Banca centrale è determinante, in quanto i tassi di riferimento sui titoli sono fissati direttamente dalla banca col tasso di sconto ufficiale, dal quale a cascata discendono tutti gli altri presenti sul mercato che si rifanno a calcoli e applicazione di vari spread rispetto a quello.
Una Banca centrale totalmente autonoma dal potere politico (anche se in molti casi della recente crisi si è visto che non è esattamente così) persegue degli obiettivi fissati per statuto, ed i tecnici che vi lavorano tendono a perseguirli con grande meticolosità. Ecco dunque che di nuovo tornano le differenze tra la BCE, totalmente devota a tenere l’indice armonizzato dei prezzi al consumo nell’area Euro sotto il 2%, e la FED, che non ha obiettivi così espliciti e stringenti ma che – insieme al controllo dei prezzi – deve tenere le condizioni per la piena occupazione.
Ci sarebbe ancora molto da approfondire, ma in un modo o nell’altro una cosa è chiara: comunque la si veda, la gestione del debito pubblico è una delle problematiche principali che devono essere poste, per noi e per le generazioni che ci seguiranno.
Stefano Di Bucchianico

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