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	<title>Die Brücke</title>
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		<title>Die Brucke cantato dal basso</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 21:50:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosalba Di Giuseppe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le redattrici e i redattori di Die Brucke intendono proseguire un percorso di informazione alternativa su diversi temi, scelti volta per volta, trattandoli in maniera originale, artistica e partecipativa. Ciascuno e ciascuna pone a disposizione le proprie competenze, le proprie attitudini per migliorare un circuito informativo, completamente autofinanziato e indipendente, nato online sotto forma di testata giornalistica ( legalmente registrata presso il Tribunale di Lanciano, n° 01/2011, ai sensi della legge n. 47 dell’8/2/1948) che, attraverso l’organizzazione di convegni e presentazioni di libri, vuole ristabilire un reale contatto tra i protagonisti del mondo della parola. Lo spirito che anima la redazione, situata in varie parti d’Italia, è quello di creare un ponte tra le diverse realtà comunicative, avvicinando persone fisicamente lontane, costruendo una comunità virtuale, che tuttavia ha bisogno di sguardi, volti e sorrisi per convincersi della sua autenticità e unicità, trasformando il rapporto tra redattore e lettore, dando un... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-XzPxIupOu4c/TpHh7x1lbRI/AAAAAAAAAJU/STZ_O5SzXNs/s1600/L%2527italia+cantata+dal+basso.jpg" alt="" width="171" height="240" />Le redattrici e i redattori di Die Brucke intendono proseguire un percorso di informazione alternativa su diversi temi, scelti volta per volta, trattandoli in maniera originale, artistica e partecipativa.<br />
Ciascuno e ciascuna pone a disposizione le proprie competenze, le proprie attitudini per migliorare un circuito informativo, completamente autofinanziato e indipendente, nato online sotto forma di testata giornalistica ( legalmente registrata presso il Tribunale di Lanciano, n° 01/2011, ai sensi della legge n. 47 dell’8/2/1948) che, attraverso l’organizzazione di convegni e presentazioni di libri, vuole ristabilire un reale contatto tra i protagonisti del mondo della parola.</p>
<p>Lo spirito che anima la redazione, situata in varie parti d’Italia, è quello di creare un ponte tra le diverse realtà comunicative, avvicinando persone fisicamente lontane, costruendo una comunità virtuale, che tuttavia ha bisogno di sguardi, volti e sorrisi per convincersi della sua autenticità e unicità, trasformando il rapporto tra redattore e lettore, dando un aspetto nuovo al giornalismo partecipativo.<span id="more-3018"></span></p>
<p>Ci siamo presentati, conosciuti, la scorsa estate, a <strong>Lanciano</strong>, in Abruzzo, con il convegno <em>Se è notte si farà giorno</em>, che ha visto partecipare due importanti protagonisti dell’antimafia:<strong> Antonio Mazzeo</strong>, giornalista antimafia e attivista del movimento No Ponte, e <strong>Pino Masciari</strong>, prima imprenditore, poi testimone di giustizia e ora pedagogista di legalità.</p>
<p>Vogliamo rivederci, riconoscerci, <strong>domenica 27 maggio all’ Auditorium Istituto Palatucci</strong> <strong>di Campagna</strong> (Salerno). Con la collaborazione del <a href="http://www.fdgcampagna.it/">Forum Giovani di Campagna</a> il gruppo Die Brucke si impegna ad organizzare la presentazione del libro <em>L’Italia cantata dal basso. Finestre sbieche sul Belpaese</em> del giornalista-scrittore <a href="http://orsattipietro.wordpress.com/">Pietro Orsatti.</a> L’idea è quella unire il linguaggio musicale eseguito dall&#8217;orchestra dei ragazzi della scuola che ospita l&#8217;evento, quello teatrale realizzato da <a href="http://soniaferrarotti.wordpress.com">Sonia Ferrarotti</a>, operatrice e regista teatrale, e quello artistico, proposto dall’artista lucano <a href="http://www.salvatorelabattaglia.com/">Salvatore La Battaglia.</a> E&#8217; previsto un intervento del giornalista Carmine Cocozza.</p>
<p>Vi terremo aggiornati attraverso il <a href="http://eventidiebrucke.wordpress.com/">blog</a> creato ad hoc.</p>
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		<title>Gocce di riflessione sul mondo del lavoro &#8211; Parte I</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 14:52:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Iannotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri Liberi]]></category>
		<category><![CDATA[colloquio di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[curriculum]]></category>
		<category><![CDATA[datore di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[mondo del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[selezionatore]]></category>

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		<description><![CDATA[Il discorso sul lavoro merita un’attenzione particolare di per sé, ed in questi giorni ancora di più. Si parla spesso di mondo del lavoro o di “mercato”, stando a significare un universo vasto e complesso, nel quale le ricette, spesso contraddittorie le une contro le altre, non sono mai esaustive. Mi piace precisare che, almeno a livello ideal-tipico, trattandosi di un mercato dovrebbe aver luogo l’incontro tra la domanda di prestazioni di utilità e l’offerta delle medesime, il tutto perfezionato dal contratto. Vi risulta che questo accada? Non mi pare proprio. Chiaramente, il più grande spartiacque è tra chi il lavoro l’ha, ed in modo “sicuro” e “dignitoso”, e chi non ce l’ha né sicuro né dignitoso, o non ce l’ha affatto; uso le virgolette per quegli aggettivi perché si potrebbe aprire una discussione, e presto ho intenzione di farlo, solo su quelle due grandezze (spesso illusorie, o sinonimo di... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://www.sicilia.anfe.it/sized_img/1210064850-436.jpg" alt="" width="328" height="199" />Il discorso sul lavoro merita un’attenzione particolare di per sé, ed in questi giorni ancora di più. Si parla spesso di mondo del lavoro o di “mercato”, stando a significare un universo vasto e complesso, nel quale le ricette, spesso contraddittorie le une contro le altre, non sono mai esaustive. Mi piace precisare che, almeno a livello ideal-tipico, <strong>trattandosi di un mercato dovrebbe aver luogo l’incontro tra la domanda di prestazioni di utilità e l’offerta delle medesime, il tutto perfezionato dal contratto</strong>. Vi risulta che questo accada? Non mi pare proprio. Chiaramente, il più grande spartiacque è tra chi il lavoro l’ha, ed in modo “sicuro” e “dignitoso”, e chi non ce l’ha né sicuro né dignitoso, o non ce l’ha affatto; uso le virgolette per quegli aggettivi perché si potrebbe aprire una discussione, e presto ho intenzione di farlo, solo su quelle due grandezze (spesso illusorie, o sinonimo di appiattimento prestazionale e professionale).</p>
<p>Come pare chiaro, intendo concentrarmi sui problemi dell’assenza del lavoro senza inerpicarmi, almeno per ora, all’interno dei problemi di chi il lavoro lo ha. Per fare questo mi pare metodologicamente corretto agire su tre fronti, riprendendo lo schema ideal-tipico di cui sopra, cioè: 1) il datore di lavoro; 2) il lavoratore; 3) il contratto (la regolazione del rapporto di lavoro).<span id="more-3008"></span></p>
<p>Gli ultimi due punti potranno essere analizzati in un altro contesto, ora mi vorrei concentrare sul primo. È chiaro che occorre <strong>innanzitutto distinguere tra lavoro regolarizzato e lavoro clandestino (lavoro nero)</strong>; in quest’ultimo, non solo viene meno il momento e l’elemento del contratto, ma si assiste ad uno scivolamento dei diritti del lavoratore a favore del datore di cui è piuttosto ovvio disquisire. Mi preme, però, sottolineare che spesso, specie in periodi come questo, il lavoro nero sia un male minore, per il quale il soggetto pur di lavorare accetta minori tutele (e spesso minore salario) e l’imprenditore, pur ben disposto ad assumere regolarmente, si vede costretto a ricorrere a questo strumento per via dell’eccessivo peso fiscale sulla unità di lavoro. Intendo dire che, seppur legalmente non giustificabile, a mio avviso, in certi momenti e a certe condizioni di civiltà tra datore e lavoratore, il lavoro nero è anche moralmente “sopportabile”.</p>
<p>Nell’alveo dei rapporti di lavoro normati dai contratti, il ruolo del datore di lavoro, si deve articolare a seconda del tipo di impresa (o ente) che costui rappresenta; intendo dire che è un conto è il micro-imprenditore di una impresa a carattere familiare, un conto è la grande industria oppure la multinazionale, nella quale, oltre alla dimensione, contano altri asset politici, economico-giuridici e di cultura del lavoro. È palese che non solo il rapporto personale sia più visibile e consistente nei primi tipi di realtà, ma c’è anche una maggiore tendenza a fidelizzare il lavoratore perché la sua fuoriuscita è un danno economico (peso delle liquidazioni, TFR, ecc.) oltre che professionale ed umano, perché il lavoratore che spesso è un professionista o un operaio specializzato, deve essere rimpiazzato, qualora non fuoriesca per motivi economici legati all’impossibilità di mantenere quell’unità attiva.</p>
<p>Venendo al <strong>ruolo del datore di lavoro</strong>, e quindi mettendo tra parentesi aspetti estranei alla sua volontà, è chiaro che il suo ruolo si articola nei tre momenti fondamentali dell’assunzione (e relative procedure), del mantenimento del rapporto di lavoro, ed infine della sua risoluzione per i più diversi motivi. Il secondo punto, se si tratta di un rapporto regolare di lavoro, non desta particolari preoccupazioni se non quelle legate ad eventuali episodi di mobbing, abusi di ogni genere ed intensità, ecc. In questi casi, almeno in teoria, esistono strumenti legislativi per tutelare la parte debole, ed infatti vorrei insistere su delle carenze sistemiche non messe nemmeno a fuoco dalla normativa e dalla cultura del lavoro in Italia; quindi i punti dolenti sono nel primo e nel terzo momento. Per brevità, mi concentrerò sul primo, rimandando la discussione sul terzo, in tutta la sua attualità (e proprio perché se ne parla già molto), ad altra sede.</p>
<p><strong>Il momento dell’assunzione</strong> è delicato e spesso troppo trascurato dal datore di lavoro. Certamente, in una piccola realtà si procederà per conoscenza diretta del candidato lavoratore, magari su segnalazione di amici e parenti dell’imprenditore, ma è per forza di cose che costui dovrà scegliere in modo adeguato un lavoratore efficiente visto le dimensioni ridotte “che non permettono sprechi ed errori”. Le altre situazioni, invece, sono a mio modesto parere più degne di nota. Spesso, infatti, accade che le assunzioni siano effettuate o attraverso il ricorso ad apposite strutture o ad apposite figure di “selettori” che possono essere interni od esterni all’azienda. Ebbene, <strong>qui inizia la nota dolente</strong>. Le strutture non funzionano giacché non sono efficaci nella comunicazione del bisogno dell’imprenditore e non hanno dei filtri adeguati in grado di “scremare” l’afflusso, spesso effettuato via posta elettronica, di curricola. Quando parlo di filtri intendo dire sia una componente strutturale sia una componente di selezione attiva da parte di personale specifico per quel ruolo. In quest’ultimo caso, infatti, veniamo ad un problema che riguarda proprio la figura del selettore, “del tipo del colloquio”, che come dicevo può essere interno o esterno all’impresa.</p>
<p><strong>Spesso, i selettori sono figure del tutto approssimate, senza una reale capacità di discernere tra i vari curricola sapendoli leggere ed analizzare a dovere</strong>. In più, frequentemente sono culturalmente dozzinali con un comportamento ai limiti della rozzezza. A volte accade che questi selettori siano persone con un grado d’istruzione inferiore rispetto ai candidati presi in esame, addirittura occorre che sia proprio il livello culturale generale a scadere al di sotto di chi è oggetto di esame. Succede, e questo è un dato di cronaca, che ad un colloquio di selezione per un agente immobiliare presso una sede prestigiosa di Roma (e non di un paesello della Sicilia) il selettore non riesca a capire il nesso tra il vendere le case e la figura di un laureato in Architettura col massimo dei voti ed abilitato alla professione al primo tentativo; magari una figura del genere potrebbe saper valorizzare un immobile invendibile. Se si osserva la fattispecie del selettore, si nota come (mi riferisco ancora al caso concreto) <strong>chi è stato posto lì non avesse né i requisiti professionali né mentali per poter operare una selezione</strong>, essendo palesemente una persona dalla cultura molto mediocre e non avendo un iter formativo ad hoc, ma solo qualche mese di vendita all’attivo.</p>
<p>Il caso più “fortunato”, seppur sempre negativo, si ha quando tali figure sono dei semplici laureati che frequentano dei master privati (quindi senza grandi selezioni per l’ingresso e senza una sostanziale preparazione… se paghi ottieni il titolo). <strong>Paradosso dei paradossi: dei non selezionati che selezionano</strong>. Spesso, infatti, sono figure di tecnici o laureati in Economia prestati ad un settore che, invece, deve prevedere un fortissimo back-ground umanistico. Non si può pretendere di affidare un posto di lavoro solo sulla base di un test di gruppo in cui si chiede cosa faresti su un isola deserta, a seguito di un naufragio, con la sola possibilità di portare con te due cose a scelta in una lista. Tra l’altro, oltre ad essere palesemente insufficiente, questa indicazione fa sì che ci siano delle collocazioni a caso: gente laureata in posti di fatica, mentre persone con la licenza media e che parla a stento l’italiano a contatto con clientela facoltosa. Lo dico con il rispetto massimo che si deve a chi non ha potuto o voluto proseguire gli studi. Ma ci sono delle considerazioni ovvie da fare che passano oltre un perbenismo di facciata. Un caso come questo è occorso al sottoscritto, è la registrazione delle dinamiche di assunzione di una grande multinazionale della grande distribuzione di origine francese. Questi esempi mostrano rispettivamente: a) ignoranza culturale del selettore; b) inconsistenza della sua figura e della sua preparazione specifica; c) ricorso a strumenti che da soli non possono dire nulla se non analizzati da un vero professionista. Come a dire: una lastra è un ausilio diagnostico per il medico, ma la diagnosi completa spetta a lui non alle macchine.</p>
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		<title>Diaz: l&#8217;horror dell&#8217;anno</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 18:04:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valerio Moggia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e spettacolo]]></category>
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		<category><![CDATA[Daniele Vicari]]></category>
		<category><![CDATA[Diaz]]></category>
		<category><![CDATA[Diaz -Don't clean up this blood]]></category>
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		<category><![CDATA[Jennifer Ulrich]]></category>
		<category><![CDATA[massacro della Diaz]]></category>

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		<description><![CDATA[Osservare i pestaggi, le violenze dei poliziotti sugli occupanti della scuola, che piangono, si rannicchiano su stessi, fuggono, terrorizzati. Trovarsi di fronte ad una tale barbarie, per giunta nella prima parte del film, in maniera così imprevista ed inspiegata (perché solo più tardi capiremo cosa stava dietro a quel blitz). Vedere personaggi che avevamo appena iniziato a conoscere, ma che già ci avevano colpito, per la loro carica di vitalità e sincerità, ridotti a giocattoli in balia di sadici giocatori, mentre la loro vitalità viene di colpo annullata, fino a farli regredire ad uno stato infantile o peggio, animale (un concetto che non può non ricordare Salò di Pasolini). Ecco perché Diaz di Daniele Vicari è l’horror dell’anno. La “macelleria messicana” della scuola genovese, ed il secondo round alla caserma di Bolzaneto, sono il centro instabile del film, spezzettato e riproposto in più punti, in una struttura a elastico, che... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://www.diazilfilm.it/images/attori/attore3.jpg" alt="" width="160" height="230" />Osservare i pestaggi, le violenze dei poliziotti sugli occupanti della scuola, che piangono, si rannicchiano su stessi, fuggono, terrorizzati. Trovarsi di fronte ad una tale barbarie, per giunta nella prima parte del film, in maniera così imprevista ed inspiegata (perché solo più tardi capiremo cosa stava dietro a quel blitz). Vedere personaggi che avevamo appena iniziato a conoscere, ma che già ci avevano colpito, per la loro carica di vitalità e sincerità, ridotti a giocattoli in balia di sadici giocatori, mentre la loro vitalità viene di colpo annullata, fino a farli regredire ad uno stato infantile o peggio, animale (un concetto che non può non ricordare <em>Salò</em> di Pasolini). Ecco perché <strong><em>Diaz</em> di Daniele Vicari è l’horror dell’anno</strong>.</p>
<p>La “macelleria messicana” della scuola genovese, ed il secondo round alla caserma di Bolzaneto, sono il centro instabile del film, spezzettato e riproposto in più punti, in una struttura a elastico, che parte e torna indietro, fornendo più punti di vista. È così che, solo più avanti nella pellicola, iniziamo a capire il significato di una bottiglietta lanciata in una strada, e di altri piccoli dettagli.<span id="more-2981"></span></p>
<p><strong>Il volto di Alma</strong> (una sorprendente Jennifer Ulrich) diventa un simbolo dell&#8217;intera vicenda: una bellezza semplice e sincera (quella della gioventù) deturpata e sfregiata. Nel finale, mentre esce insieme ai suoi compagni dal carcere di Voghera, vede la madre e, in un sorriso malinconico tra il pianto e la felicità, si copre con la mano lo sfregio che ha sul volto. La violenza nascosta, chiave non del film ma delle successive riflessioni del pubblico: nascosta da una ragazza davanti alla propria madre, e nascosta dallo Stato davanti alla cittadinanza.</p>
<p>È l’horror dell’anno perché<strong> i poliziotti che irrompono sono uomini senza volto, quasi dei mostri, grossi e oscuri, che corrono veloci e quasi sfuggono alle telecamere.</strong> Perché, dopo il loro passaggio, restano solo feriti, ragazzi stesi a terra nel sangue. Pochissimi i poliziotti di cui vediamo la faccia (tra cui Claudio Santamaria, molto bravo), che spesso resta fuori campo, lasciandoci entrare la voce e le mani. Sono come gli alieni dei film di fantascienza degli Anni Cinquanta, o i mostri assetati di sangue degli horror Anni Settanta, un male irrazionale, col quale non si può ragionare (difatti, picchiano indiscriminatamente donne, vecchi, giornalisti, ragazzi con le mani alzate, e poi tornano a picchiare i feriti, come se traessero forza dallo stesso perpetrarsi della violenza).</p>
<p>La critica principale che viene fatta a <em>Diaz</em> è che <strong>non vengono fatti i nomi dei responsabili del massacro</strong>, vediamo solo gente distinta sedersi attorno ad un tavolo, parlare e decidere, e ordinare a gente in divisa di fare l’irruzione. Ma chi fa questa critica, forse, non ha compreso di che film stiamo realmente parlando: <em>Diaz</em> non è un documentario, e nemmeno un vero e proprio film-indagine, sebbene si ispiri dichiaratamente a fatti realmente accaduti. <strong>È un film di denuncia, che è tutta un’altra cosa</strong>. Anche <em>Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto</em> di Elio Petri era un film di denuncia, eppure non faceva nomi, nonostante anche lì il tema fosse la violenza della polizia, la privazione dei diritti dei cittadini, e la sostanziale impunità di cui godono le forze dell’ordine.</p>
<p>Anzi, la scelta di non fare nomi, di lasciare che siano figure misteriose a ordire il blitz alla Diaz, è addirittura perfetta. D’altronde, cosa ci hanno detto le inchieste giudiziarie? Solo alcuni, pochissimi, dei poliziotti coinvolti sono stati identificati, e anche meno hanno subito condanne, e i vertici sono stati tutti assolti. Anche qui, non abbiamo veri colpevoli, ma il massacro c’è stato: qualcuno l’ha pianificato, qualcuno l’ha ordinato, e qualcuno l’ha compiuto. <strong>Volti senza nome, e manganelli senza volto</strong>. Come in un film horror.</p>
<p>La polizia non ci fa una bella figura, sebbene tra Claudio Santamaria e la più giovane collega in divisa emergano delle figure in grado di farsi degli scrupoli. Due sono troppo pochi? Troppo poco incisivi? Certo, come lo sono stati quegli agenti che non erano d’accordo con le violenze: anime silenziose, schive, e per questo rimaste sullo sfondo, in quel limbo dove la colpevolezza si confonde con la complicità.</p>
<p>Ma <em>Diaz </em>è anche il film italiano dove ho visto il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=W64kWbBSRRw" target="_blank">miglior utilizzo di effetti speciali digitali degli ultimi tempi</a>, una vera sorpresa in un Paese dove il cinema sembra, a volte, essere rimasto indietro di qualche anno rispetto al resto del mondo.</p>
<p>Due film ho citato, in questa recensione, in riferimento a <em>Diaz</em>: sono <em>Salò o le 120 giornate di Sodoma </em>(di Pier Paolo Pasolini, 1975) e <em>Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto </em>(di Elio Petri, 1970). Entrambi fanno una critica sociale raccontando eventi surreali ed estremizzati, al fine da rendere più rilevante la distorsione democratica e la disumana violenza del potere agli occhi del pubblico. Anche <em>Diaz</em> è surreale ed estremo, ma non per scelta degli sceneggiatori o del regista, perché proprio così, surreale ed estremo, è stata la vicenda della Diaz. Dopo una trentina d’anni, la realtà ha raggiunto il cinema, ma era un traguardo che avremmo preferito rimanesse distante.</p>
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		<title>I viaggiatori</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 19:08:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Pianezzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri Liberi]]></category>
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		<description><![CDATA[Le stazioni ferroviarie in Sardegna sono tappe di un viaggio nel passato. I treni che arrivano, che partono e riposano, in Sardegna, sono vecchi, hanno i colori delle cose antiche, il colore tenue della vegetazione sarda. Il loro camminare è quello di un vecchio che arranca, rallenta, accelera poi, con il bastone a sostenere quell’andare a singhiozzi, a tentoni. Questa è una dimensione in cui il tempo è scandito dai soli viaggiatori, non un solo segno nella natura e negli artifici umani dei miei anni lontano da qui. Il mio libro da viaggio è “Per l&#8217;alto mare aperto” di Eugenio Scalfari e anche il suo, quello di Scalfari, è un viaggiare nel tempo alla ricerca di radici. Il suo viaggio è fatto di incontri significativi e inizia con Diderot. Poi nelle sue pagine salta fuori il nome di Odisseo e con lui tutto il mondo greco dei miti e degli... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.diebrucke.it/i-viaggiatori/141316il-viaggiatore-sopra-il-mare-di-nebbia-1818-posters-2/" rel="attachment wp-att-2990"><img class="size-full wp-image-2990 alignleft" src="http://www.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/141316Il-viaggiatore-sopra-il-mare-di-nebbia-1818-Posters1.jpeg" alt="" width="338" height="450" /></a>Le stazioni ferroviarie in Sardegna sono tappe di un viaggio nel passato. I treni che arrivano, che partono e riposano, in Sardegna, sono vecchi, hanno i colori delle cose antiche, il colore tenue della vegetazione sarda. Il loro camminare è quello di un vecchio che arranca, rallenta, accelera poi, con il bastone a sostenere quell’andare a singhiozzi, a tentoni. Questa è una dimensione in cui il tempo è scandito dai soli viaggiatori, non un solo segno nella natura e negli artifici umani dei miei anni lontano da qui.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il mio libro da viaggio è “Per l&#8217;alto mare aperto” di Eugenio Scalfari</strong> e anche il suo, quello di Scalfari, è un viaggiare nel tempo alla ricerca di radici. Il suo viaggio è fatto di incontri significativi e inizia con Diderot. Poi nelle sue pagine salta fuori il nome di Odisseo e con lui tutto il mondo greco dei miti e degli eroi. E Odisseo diventa il mio compagno in questo viaggio di ritorno a casa, dei miei eterni ritorni ed eterne partenze. Il sentimento di Odisseo, anche se ancora non sapeva nominarlo, è la <strong>nostalgia</strong>. Odisseo non sapeva dargli un nome perchè il termine risale al XVII secolo, ma il suo significato è greco, come anche la sua radice: νόστος significa ritorno e άλγος significa dolore. Il “dolore del ritorno” nasce da un&#8217;impossibilità temporale di rivivere il passato e da un&#8217;impossibilità spaziale di ritornare a casa. E&#8217; qualcosa che assomiglia alla malinconia (la bile nera dei greci) e al rimpianto, ed è un sentimento tutto umano.<span id="more-2986"></span></p>
<p align="JUSTIFY">Sopravvissuto a tante avventure e a tanti personaggi (Polifemo, i Lestrigoni, Circe, le Sirene&#8230;), Odisseo giunge nell&#8217;isola di Oggigia dove viene trattenuto per sette anni dalla ninfa Calipso. Calipso, “colei che nasconde”, è una ninfa, una divinità minore della natura. Si innamora di uomini e dèi e di entrambi condivide in parte il destino. Calipso offre in dono ad Odisseo l&#8217;immortalità, pane di cui possono mangiare gli dei, ma non gli uomini. Ma<strong> che cos&#8217;è l&#8217;immortalità</strong>?</p>
<p align="JUSTIFY">“Calipso: Che cos&#8217;è vita eterna se non questo accettare l&#8217;istante che viene e l&#8217;istante che va? L&#8217;ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos&#8217;è stato finora il tuo errare inquieto?</p>
<p align="JUSTIFY">Odisseo: Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa&#8230;Quello che cerco l&#8217;ho nel cuore, come te.”</p>
<p align="JUSTIFY">Gli dèi non provano la nostalgia, perchè la loro vita è vita senza tempo. Il tempo e il luogo sono le dimensioni che condannano l&#8217;uomo Odisseo alla nostalgia, alla ricerca continua per ritrovare ciò che è perduto. Il rischio del viaggio è la solitudine. E Pavese fa dire a Calipso queste parole: “Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare.” Ogni ritorno è un&#8217;altra partenza e <strong>il senso del viaggio diventa il viaggiare</strong>. Così Odisseo una volta tornato a casa, lo scrive Dante, deve ancora ripartire. La sua casa, la mia isola, sono le radici, ma non forse il senso ultimo, la tappa finale del viaggio. Odisseo non lo sapeva, non conosceva il suo destino di eterno viaggiatore, e questo è il suo dramma: l&#8217;errare inquieto è sua condizione esistenziale.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa è la storia di Odisseo ed il motivo per cui Odisseo è diventato il simbolo dell&#8217;uomo moderno. Non è l&#8217;Odisseo di Dante che della conoscenza inappagabile fa il senso di ogni viaggio: “né dolcezza di figlio, né la pietà del vecchio padre, né il debito d&#8217;amore lo qual dovea Penelopè far lieta, vincer potero dentro a me ll&#8217;ardore ch&#8217;i&#8217; ebbi a divenir del mondo esperto, ma misi me per l&#8217;alto mare aperto&#8230;”</p>
<p align="JUSTIFY">Il compagno del mio viaggio, dei nostri viaggi, è l&#8217;Odisseo di Pavese, il suo vagare nostalgico e il suo destino incerto, l&#8217;uomo condannato a ripartire: “Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi.”</p>
<p align="JUSTIFY">Il mio treno è arrivato.</p>
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		<title>Utopia Brasil</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 14:06:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Onesti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scrittore, regista, giornalista e autore teatrale, Pietro Orsatti ha stabilito un rapporto approfondito con il Brasile, tornandoci diverse volte e realizzando su questo Paese quattro documentari: Utopia Luar (2004), Fome zero sede zero (2004), Gli angeli del Brasile (2005), Lona Preta (2005). &#8220;C&#8217;è un Brasile che dilania la nostra identità di europei e occidentali. E perfino un Brasile che manda a rotoli convinzioni, ipocrite, di identità e morale&#8221;.  Il brano citato è parte dell&#8217;incipit di Utopia Brasil, e-book di Pietro Orsatti edito da poco da Errant Editions, acquistabile su internet, a soli 2 €, a questo indirizzo. Una raccolta di materiale eterogeneo: dalla pagina di diario al reportage sulla prostituzione minorile, condotto nelle città di Recife, Fortaleza e Rio de Janeiro, all&#8217; intervista a Marcelo Barros, teologo vicino ai movimenti sociali brasiliani, in particolare a quello dei &#8220;Sem terra&#8221;, i lavoratori senza terra del Brasile. L&#8217;e-book offre in poche pagine... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.diebrucke.it/utopia-brasil/utopia-brasil-2/" rel="attachment wp-att-2958"><img class="alignleft size-medium wp-image-2958" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" title="utopia Brasil" src="http://www.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/utopia-Brasil1-162x230.jpg" alt="" width="162" height="230" /></a>Scrittore, regista, giornalista e autore teatrale, <strong>Pietro Orsatti</strong> ha stabilito un rapporto approfondito con il Brasile, tornandoci diverse volte e realizzando su questo Paese quattro documentari: <em>Utopia Luar (2004), Fome zero sede zero (2004), Gli angeli del Brasile (2005), Lona Preta (2005).</em></p>
<p>&#8220;C&#8217;è un Brasile che dilania la nostra identità di europei e occidentali. E perfino un Brasile che manda a rotoli convinzioni, ipocrite, di identità e morale&#8221;.  Il brano citato è parte dell&#8217;incipit di <em>Utopia Brasil</em>, e-book di Pietro Orsatti edito da poco da Errant Editions, acquistabile su internet, a soli 2 €, a <a href="http://www.lulu.com/shop/pietro-orsatti/utopia-brasil/ebook/product-18897156.html;jsessionid=200DDA0132654490C222FD85B8B73E62">quest</a><a href="http://www.lulu.com/shop/pietro-orsatti/utopia-brasil/ebook/product-18897156.html;jsessionid=200DDA0132654490C222FD85B8B73E62">o indirizzo</a>.</p>
<p>Una raccolta di materiale eterogeneo: dalla pagina di diario al reportage sulla prostituzione minorile, condotto nelle città di Recife, Fortaleza e Rio de Janeiro, all&#8217; intervista a Marcelo Barros, teologo vicino ai movimenti sociali brasiliani, in particolare a quello dei <strong>&#8220;Sem terra&#8221;, i lavoratori senza terra del Brasile.</strong></p>
<p>L&#8217;e-book offre in poche pagine spunti molto interessanti.<span id="more-2956"></span></p>
<p>Pietro Orsatti racconta la figura di Frei Betto, il frate domenicano tra i maggiori esponenti della <strong>Teologia della liberazione</strong>, figura storica della lotta alla dittatura militare, ideatore del programma &#8220;Fame zero&#8221; durante il primo governo Lula e poi critico nei confronti dell&#8217;amico presidente  per le scelte neoliberiste del suo governo. Betto spiega che il progetto &#8220;Fame zero&#8221;, che combatteva la povertà attraverso comitati di gestione degli aiuti governativi, è stato snaturato, ridotto da programma che prevedeva la partecipazione e l&#8217;autodeterminazione a semplice programma assistenzialista.</p>
<p>Ma il Brasile è anche un modo di riflettere sulla stanchezza ideologica di noi italiani ed europei. &#8220;&#8216;Utopia&#8217; è &#8220;una parola che voi europei non amate molto, ma in America latina questo è un termine che ha invece molta forza. Credere nell&#8217;utopia significa sperare in un miglioramento ed essere capaci di lottare per questo&#8221;, sono ancora parole di Frei Betto.</p>
<p>Anche nell&#8217;intervista con Marcelo Barros ci sono molte critiche a Lula, in particolare si affronta il problema delle fortissime diseguaglianze che persistono nel paese, della mancata riforma agraria e dell&#8217;abbandono dello sviluppo industriale a vantaggio dell&#8217;esportazione dei prodotti agricoli, in particolare la soia. Con le parole di Barros: &#8220;Ci si concentra sull&#8217;<strong>agro-business</strong> perché è quello che gli istituti internazionali e i nostri creditori ci chiedono e ci impongono.&#8221; Lula, in ogni caso, ha rappresentato per il Brasile una svolta davvero epocale, quella che ha portato il Partito dei Lavoratori (PT) al governo per la prima volta, e che ha lanciato il Brasile tra i paesi di economia emergente a livello mondiale. Barros specifica nell&#8217;intervista (che è stata fatta prima della scadenza del secondo mandato Lula e prima dell&#8217;elezione di Dilma Rousseff) che il suo voto per Lula è stato più un voto da sudamericano che da brasiliano: &#8220;Semplicemente, davanti alla trasformazione in atto in tutta l&#8217;America Latina, con l&#8217;avanzare in molti paesi di politiche e governi di sinistra e con l&#8217;affermarsi del <strong>bolivarismo</strong>, della sua portata democratica e rivoluzionaria, che il Brasile ritornasse alla destra nel corso di questa congiuntura sarebbe stato davvero pericoloso.&#8221;</p>
<p>E questi sono solo alcuni dei temi affrontati da questo e-book che ha il merito di unire il racconto con la chiarificazione di molti dei problemi e delle prospettive che si aprono nel futuro del Brasile.</p>
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		<title>La consapevolezza delle stragi</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 09:10:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valerio Moggia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è chiuso il processo d’appello per la strage di Piazza della Loggia, si è chiuso con l’assoluzione di tutti gli imputati. Nessuno è colpevole, e se nessuno ha messo la bomba, la bomba non è stata messa, la strage non è mai avvenuta, gli 8 morti e 102 feriti è come se non fossero altro che mere statistiche, i depistaggi dei servizi segreti restano solo delle voci. Perché, dopo tutti questi anni (era il 28 maggio 1974 quando quella bomba esplose in una delle piazze principali di Brescia), uno pensa che la verità sulla strategia della tensione, sul terrorismo, su Gladio, possa anche essere ammessa, visto che è una verità che, chi ha la testa per intenderla, già conosce. Perché uno crede che, dopo tutti questi anni, questo Paese possa anche muovere qualche passo sulla via della redenzione, e che le famiglie delle vittime possano veder cadere il muro... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://siatemaggioranza.files.wordpress.com/2011/06/tumblr_l34pbmerxq1qzfox9o1_500.jpg" alt="" width="280" height="210" />Si è chiuso il <strong>processo d’appello per la strage di Piazza della Loggia</strong>, si è chiuso con l’assoluzione di tutti gli imputati. Nessuno è colpevole, e se nessuno ha messo la bomba, la bomba non è stata messa, la strage non è mai avvenuta, gli 8 morti e 102 feriti è come se non fossero altro che mere statistiche, i depistaggi dei servizi segreti restano solo delle voci.</p>
<p>Perché, dopo tutti questi anni (era il 28 maggio 1974 quando quella bomba esplose in una delle piazze principali di Brescia), uno pensa che la verità sulla strategia della tensione, sul terrorismo, su Gladio, possa anche essere ammessa, visto che è una verità che, chi ha la testa per intenderla, già conosce. Perché uno crede che, dopo tutti questi anni, questo Paese possa anche muovere qualche passo sulla via della redenzione, e che le famiglie delle vittime possano veder cadere il muro di gomma delle istituzioni reticenti, che hanno deciso di stendere un velo oscuro su quegli anni.</p>
<p>Perché, quel 28 maggio, qualcuno diede l’ordine ai pompieri di intervenire in Piazza della Loggia a pulire tutte le tracce della strage con le autopompe; perché qualcuno fece scomparire i reperti prelevati dai cadaveri; perché <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2002/agosto/22/Pecorella_indagato_pagato_pentito__co_0_0208228369.shtml" target="_blank">qualcuno pagò il pentito Martino Siciliano per scagionare Delfo Zorzi</a>.<span id="more-2969"></span></p>
<p>Da molto tempo, dovremmo saperlo, <strong>lo Stato ha rinunciato a fare chiarezza sugli anni della strategia della tensione</strong>, ha rinunciato a spiegare e dire i nomi di quegli apparati delle istituzioni che finanziarono, appoggiarono e coprirono gli stragisti. Così, non ci resta che rassegnarci ad una verità che resterà non detta, incompleta. Ma il pericolo, oggi, non sono più le bombe, ma qualcos’altro, anche peggiore, se vogliamo: <strong>dimenticarsi delle bombe</strong>.</p>
<p><strong>I programmi scolastici di storia non arrivano mai a parlare degli anni di piombo, si fermano prima</strong>, alla bella Italia salvata dagli americani e rilanciata dal piano Marshall, dove tutto andava bene e la popolazione procedeva unita verso un’epoca di pace e prosperità. Mentre le condizioni pietose dei lavoratori spingevano i sindacati a manifestare sempre più di frequente, e lo Stato reprimeva. Evitano agilmente di soffermarsi su Portella della Ginestra, dove quella strategia fu applicata per la prima volta, e sulla misteriosa morte di un bandito e del suo luogotenente; si rifiutano di citare quando, assieme agli aiuti economici, alla fine degli Anni Quaranta gli americani ci mandarono anche gli agenti segreti. Si fermano prima del 12 dicembre 1969 e della bomba che aprì la stagione del terrore (prima delle Torri gemelle e di Bin Laden, sì) e cambiò per sempre questo Paese.</p>
<p>Per questo, Marco Tullio Giordana non avrebbe dovuto stupirsi di aver sentito che <strong>i giovani, oggi, non sanno cosa sia successo a Piazza Fontana</strong>, o pensino che la bomba fu messa dalle Brigate Rosse, che allora neppure esistevano. Quello che ci vuole, è iniziare a parlarne, nelle aule di scuola. Raccontare cosa accadde in quegli anni, quello che si sa: perché sappiamo che a Piazza Fontana la bomba fu fascista, appoggiata dai servizi segreti, che un anarchico volò dalla finestra della questura e le istituzioni prima fornirono tre diverse versioni dell’accaduto, e poi rivelarono che avevano prove che dimostravano la colpevolezza di Pinelli, prove che ad oggi stiamo ancora aspettando; sappiamo che anche a Piazza della Loggia la bomba era nera, e anche lì i servizi segreti appoggiarono e coprirono; sappiamo che qualcuno era a conoscenza del covo dove le Br tenevano Aldo Moro, ma non fece niente; sappiamo che alla stazione di Bologna è accaduto più di quanto è stato detto; sappiamo che lo Stato era in affari con la mafia, e sappiamo anche altre cose.</p>
<p>Se insegnare la Storia serve a qualcosa, deve servire a conoscere il mondo in cui viviamo, a non essere sprovveduti nei confronti della nostra società. Perché la colpa non è di chi non sa, ma di chi impedisce agli altri di sapere.</p>
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		<title>Pentesilea. Stuprata speranza.</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 14:24:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosalba Di Giuseppe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una scossetta al teatro che si fa in ogni luogo, in una piazza, in una cantina, in un porticato, in un giardino, perchè ogni luogo è luogo di teatro. Una scossetta al pubblico, alla società, uno sputo all&#8217;Uomo, uno schiaffo all&#8217;attore finto e di plastica, una scossetta alle donne che partoriscono speranza. Così Francesca Vaccaro, regista e attrice palermitana, racconta la sua piece teatrale Stuprata Speranza. Le non attrici in scena Alessandra Pipitone, Elisa Bisignano e Marianna Ippolito rivisitano la tragedia di Pentesilea, la regina delle Amazzoni. Perchè non attrici? Non riesco a capire, si spegne la luce elettrica, si accendono le candele. Cominciano a recitare sommessamente l&#8217;Ave Maria, alzano il tono della voce sempre più ad ogni principio di preghiera, vengono fatte tacere improvvisamente da un cappello nero che viene posato loro sulla testa. La stanza si riempie di silenzio che dura qualche minuto poi le non attrici iniziano... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.diebrucke.it/pentesilea-stuprata-speranza/230px-feuerbach_amazonenschlacht_detail1/" rel="attachment wp-att-2913"><img class="size-medium wp-image-2913 alignleft" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://www.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/230px-Feuerbach_Amazonenschlacht_detail1-202x230.jpg" alt="Pentesilea" width="202" height="230" /></a>Una scossetta al teatro che si fa in ogni luogo, in una piazza, in una cantina, in un porticato, in un giardino, perchè ogni luogo è luogo di teatro. Una scossetta al pubblico, alla società, uno sputo all&#8217;Uomo, uno schiaffo all&#8217;attore finto e di plastica,<br />
una scossetta alle donne che partoriscono speranza. Così <strong>Francesca Vaccaro, regista e attrice palermitana</strong>, racconta la sua piece teatrale <em>Stuprata Speranza</em>.</p>
<p>Le non attrici in scena Alessandra Pipitone, Elisa Bisignano e Marianna Ippolito rivisitano<strong> la tragedia di Pentesilea, la regina delle Amazzoni</strong>. Perchè non attrici? Non riesco a capire, si spegne la luce elettrica, si accendono le candele. Cominciano a recitare sommessamente l&#8217;Ave Maria, alzano il tono della voce sempre più ad ogni principio di preghiera, vengono fatte tacere improvvisamente da un cappello nero che viene posato loro sulla testa. La stanza si riempie di silenzio che dura qualche minuto poi le non attrici iniziano a ridere sguaiatamente, senza freno, rido anch&#8217;io, ridono un pò tutti.</p>
<p>Lentamente cambiano volto, continuano a ridere ma si intristiscono, le loro labbra si curvano, singhiozzano. Diventano attrici. Le riconosco dietro la maschera bianca colorata sul viso. Diventano interamente umane. Hanno un fiore rosso in mano, lo tengono stretto, perchè così stretto?<span id="more-2912"></span></p>
<p>Si toccano le parti intime, accarezzano la pancia gravida delicatamente. <strong>Sembrano assorte, assenti</strong>. Diventano spettatrici di loro stesse. Aprono le gambe in un impeto di forza, sembrano possedute, restano immobili con le gambe sospese in aria. Rubate. Con le lacrime agli occhi. Si riprendono il corpo, leggermente mugolando, ora ansimano e ridono, ridono forte, gemono e ridono a intervalli, aprono la bocca, mostrano i denti, provano piacere? Sì, sembra di sì, anche se il loro riso adesso è nervoso, il piacere può essere talmente intenso da risultare insopportabile? Un piacere che stravolge il loro viso, un piacere violento che prende la forma di una smorfia di dolore. Non è un piacere.</p>
<p>La risata suona come un lamento, si divincolano, si lasciano soggiogare, si divertono piangendo. Una di loro prende a lisciare il fiore, lo vezzeggia amabilmente, è talmente attratta che lo sfoglia, ma perchè lo sta distruggendo? Arriva a denudarlo completamente, ci trova dentro una chiave. Deglutisco. Il segreto della vita sgualcito, guastato, mistificato, ritrovato, riacquistato, rivalorizzato.</p>
<p>&#8221;Tutto comincia ad ottobre 2011, <strong>un laboratorio teatrale intensivo dal titolo &#8221;Il corpo in scena&#8221; presso l&#8217;associazione Kemonia Spazio Musica</strong>. Con un gruppo di ragazzi si comincia un percorso di teatro, un salto nel buio, ragazzi che non hanno esperienza. Non attori e non attrici che sperimentano la realtà attraverso il palcoscenico. Un lunghissimo viaggio che ha partorito l&#8217;idea che guardandosi allo specchio turbata è diventata una storia, la storia di uno e la storia di tutti. Un laboratorio che ha esplorato il corpo in tutte le sue possibilità per poi giungere alla forza esplosiva della parola, un lavoro di destrutturazione di tutte le maschere fisiche ed emotive che il nostro corpo conserva, una liberazione e dunque una coscienza della prigionia contemporanea a partire da noi, come individui oggi.&#8221;</p>
<p>Le non attrici riprendono a pregare. Una di loro interrompe la preghiera, si alza dalla sedia, mentre le altre continuano la litania, lei recita arrabbiata Gaber: &#8221;Non insegnate ai bambini la vostra morale, è così stanca e malata&#8221; urla forte che potrebbe far male. Riprende con sicurezza che se proprio vogliamo dobbiamo insegnare ai bambini la magia della vita.<br />
E improvvisamente ritorna ad essere Alessandra. Si alza la seconda non-attrice, si trucca, dice che la bellezza che deve essere raggiunta ad ogni costo, non è mai abbastanza, il giro collo, il giro vita, il giro delle maschere, e ride istericamente, blatera, si contraddice, lei è una bambola, così viene trattata, così si sente, preda di un&#8217;eterna altalena di emozioni estreme che rendono illogica l&#8217;accettazione di se stesse.</p>
<p>Le vogliono bene perchè ha un bel viso, bisogna imparare a curarsi, a stirare via le rughe, i nodi, i malumori, le paure,<br />
è necessario profumare, profumo ovunque per poi accorgersi che è andato via l&#8217;odore di quello che si è. Da una parte sofferenze autoinflitte, dall&#8217;altra quelle imposte come successe alla valorosa Pentesilea, che si fece valere fino all&#8217;ultimo ma il cui corpo fu violato nella morte da Achille. Ride, Elisa, si ritrova in un ciglio appena caduto, forse.</p>
<p>La terza non-attrice incentra il suo <strong>monologo denuncia sul consumismo</strong> che ci obbliga a vivere in una dimensione fatta di cose, cose, cose, cose, cose, lo ripete così tante volte che fa girare la testa. Macchine perfettamente colladaute dentro la catena di montaggio della fabbrica di potere. Paurosa rilegge mentalmente le mail mandate, i curriculum inviati, i colloqui avuti, la fiducia malriposta, gli entusiasmi spenti, l&#8217;allegria disperata. Nonostante tutto la terza non attrice ricorda, si rincuora, nonostante questo è ancora Mariannaaaaaa! Ed è vero, è così vero e giusto riconoscersi.<br />
Uno spettacolo che lascia scossi , nessuno all&#8217;uscita esclama: che bello! si esce, in silenzio, come da una chiesa, in effetti, lo è, il posto in cui è stato inscenata la piece è una chiesa sconsacrata.</p>
<p>Ci incamminiamo verso la macchina lentamente, come se fossimo tornati da un viaggio, all&#8217;indietro, un viaggio infantile, che ha avuto lo scopo di farci ritrovare ingenuità, libertà, fantasia, creatività, incantamento. Nino si sorprende di quante espressioni facciali posseggano le donne, quanto sia più facile per loro utilizzarle. E&#8217; così? Ritiro i pensieri sul taccuino, volto pagina e leggo una frase Pasolini: Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci.</p>
<p>Francesca Vaccaro conduce un laboratorio teatrale annuale &#8221;Caos Corpo Moderno&#8221;. Vuole partorire un nuovo spettacolo di denuncia sociale e incontrare nuovi denunci-attori, invita perciò a scrivere il proprio monologo di denuncia.</p>
<p>Per info: Facebook Francesca Vaccaro<br />
f.vaccaro1973@libero.it<br />
www.myspace.com/francavaccaro</p>
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		<title>I cani sciolti &#8211; Omaggio perenne a Gaber</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 09:50:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasqualo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.diebrucke.it/i-cani-sciolti-omaggio-perenne-a-gaber/i-cani-sciolti-3/" rel="attachment wp-att-2923"><img class="alignnone  wp-image-2923" src="http://www.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/i-cani-sciolti2.jpg" alt="" width="667" height="897" /></a></p>
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		<title>Di romanzi e di stragi incomprese&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 19:34:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valerio Moggia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[strage di Piazza Fontana]]></category>

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		<description><![CDATA[Scrivere una recensione su Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana non è compito facile, come tutte le volte in cui si parla di un film che coinvolge emotivamente più di quanto generalmente siamo disposti a concedere al cinema. Per dovere di completezza, penso di dover analizzare il film secondo diversi livelli, nel tentativo di riflettere il più possibile su ogni suo aspetto. Le polemiche. Immancabili, come ogni volta che si tratta la storia violenta dell’Italia al cinema (pensate, per fare un esempio, a Vallanzasca di Michele Placido), visto che questo Bel Paese di violenza ne ha avuta come pochi, e a molti sembra dare fastidio che la gente se ne ricordi. Ha incominciato Mario Calabresi, giornalista e direttore de La Stampa, figlio del commissario Luigi Calabresi (interpretato, nel film, da Valerio Mastandrea), che ha criticato la ricostruzione della figura del padre, la scarsa incisività della rappresentazione della campagna... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://static.blogo.it/cineblog/romanzo-di-una-strage-foto/FeltrinelliGiuseppePinellieLuigiCalabresiPierfrancescoFavinoeValerioMastandreaFotodiAngeloTuretta.jpg" alt="" width="364" height="262" />Scrivere una recensione su <strong><em>Romanzo di una strage</em> di Marco Tullio Giordana</strong> non è compito facile, come tutte le volte in cui si parla di un film che coinvolge emotivamente più di quanto generalmente siamo disposti a concedere al cinema. Per dovere di completezza, penso di dover analizzare il film secondo diversi livelli, nel tentativo di riflettere il più possibile su ogni suo aspetto.</p>
<p><strong>Le polemiche.</strong> Immancabili, come ogni volta che si tratta la<strong> storia violenta dell’Italia</strong> al cinema (pensate, per fare un esempio, a <em>Vallanzasca</em> di Michele Placido), visto che questo Bel Paese di violenza ne ha avuta come pochi, e a molti sembra dare fastidio che la gente se ne ricordi. Ha incominciato <a href="http://www.iljournal.it/2012/romanzo-di-una-strage-visto-con-gli-occhi-del-figlio-di-calabresi/326761" target="_blank">Mario Calabresi</a>, giornalista e direttore de <em>La Stampa</em>, figlio del commissario Luigi Calabresi (interpretato, nel film, da Valerio Mastandrea), che ha criticato la ricostruzione della figura del padre, la scarsa incisività della rappresentazione della campagna di Lotta Continua contro di lui, e l’atmosfera da giallo irrisolto del film. Anche <a href="http://www.ebookgratis.it/2012/03/adriano-sofri-43-anni-piazza-fontana-un-libro-un-film-ebook-gratuito-in-pdf/#.T4ASCtl5d2Y" target="_blank">Adriano Sofri</a>, ex-leader di Lotta Continua e condannato per l’omicidio di Calabresi, è intervenuto nel dibattito, criticando la scelta di ispirare il film, sebbene solo in parte, al pessimo libro di Paolo Cucchiarelli <em>Il segreto di Piazza Fontana</em>, innescando una nuova polemica (per la verità, quasi relegabile all’interno del quotidiano <em>La Repubblica</em>) tra <a href="http://www.glialtrionline.it/2012/04/05/piazza-fontana-scalfari-sconfessa-sofriper-riprendersi-repubblica/" target="_blank">Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari</a>. Più tardi, altre critiche al film sono state mosse da Franca Rame (su <em>Il Manifesto</em> di sabato 7 aprile), che se la prende per il trattamento riservato nella pellicola a Pietro Valpreda, anarchico e primo sospettato della strage.<span id="more-2945"></span></p>
<p><strong>La storia.</strong> A mio parere, la figura del commissario Calabresi è stata fin troppo edulcorata (<strong>si è parlato dei “tre santi”</strong> del film, tre personaggi – Pinelli, Calabresi e Moro – che diventano le uniche anime pure nella perversione morale dell’Italia del 1969), trasformandolo nell’eroe del film, una sorta di ispettore Marlowe che si trova a far luce sul complotto e a difendersi dalle accuse e dalle minacce dell’estrema sinistra; si glissa su ogni sua responsabilità nella morte di Giuseppe Pinelli, cercando quasi di scagionarlo moralmente per quella tragedia, e si omettono sia la ricusazione nei confronti del giudice che stava per condannarlo nel successivo processo, sia la decisione dei piani alti di togliergli la scorta. La scelta è comunque comprensibile: Giordana ha ricordato in alcune interviste di aver conosciuto personalmente Calabresi, ai tempi in cui il regista era solo uno studente, e che gli era sembrato una brava persona; quell’immagine personale del commissario è divenuta lo stampino sul quale modellare il personaggio del film. La campagna d’odio contro Calabresi è, in vero,  ben raffigurata (la scena del commissario e la moglie che, passeggiando per strada, passano accanto alla scritta “Calabresi assassino” su un muro, e si sforzano di far finta di niente, è meravigliosamente emblematica).</p>
<p>Non di meno, il film presenta qualche errore storico, la maggior parte dei quali dovuti ad esigenze narrative. Grave (e già lo ha fatto notare Sofri) aver mantenuto, tra le poche cose del libro di Cucchiarelli, <strong>la teoria della doppia bomba</strong>: l’autore sosteneva che a Piazza Fontana ci fossero due bombe, una anarchica e destinata a scoppiare a banca chiusa, e una fascista, destinata alla strage; nel film l’idiozia della bomba anarchica è stata sostituita con un’altra bomba fascista. Due bombe, entrambe fasciste. Peccato che questa storia sia un’invenzione e sia stata smentita dalle stesse inchieste, così come la presenza di Valpreda o del suo sosia sul taxi di Rolandi (per maggiori informazioni, leggetevi il libro di Adriano Sofri <em><a href="http://www.ebookgratis.it/2012/03/adriano-sofri-43-anni-piazza-fontana-un-libro-un-film-ebook-gratuito-in-pdf/#.T4SInft7ryp">43 anni</a></em>, già linkato sopra).</p>
<p>Mario Calabresi ha detto che il film “ti lascia la sensazione che non sappiamo niente, che non abbiamo né verità né giustizia, che Piazza Fontana resta una nebulosa oscura. […] Invece la verità storica c’è, eccome. Noi oggi, come ha detto il presidente Napolitano, sappiamo chi è stato, e perché. Conosciamo le responsabilità oggettive e morali. Sappiamo che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell’ufficio Affari riservati, sappiamo che nel Paese esistevano forze favorevoli a una svolta autoritaria.” La parola magica è <em>depistaggi</em>: non ci fu alcun depistaggio, non c’era alcun doppio-Stato, non c’era nessuna forza eversiva. C’era, semmai, l’ingerenza americana, <strong>c’era Gladio</strong>, e un patto che la Dc era tenuta a rispettare a nome del Paese, con ogni mezzo. Non erano apparati dello Stato ad essere deviati, era lo Stato, e bisognerebbe avere il coraggio di riconoscerlo. La verità storica dice che i colpevoli sono i neofascisti Freda e Ventura, ma i colpevoli dei cosiddetti depistaggi, degli ostacoli alle indagini, i referenti politici della strategia della tensione, fino a quegli altri neofascisti, come Delfo Zorzi, incredibilmente assolti, loro restano un mistero, che non copre solo Piazza Fontana.</p>
<p><strong>Il film.</strong> Espletate le questioni storiche, passiamo ad un giudizio più cinematografico. Il film di Giordana ha un grande pregio, al di là di qualche imprecisione storica, ed è quello di aver cercato (e spero che ci riesca) di far conoscere la storia oscura di questo Paese a molta gente che ne era ignara. <em>Romanzo di una strage</em> rievoca l’atmosfera della fine degli Anni Sessanta fin dalle prime scene, il clima di tensione di un’Italia sull’orlo di una guerra civile.</p>
<p>Per <strong>rendere cinematografica la Storia</strong>, purtroppo, bisogna sempre ricorrere a delle falsificazioni, a delle semplificazioni, ma il film non ha mai preteso di essere un documentario. È fiction, e si autodefinisce “romanzo”, così come romanzata è la vicenda di Calabresi, che diventa l’eroe, l’ispettore che indaga e scopre il mistero, lo strumento attraverso cui Giordana può permettere allo spettatore ignaro di scoprire cosa c’è sotto alla bomba di Piazza Fontana. Allo stesso modo, Pinelli diventa il primo martire, un’innocente e onesto padre di famiglia (di entrambe le sue famiglie, moglie e figlie e i ragazzi del circolo del Ponte della Ghisolfa), il cui sangue viene versato, trasformando una mezza verità in un mistero. Aldo Moro (uno straordinario Fabrizio Gifuni, se fosse americano oggi sarebbe in corsa per l’Oscar) è il terzo santo, anche lui estremamente romanzato, che cerca di far luce sugli angoli oscuri delle stanze del potere, che avverte che qualcosa di marcio, nella dispensa, deve esserci. Personalmente, non apprezzo i santi, non apprezzo i personaggi perfetti, al cinema, ma, anche qui, le impressioni soggettive di chi al film ha lavorato (dal regista agli sceneggiatori) hanno finito per dare una certa caratterizzazione all&#8217;intera vicenda. Un&#8217;interpretazione soggettiva, faziosa se volete, dei protagonisti di quegli anni, ma non stupida.</p>
<p>Stiamo parlando di un buon prodotto cinematografico, che può essere anche utile. <strong>Utile a scoprire un pezzo della nostra storia che a scuola viene consapevolmente trascurato</strong>, utile a spingere qualcuno ad interessarsi e a leggere, ogni tanto, qualcosa di diverso da <em>Twilight</em>, utile a farsi delle domande e, forse, a capire meglio in che mondo viviamo.</p>
<p>Per cui, per quelle tre o quattro persone che, non sapendo nulla di Piazza Fontana e della strategia della tensione, sono lo stesso andate al cinema a vedersi il film, tutto ciò sarà servito a qualcosa. E tu, che non sapendo nulla di Piazza Fontana e della strategia della tensione e che sei lo stesso andato a vederti il film, e che ora hai deciso di cercare su internet qualche informazione sulla Storia d’Italia e domani forse andrai in libreria a cercare un libro sugli Anni di Piombo, tu sei un grande.</p>
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		<title>All&#8217;età che tu hai ora &#8211; parte III</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 11:51:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulia Porcaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[liberazione nazifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Hanno raccontato dei disarmi, dell&#8217;entrata nei gruppi partigiani, e di come portare avanti quell&#8217;esperienza anche una volta finita la guerra. In quest&#8217;ultimo confronto, chiedo a Cocca e Bruno di parlarmi dello sguardo che hanno per l&#8217; eredità che ci lasciano,  e di cosa vuol dire, oggi, fare resistenza. &#160; parte terza – Intervista a Cocca e Bruno Per quanto tempo avete fatto parte della Resistenza? C: «Dal novembre del ‘43 fino all’insurrezione.» B: «Dal 1941, quando ho raccontato la storiella del reduce… poi dal ’43 quando mi hanno messo al carcere di Sant’Agata, che avevo appena compiuto il giorno prima 14 anni… e ho finito… non ho finito ancora, perché io detesto questo sistema sociale quindi resisto ancora.» Quali sono i partiti politici nei quali vi siete rispecchiati di più, nel corso della vostra vita? C: «Io il Partito Comunista e poi Rifondazione, ma adesso non sono più iscritta neanche... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.diebrucke.it/alleta-che-tu-hai-ora-parte-ii/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://lemanineicapelli.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/182820/liberazione.jpg" alt="" width="295" height="201" />Hanno raccontato</a> dei disarmi, dell&#8217;entrata nei gruppi partigiani, e di come portare avanti quell&#8217;esperienza anche una volta finita la guerra. In quest&#8217;ultimo confronto, chiedo a Cocca e Bruno di parlarmi dello sguardo che hanno per l&#8217; eredità che ci lasciano,  e di cosa vuol dire, oggi, fare resistenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>parte terza – <strong>Intervista a Cocca e Bruno</strong></p>
<p><em>Per quanto tempo avete fatto parte della Resistenza?</em></p>
<p>C: «Dal novembre del ‘43 fino all’insurrezione.»</p>
<p>B: «Dal 1941, quando ho raccontato la storiella del reduce… poi dal ’43 quando mi hanno messo al carcere di Sant’Agata, che avevo appena compiuto il giorno prima 14 anni… e ho finito… non ho finito ancora, perché io detesto questo sistema sociale quindi resisto ancora.»</p>
<p><span id="more-2877"></span></p>
<p><em>Quali sono i partiti politici nei quali vi siete rispecchiati di più, nel corso della vostra vita?</em></p>
<p>C: «Io il Partito Comunista e poi Rifondazione, ma adesso non sono più iscritta neanche a Rifondazione perché da quando si sono scissi … sono stanca di liti in famiglia. Però, comunque, io sono comunista ancora adesso. Sono… un panda? no, com’è che si dice di quegli animali&#8230;»</p>
<p>B: «In stato di conservazione.»</p>
<p>C: «No! In via d’estinzione, <strong>sono una specie in via d’estinzione</strong>.»</p>
<p>B: «Io sono partito con il Partito Comunista il 20 di aprile del 1948, quando c’è stata la sconfitta elettorale. Prima ci giravo intorno e mi dicevo “bisogna entrare, lavorarci”. Il 20 di aprile del ’48, dopo la sconfitta elettorale, mi sono <strong>iscritto al Partito Comunista</strong> per uscirne nel 1972, quando avevo capito dove andava a finire il Partito Comunista… che “il sistema liberistico è il migliore”, che “l’ombrello che ci protegge sono gli Stati Uniti d’America”… siccome io non amo la pioggia, non amo neanche gli ombrelli.»</p>
<p>C: «Comunque io mi sono iscritta al Partito Comunista dopo la Resistenza, però anche durante la Resistenza mi dichiaravo comunista, anche perché ero a contatto coi comunisti.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Che cosa avete votato alle ultime elezioni?</em></p>
<p>C: «L’ultima volta io ho votato Rifondazione; finchè c’è Rifondazione, anche se non sono più iscritta, la voto. Io per Sel non voto.»</p>
<p>B: «La stessa cosa ho fatto io, non mi sentivo Sel, perché non avevo il caval, solo quello dei pantalon. Percui la Sel mi stia su di dosso.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Come avete vissuto lo scemare dell’interesse per la Resistenza, negli ultimi decenni?</em></p>
<p>C: «Io con una grande rabbia. Avrei preso quello che ha scritto <em>Il sangue dei vinti</em> e gli avrei tirato il collo, perché è troppo facile sparare sulla croce rossa, adesso noi oramai siamo vecchi e non possiamo più andare a dirgli quello che gli andrebbe detto. Il primo che ha messo <strong>sullo stesso piano fascisti e antifascisti</strong> non è stato quello che ha scritto <em>Il sangue dei vinti</em>, è stato l’onorevole…</p>
<p>B: «Il poco onorevole.»</p>
<p>C: «Violante! Che era uno del Pd che è stato il primo a dire che anche i giovani fascisti avevano un ideale. No… non tutti erano farabutti, perché qualcuno sarà entrato per fame, qualcuno perché è stato preso e quindi non ha avuto il coraggio di uscirne… però per ideale no.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Siete d’accordo con chi sostiene che il governo Berlusconi sia stato un governo di regime?</em></p>
<p>C: «Mah … per me il fascismo non è mai morto. Noi abbiamo tagliato i rami della malapianta, ma la radice c’è sempre rimasta. Poi che si chiamasse Dc, che si chiamasse Berlusconi … noi abbiamo combattuto anche per la giustizia sociale che purtroppo non siamo riusciti ad attuare. Di regime, proprio come il fascismo che ti impediva anche di parlare, no … però parli, ma prova ad organizzarti contro! Non puoi farlo se no vai in galera.»</p>
<p>B: «Puoi parlare ma sottovoce…»</p>
<p>C: «Puoi parlare anche sottovoce e non ti ascolta nessuno.»</p>
<p>B: «No… e non è che non ti ascolta nessuno, è che vieni segnato, e siccome ci sono i clan e i poteri che sono uniti, se tu non concordi con quello che dicono loro cominci ad essere isolato e poi allontanato. Ecco, per me il problema è cambiare il sistema, perché <strong>il fascismo era una manifestazione del sistema capitalistico</strong>, poi lo è diventata la Dc, ora è diventato il Pdl… detesto questo sistema.»</p>
<p>C: «Però regime nel senso come il fascismo no.»</p>
<p>B: «No.»</p>
<p>C: «Ma se ti metti veramente contro, anche qui vai in galera come allora. Puoi parlare, ma le parole non servono.»</p>
<p>B: «Oppure puoi sopravvivere con mille euro al mese…»</p>
<p>C: «Anche quello è fascismo.»</p>
<p>B: «E non è una gran bella cosa.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Negli anni ‘10 del 2000, come è possibile fare ancora resistenza?</em></p>
<p>C: «Ah! Io avessi vent’anni lo so come la farei, la farei come l’ho fatta. Ma purtroppo ne ho 87, e non posso dire ai giovani “armatevi e partite” sarebbe scorretto. Come vuoi che si faccia … si fa resistendo alle cose sconce che ti propongono, ma non si sa neanche in che modo, perché, con la violenza, non abbiamo la forza per esercitarla; senza violenza cosa fai? Non ti ascolta nessuno… come ti muovi ti fulminano, anche solo se ti muovi senza violenza ti caricano… cosa fai? E’ disarmante per noi che abbiamo sempre creduto, che la Resistenza l’abbiamo fatta anche dopo. Difatti, quanti ne sono morti per le strade dopo… durante le lotte per il lavoro, Battipaglia, Montescaglioso, sono tantissimi. E quello era resistere senza le armi, perché non è che avessero usato le armi. <strong>La resistenza, se veramente vuoi conquistare il potere deve essere armata, coi sit-in o gli scioperi della fame vai all’altro mondo e basta</strong>. Ma noi non siamo in grado di fare resistenza armata, non ne abbiamo la forza. La resistenza che abbiamo fatto noi ha vinto perché abbiamo creato le condizioni: c’era la guerra … abbiamo vinto, ma non abbiamo vinto da soli, dobbiamo riconoscere che anche gli alleati hanno fatto la loro parte. Perché da soli, non so… nel Vietnam hanno vinto da soli, sì.»</p>
<p>B: «Resistere vuol dire resistere a quello che ti impone questa società. Resistere al <em>Corriere della Sera</em>, al quale si è sempre dovuti resistere, perché era il giornale della borghesia, quindi fascista. Resistere al concetto del bipolarismo “o io o te”, se tu vuoi essere in Parlamento vieni con me e anche se hai il 2% hai i tuoi deputati. Se non sei con me, sei fuori, e se non hai il 4% non entri in Parlamento perché disturbi…»</p>
<p>C (interrompendo): «Resistere mi da una soddisfazione personale; io non sono un figlio di mignotta e quindi non mi prostituisco. Ma resistere vuol dire farlo al fine di voltare la baracca.»</p>
<p>B: «<strong>Resistere vuol dire non farsi tirar dentro in questa storia</strong>, che i partiti sono troppi allora bisogna che si riuniscano e vadano con un partito di sinistra…»</p>
<p>C (interrompendo di nuovo): «Sì, però per me resistere vuol dire capovolgere le cose, resisti al fine di … perché se non raggiungi un fine resisti e basta. Anche Ghandi resisteva, però lui forse qualcosa è riuscito a fare col suo digiuno.»</p>
<p>B: «Sì però io non sono riuscito a parlare.»</p>
<p>C: «Parla!»</p>
<p>B: «Ma no, per carità, non mi lasci parlare!»</p>
<p>(Intervengo io, chiedendo a Cocca di lasciar finire il discorso a Bruno.)</p>
<p>C: «Eh che cavolo… resistere vuol dire non farsi tirar dentro in questa infamia in cui ti dicono: “io sono di sinistra perché quest’altro è di destra”. Con il bipolarismo cosa succede: questo è di destra e io cosa sono? Di sinistra. Questa è un’infamia che non è assolutamente vera, perché essere liberal democratici non vuol dire essere di sinistra. Se tu sai resistere a queste tentazioni, di votare qualcuno che si dice di sinistra solo perché Berlusconi è di destra, già quella è resistenza.»</p>
<p><em>C’è una figura, un leader politico, nel quale vedete una possibilità di riscatto?</em></p>
<p>C: «E’ morto, era il Che Guevara! Adesso non saprei dirti … io non ne conosco, chi c’è, Marcos?»</p>
<p><em>Intendo politici italiani.</em></p>
<p>C: «Ah, no no.»</p>
<p>B: «Sappiamo solo individuare la parte negativa, vuol dire che di positivo c’è molto poco, trovare un leader positivo è difficile.»</p>
<p>C: «Anche perché noi siamo molto idealisti, quindi quello che pensiamo debba essere un capo deve essere perfetto, <strong>è un’utopia la nostra</strong>.»</p>
<p><em>Che motivazione credete ci possa essere dietro il venirsi a formare ai giorni nostri di gruppi neofascisti, o almeno che si professano di “ideale fascista”?</em></p>
<p>C: «Io personalmente penso che sia dovuto dall’ignoranza, tanto dalla famiglia di origine, che a sua volta era stata fascista. Sono molto manipolati. Non penso che questi otto che si sono messi assieme pensano di poter rifare il fascismo, sono manipolati, e quando servono te li muovono. O te li infiltrano nei cortei, anche nel ’68 han sempre giocato così. Bruno non è d’accordo con me, ma la cosa che mi offende di più è vedere i fascisti … dicevano una canzone delle mondine “quaranta lasarun che me comanda”, ecco, quaranta fascisti che me comandan! Quando vedo Gasparri, quell’altro la con la voce così roca – <em>imita La Russa</em> -  è un’offesa, mi sento offesa. Tu vieni a dire a me cosa devo fare per essere democratica?»</p>
<p>B: «Mentre per me, i quaranta lasarun che dice lei sono quelli che ci son sempre stati e si confermano per quel che sono. Ma io i fascisti che aborro di più sono quelli che si trasformano apparentemente in gente di sinistra e ti dicono “Tu in Parlamento non puoi essere rappresentato perché non hai il 4%”, e quello è fascismo, perché Mussolini ha detto che “tutti i partiti, 7 o 8 sono tanti, facciamone uno solo”. Questi sembrano più buoni del fascismo, di Mussolini… come si fa a pensare che se ne va Berlusconi e io sono felice… cazzo ma quelli che andranno al suo posto potranno essere tipo il Monti, o se va peggio ancora il Pd…</p>
<p>C: «Ma  io sono d’accordo con quello che dici…</p>
<p>B: «No, tu contesti…</p>
<p>C: «Ma io, la gioia di quando è caduto Berlusconi, è stata una gioia epidermica, al momento.»</p>
<p>B: «Sì, poi dopo pensa a chi seguirà Berlusconi … difatti è Monti, cioè uno a metà con Berlusconi e a metà con gli altri … è il sistema borghese che si manifesta.»</p>
<p><em>Avete un consiglio da dare a chi ha ora l’età che avevate voi, quando avete fattola Resistenza?</em></p>
<p>C: «<strong>Noi siamo quelli che hanno perso, non quelli che hanno vinto</strong>. Siamo gli sconfitti, che consigli vuoi che diamo. Io penso che ciascuno deve rendere conto prima di tutto a se stesso, poi a quelli che gli stanno vicini… ma di consigli non ne ho neanche uno. Te l’ho detto, quello che farei se avessi vent’anni, purtroppo non posso farlo quindi non posso consigliare agli altri di farlo.»</p>
<p>B: «Mantenere la propria dignità, e non lasciarsi tirar dentro dalla voce del potere che ti dice tante stronzate… non credere a una parola di quello che dicono loro, perché i fascisti sono stati sconfitti il 25 aprile del ’45, ma è rimasto viva l’origine del fascismo, ossia il potere capitalistico. I giovani  non so che avvenire avranno, perché noi avevamo un riferimento, con le lotte, con anche sofferenza siamo andati avanti, ma voi non avete più niente.»</p>
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		<title>2021: The New Europe</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 13:16:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fiamma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[neocons]]></category>
		<category><![CDATA[Niall Ferguson]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti d'Europa]]></category>

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		<description><![CDATA[da La Cittadella Interiore Segnalo un interessante saggio dal titolo 2021: The New Europe pubblicato sull&#8217;inserto culturale del Wall Street Journal di alcune settimane fa e scritto da Niall Ferguson, famoso giornalista e docente di Storia moderna all&#8217;Università di Harvard, che alcuni conosceranno per la serie di documentari trasmessi anche in Italia su History Channel in merito alla Civiltà occidentale. Ferguson è inoltre uno degli intellettuali più in vista del mondo dei neocons. L&#8217;articolo in questione rappresenta il tentativo di gettare uno sguardo sull&#8217;Europa 2021, quando saranno passati dieci anni dalla great crisis of 2010-11. L&#8217;immagine che offre Ferguson della &#8220;nuova&#8221; Europa è facilmente immaginabile: essa sarebbe una sorta di &#8220;unione federata&#8221;, sul modello degli Stati Uniti d&#8217;America – insomma, finalmente, gli &#8220;Stati Uniti d&#8217;Europa&#8221;, come più volte abbiamo auspicato anche su queste pagine. L&#8217;Euro è potuto tornare ad essere una moneta usata ovunque e i vecchi Stati nazionali hanno dismesso... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>da <a href="http://andreafiamma.blogspot.de/2011/11/2021-new-europe.html" target="_blank">La Cittadella Interiore</a><img class="alignleft" src="http://si.wsj.net/public/resources/images/OB-QQ587_europe_G_20111118185927.jpg" alt="" width="553" height="369" /></p>
<p>Segnalo un interessante saggio dal titolo <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203699404577044172754446162.html?mod=wsj_share_tweet" target="_blank"><em>2021: The New Europe</em></a> pubblicato sull&#8217;inserto culturale del <em>Wall Street Journa</em>l di alcune settimane fa e scritto da <strong>Niall Ferguson</strong>, famoso giornalista e docente di Storia moderna all&#8217;Università di Harvard, che alcuni conosceranno per la serie di documentari trasmessi anche in Italia su <em>History Channel </em>in merito alla <em>Civiltà occidentale</em>. Ferguson è inoltre uno degli intellettuali più in vista del mondo dei <em>neocon</em>s. L&#8217;articolo in questione rappresenta il tentativo di gettare uno sguardo sull&#8217;Europa 2021, quando saranno passati dieci anni dalla<em> great crisis of 2010-11.</em> L&#8217;immagine che offre Ferguson della &#8220;nuova&#8221; Europa è facilmente immaginabile: essa sarebbe una sorta di &#8220;unione federata&#8221;, sul modello degli Stati Uniti d&#8217;America – insomma, finalmente, gli<strong> &#8220;Stati Uniti d&#8217;Europa&#8221;</strong>, come più volte abbiamo auspicato anche su queste pagine. L&#8217;<em>Euro</em> è potuto tornare ad essere una moneta usata ovunque e i vecchi Stati nazionali hanno dismesso per buona parte le veilleità su confini e divisioni. La vignetta riportata è in tal senso eloquente.<span id="more-2900"></span> Ebbene, mi pare che per quanto la direzione indicata da Ferguson possa essere davvero auspicabile e, forse, per quanto essa sia davvero il culmine necessario del processo di europeizzazione degli Stati iniziato dopo la caduta del <em>Berliner Mauer</em> (1989), proverei a muovere alcuni rivlievi critici. L&#8217;Europa, anzitutto, è caratterizzata da una quantità estramente differenziata di culture e tradizioni che si sono sviluppate in uno spazio &#8220;geografico&#8221; invero molti ristretto – si pensi, ad esempio, alla situazione dei quattro cantoni svizzeri. L&#8217;Europa, ancora, in controtendenza con gli U.S.A., è attraversata da una serie di <strong>movimenti autonomistici</strong>, quali la Lega Nord in Italia, i tanti movimenti indipendentisti spagnoli (Paesi baschi, Galizia, Catalogna) e le spinte che hanno caratterizzato le recenti separazioni di Repubblica ceca e Slovacchia o la complessa situazione balcanica.</p>
<p>Il portato pluralista delle culture europee sembra dunque oggi piuttosto <em>acuito</em> dal continuo moltiplicarsi di spinte identitarie e localiste che, sentendosi legittimate dal recente passato, contribuiscono ad abbattere molti centralismi e perfino gli Stati-nazione. Per cui quello che vorrei contestare al prof. Ferguson non è tanto l&#8217;impostazione di fondo, che pure condivido, bensì, come dire, l&#8217;ottimismo della tempistica; sono difatti convinto, in forza della straordinaria <em>tradizione europea</em> che abbiamo forgiato nei secoli, che la nostra vocazione sia davvero la convivenza civile nell&#8217;orizzonte dell&#8217;Europa unita secondo una sorta di, come dire, &#8220;federalismo europeo&#8221;. Una forma di unità dei &#8220;glocalismi&#8221; che non giunge dall&#8217;Atlantico come un modello a cui adeguarsi – come forse erroneamente credono alcuni <em>neocons</em> – ma che, al contrario, rappresenta  il prodotto politico più avanzato della nostra stessa Europa. Il paradosso è allora questo: mentre la formazione &#8220;federale&#8221;, tipica della concettualità dell&#8217;Europa moderna, si è resa immediatamente disponibile per le nuove terre conquistate (invero con troppi spargimenti di sangue) oltre l&#8217;oceano, essa sta avendo difficoltà ad affermarsi nella stessa Europa dove è nata poichè vi incontra le resistenze di tutti quei mondi culturali che hanno avuto modo di affermarsi contro questa stessa tendenza. L&#8217;Europa ha dovuto passare, dunque, per i nazionalismi – che sarebbero stati impensabili negli USA federati – e per le cortine di fumo, ma oggi, dopo la caduta dell&#8217;ultima grande ideologia europea anti-moderna nel 1989, ha avviato un processo importante di federazione. Oggi la sfida è quella di incanalare le spinte localiste di cui abbiamo accennato verso una concezione di Europa unita e federata che non si limiti tuttavia a salvaguardare le differenti tradizioni, ma che, al contrario si fondi proprio sulla pluralità.</p>
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		<title>All&#8217;età che tu hai ora &#8211; parte II</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 09:37:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulia Porcaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il racconto di Cocca Casile, anche il marito Bruno racconta:  di come abbia fatto suo l&#8217;antifascismo per osmosi, fin da bambino, e di come se lo sia portato dietro anche a guerra finita; nella ricerca di un lavoro, nelle lotte sindacali, nella vita di tutti i giorni. &#160; parte seconda– Il racconto di Bruno Bruno, com’è nato il tuo essere antifascista? «Sono vissuto in un ambiente di vecchi artigiani socialisti. Dove abitavo io, in via XX settembre, c’era uno che fabbricava le borsette e le vendeva direttamente, e l’altro era un falegname che era un comunista, penso, e sentivo parlare vagamente del Matteotti. Poi viene fuori una storia che io sento e non capisco bene, ma è l’episodio di quei quattro giovani o cinque… erano cinque, che avevano deturpato la figura di Mussolini che finiva sul monumento che era di fronte al comune di Bergamo, che hanno poi beccato,... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2010/12/ant_2.jpg" alt="" width="320" height="219" />Dopo il <a href="http://www.diebrucke.it/alleta-che-tu-hai-ora-parte-i/" target="_blank">racconto di Cocca Casile</a>, anche il marito Bruno racconta:  di come abbia fatto suo l&#8217;antifascismo per osmosi, fin da bambino, e di come se lo sia portato dietro anche a guerra finita; nella ricerca di un lavoro, nelle lotte sindacali, nella vita di tutti i giorni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>parte seconda– <strong>Il racconto di Bruno</strong></p>
<p><em>Bruno, com’è nato il tuo essere antifascista?</em></p>
<p>«Sono vissuto in un ambiente di vecchi artigiani socialisti. Dove abitavo io, in via XX settembre, c’era uno che fabbricava le borsette e le vendeva direttamente, e l’altro era un falegname che era un comunista, penso, e sentivo parlare vagamente del Matteotti. Poi viene fuori una storia che io sento e non capisco bene, ma è l’episodio di quei quattro giovani o cinque… erano cinque, che <strong>avevano deturpato la figura di Mussolini</strong> che finiva sul monumento che era di fronte al comune di Bergamo, che hanno poi beccato, questi giovani avevano martellato il dito in alto di Mussolini e avevano messo della vernice color (<em>ridacchia</em>) marrone sul volto… sono stati presi e condannati. Erano i fratelli Bruni, il dottor Tai, lo ricordo … il Caffi , Virgilio Caffi, professione tenore e poi il figlio di un magistrato … hanno beccato quello … lui è stato assolto mi pare -c’è sul libro <em>Aula quarta</em>-, e gli altri hanno fatto un paio d’anni di galera o uno, poi sono stati liberati… questo è avvenuto nel ’41 … liberati nel ’43 dopo il 25 luglio.<span id="more-2875"></span></p>
<p>Queste cose mi giungevano all’orecchio, io ero un po’ di carattere ribelle di mia natura. <strong>Da scuola stavano per buttarmi fuori quando frequentavo la seconda media</strong> perché -non so da chi avessi sentito la barzelletta- in un momento di intervallo in cui non c’era il professore mi sono messo in cattedra a dire «Sapete ragazzi, fare la divisione reduce : Re? allora: il Re in Re sta una volta, Re per uno Re, al Re zero … (<em>con la mano mima i gesti dell’alunno che scrive col gesso alla lavagna</em>) abbasso il Duce” cioè era la divisione .. e tutti a ridere, salvo qualcuno che è andato a dirlo alla professoressa che l’ha detto al preside, quindi il preside mi ha mandato a chiamare. Era parente di un mio parente, e mi ha detto «Adesso vedo un po’ di smorzarla questa cosa altrimenti ti buttano fuori dalle scuole.“ Avevo 12 anni ma non ricordo, non so dire dove ho sentito queste storie perché non le ho inventate io. Però l’ho sentita perché vivevo nell’ambiente antifascista e quindi da lì nasce il mio antifascismo. Lì Mussolini era chiamato “il crapù”, ma liberamente … il distintivo fascista si chiamava “il balores”, che è quell’animaletto che d’estate gira un po’ dappertutto … oggi non gira più niente perché è tutto avvelenato.</p>
<p>Perciò niente, sono cresciuto in quell’ambiente e ho acquisito il mio antifascismo e me lo sono portato avanti, ho agito da solo avendo dei contatti sporadici con antifascisti più di parola che di azione. Il dottor Pieroleidi mi dice «Bruno, sparisci perché stanno arrestando un sacco di gente, perché i fascisti stessi per ragioni di donne hanno ucciso uno, il 18 di agosto del ’44, e fanno la vendetta …”. Infatti la vendetta dei fascisti è stata la <strong>fucilazione di tre partigiani</strong> che non c’entravano per niente perché era una questione di donne tra fascisti. E quindi hanno sparato. Questo squadrista fascista, era un dipendente dell’Italcementi (<em>una delle aziende più importanti e potenti della bergamasca</em>).</p>
<p>Niente, i rapporti erano quelli, Pieroleidi che mi dice “Scappa” e aveva ragione perché poi ne hanno arrestati, lui e altri… poi niente, siccome hanno trovato da sfogarsi su tre poveri che, tra l’altro, erano in prigione in quei giorni e non potevano avere ucciso Favettini fuori; percui ecco, niente, li hanno fatti fuori e sono rimasti soddisfatti. Hanno vendicato la morte del loro camerata. Questi sono un po’ i miei ricordi.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Che ricordo hai dei giorni della liberazione?</em></p>
<p>«Siamo al <strong>26 aprile, quando insorge la città</strong>. Io e un gruppo di giovani, con alla guida il maggiore Rusconi siamo andati a occupare la prefettura facendo uscire il segretario federale repubblichino e il capo della provincia Vecchini, dopodichè alla sera abbiamo sostenuto un combattimento con una colonna di fascisti … o meglio, la colonna passava per via Angelo Mai, un gruppo era venuto avanti con la mitragliatrice per via Camozzi, sparando con la mitragliatrice… e noi sparavamo un po’ alla cieca perché erano quasi le undici di sera e ogni tanto qualcuno urlava “La mitraglia!”, probabilmente veniva colpito da noi, lo tiravamo via per le gambe, e ne veniva un altro, finché si sono stancati e sono andati via perchè, non ce la facevano contro di noi … ma non so perché, forse perché non avevano gran volontà di entrare in prefettura. Avevano tentato di entrare al manicomio, ma l’infermiera ha detto che non si poteva perché era un luogo di cura, e allora sono andati via, sono andati a finire a Como…nella zona di Como.</p>
<p>Niente…poi i giorni successivi combattimenti così, sporadici contro gruppi di cecchini che sparavano dalle finestre sulla gente che passava.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Cosa accadde una volta finita la guerra?</em></p>
<p>«Mi diplomo…<strong>non trovo lavoro, naturalmente, perché già i partigiani erano isolati</strong>. Il <em>Corriere della Sera</em> scriveva “Rubata una bicicletta da un partigiano”, perché bisognava specificare che era un partigiano. “Partigiano in auto investe…”. Il <em>Corriere della Sera</em> era un antesignano di tutti i giornali che adesso scrivono “terroristi gli anarchici insurrezionalisti”…il solito linguaggio cretino, e anche mascalzone. Di fatti la sorella di mia madre, quando i giorni dell’insurrezione mi ha visto col moschetto mi fa: “Bruno adesso tutti ti abbracciano e ti baciano perché hai in mano quel moschetto. Lascia passare qualche mese e vedrai come andran le cose”. Probabilmente era più saggia di molte altre persone, pur non avendo una gran cultura, ma è andata finire così perché io, personalmente diplomato, non trovavo un posto di lavoro, neanche il più miserabile.</p>
<p>Mia madre è andata dal fratello piangendo, il fratello era a capo del personale dell’Italcementi, che fa “Bruno <strong>lo faccio assumere all’Italcementi, però non deve più stare nel Partito Comunista</strong>, non leggere più l’Unità…” . Ceeerto dico io…cose che io ho fatto per una settimana, poi  quando sono stato assunto ho fatto la mia attività dentro. Sono stato licenziato, ho citato in giudizio l’Italcementi e ho sconfitto l’Italcementi contro il parere di tutti: “Ma tu pensi di vincere contro l’Italcementi?”, e io: “Sì!” Ho portato via dall’Italcementi gli originali dei documenti, perché non c’erano le fotocopiatrici allora, li ho presentati in magistratura, i documenti originali che parlavano di me, che le ditte scrivevano a me lì…e quindi io non potevo essere trattato con lo stipendio del fattorino…intanto perché diplomato, poi perché i documenti dimostravano che…</p>
<p>Dopodichè mi hanno dato … ah, sono ricorsi in appello a Brescia, han perso anche lì, e mi han pagato le mie 750.000 lire nel 1960, che allora era una bella cifra, e lì sono rimasto soddisfatto; poi ho fatto ancora precariato alla Magrini dieci anni, poi <strong>mi han cacciato via perché mi occupavo di scioperi</strong>…e siamo a due.</p>
<p>Terzo: mio fratello mi tira nella sua azienda dove lavorava, però dopo un po’ mi fa “Sai sarebbe bene se…mmm tu trovassi un altro posto perché qui…”, la solita storia; dopodichè un assessore regionale mi dice: “Tu continui a passare da un posto all’altro, ed è ora di finirla, e che cavolo! <strong>Ti occupi dell’Associazione Partigiani</strong>, sei segretario, ti trovo…io ti troverei un bel posto di lavoro dove percepisci tanto, lavori poco in modo da poterti dedicare all’Associazione Partigiani…però bisogna essere iscritti al Partito”. Si sa qual’è, oppure con un po’ di fantasia. Sai che<strong> io sono già uscito dal Partito Comunista nel ’72</strong> perché capivo dove andava a finire il Partito Comunista … quindi ti rispondo: “Trovami un posto dove c’è da lavorare normalmente, prendo uno stipendio normale, e se è possibile, come dici tu, avere la certezza che non si sarà mai più licenziati meglio ancora”. “Lo sapevo che mi avresti risposto così…allora domani, giovedì mattina, vieni con me in macchina in Regione, ti siedi e non ti muoverai più fino alla pensione”.</p>
<p>E così ho fatto. Ho lavorato i miei 15 anni , dopodichè non ho aspettato di compiere i 65 anni , ho compiuto i 60, perdendo economicamente 400.000 lire al mese, e me ne sono andato in pensione dicendo: almeno qualche giovane può andare a lavorare. Io ragionavo sbagliando, come si direbbe oggi: non vado a lavorare finché sono bavoso, ma vengo via prima, così può un giovane trovare lavoro e non restare a fare il disoccupato. Questo è un ragionamento che facevo io, ma oggi è un discorso che pare che non valga più molto.»</p>
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		<title>3 marzo.Dipende Da noi Donne. Atto I.</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 14:14:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosalba Di Giuseppe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si asciuga le mani con il panno appeso, si dilunga, ogni dito merita cura, poi fa scivolare l&#8217;indice sul calendario, schiaccia il 21 marzo, si volta,  me lo indica battendoci l&#8217;unghia, mi avvicino e faccio risalire il suo indice fermandolo sul 3. &#8221;Nò do se pranverë arrin më parë ?&#8221; (&#8221;Nonna, che ne diresti di anticipare la primavera?&#8221;) L&#8217;assemblea nazionale Dipende da noi donne, che si è svolta a Roma sabato 3 marzo, ha accolto un&#8217;urgente reazione unitaria che si è rivelata rigenerante come l&#8217;aria primaverile. È successo questo: un gruppo di donne, in varie parti d&#8217;Italia (partendo da Genova, passando per Firenze, Roma, Ferrara, Napoli, Palermo) nei mesi scorsi, ha preso in mano la situazione. Ha preso per mano non solo le passanti ma le vicine, le fornaie, le fioraie, le fruttivendole, porgendo loro un appello. Partiamo da noi? Ha chiesto, ha prestato orecchio a quelle che &#8221;dipende dalla politica, mica... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.diebrucke.it/3-marzo-dipende-da-noi-donne-atto-i/sorellanza/" rel="attachment wp-att-2896"><img class="size-medium wp-image-2896 alignleft" src="http://www.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/sorellanza-178x230.jpg" alt="" width="178" height="230" /></a></p>
<p>Si asciuga le mani con il panno appeso, si dilunga, ogni dito merita cura, poi fa scivolare l&#8217;indice sul calendario, schiaccia il 21 marzo, si volta,  me lo indica battendoci l&#8217;unghia, mi avvicino e faccio risalire il suo indice fermandolo sul 3.</p>
<p>&#8221;Nò do se pranverë arrin më parë ?&#8221; (&#8221;Nonna, che ne diresti di anticipare la primavera?&#8221;)<br />
L&#8217;assemblea nazionale <strong>Dipende da noi donne</strong>, che si è svolta a <strong>Roma</strong> <strong>sabato 3 marzo</strong>, ha accolto un&#8217;urgente reazione unitaria che si è rivelata rigenerante come l&#8217;aria primaverile.<br />
È successo questo: un gruppo di donne, in varie parti d&#8217;Italia (partendo da Genova, passando per Firenze, Roma, Ferrara, Napoli, Palermo) nei mesi scorsi, ha preso in mano la situazione.<br />
Ha preso per mano non solo le passanti ma le vicine, le fornaie, le fioraie, le fruttivendole, porgendo loro <a href="http://collettivosorellanzaliberta.blogspot.com/2011/11/appello-liberta-dignita-rispetto.html">un appello</a>.<br />
Partiamo da noi? Ha chiesto, ha prestato orecchio a quelle che &#8221;dipende dalla politica, mica da noi&#8217;,&#8217; a quelle che &#8221;il femminismo è morto&#8221;, a quelle che hanno storto il naso e la bocca sentendo il termine <a href="http://www.diebrucke.it/vocazione-alla-felicita/">sorellanza</a>.</p>
<p><span id="more-2895"></span><br />
Un abbruttimento facciale incredulo che non ha trovato terreno fertile al pub dei F.lli Di Noto di Piana degli Albanesi.<br />
Sedute in un tavolino che contava quattro posti ci siamo trovate riunite in sette.<br />
La cosa straordinaria è che una giovanissima donna, Anna, che non aveva voce fisicamente a causa di un&#8217;operazione subita alle corde vocali è stata quella che grazie al suo taccuino ha lanciato motivi di riflessione importantissimi.<br />
Indimenticabili le dissertazioni sull&#8217;identità dirompente di Sophia Loren fatte da Claudia, i volantinaggi di Paola e Angela che hanno trovato applausi imprevisti da simpatiche vecchiette.</p>
<p>Quando mi sono trovata nel cerchio formato dalle cinquanta sorelle partecipanti-protagoniste dell&#8217;appello, ho pensato ad un&#8217;aiuola.<br />
Donne sbocciate, donne ancora gemme, donne diverse per età, per esperienza, accomunate dallo sguardo chiaro sulla realtà, dal panorama sognante di un cambiamento possibile.<br />
Ci si è concentrate su quello che si è, sul bi(sogno) che ha ognuna di noi, sulle relazioni costruite con le altre donne che giovano, hanno giovato e migliorato ogni ambito della vita e continuano a farlo.<br />
Siamo partite dal bene che ognuna rappresenta per l&#8217;altra immediatamente.<br />
Non si può fare altro, me ne convinco ogni giorno di più, di fronte alle Marinelle gettate nei fiumi, leggendo <a href="http://bollettino-di-guerra.noblogs.org/">il bollettino di guerra.</a></p>
<div>Dipende da noi donne sfondare la stanzetta carceraria che ci hanno costruito intorno, che abbiamo abbellito, di cui ci siamo accontentate.<br />
Dipende da noi aprire la porta, dichiarare nullo il contratto che ci vuole in un modo anzichè in un altro.<br />
Dipende da noi ricordare e ricordarci  cosa siamo state, chi siamo, cosa vogliamo diventare attraverso il mutuo sostegno.<br />
Dipende da noi intervenire sul processo educativo, <strong>ripensare il concetto di cura</strong> in maniera indipendente, senza obblighi e sensi di colpa.</div>
<div>Dipende da noi ripartire, manifestare/ci (ri)trovare la forza in se stesse e nelle altre.</div>
<div>Dipende da noi <strong>fermare il degrado</strong>, il femminicidio perpetrato giorno per giorno.<br />
Dipende da noi continuare a far funzionare i <strong>centri antiviolenza</strong>, realizzare percorsi di prevenzione, di autodifesa.<br />
Dipende da noi riorganizzare un cammino autoemancipatorio  personale, psicologico, culturale e sociale.</div>
<p>È necessario continuare a diffondere l&#8217;appello, possibilmente <strong>vis-à-vis</strong> , che  ne pensano le nostre lettrici?</p>
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		<title>All&#8217;età che tu hai ora &#8211; parte I</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Mar 2012 21:03:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulia Porcaro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[liberazione nazifascismo]]></category>
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		<description><![CDATA[I coniugi Bruno Codenotti e Cocca Casile sono entrati nella Resistenza da ragazzi, ma si sono conosciuti molto dopo. I loro racconti hanno in comune l’età &#8211; la giovanissima età – dei protagonisti, e il luogo. Il loro impegno nasce e si radica nella città di Bergamo, la città dove sono cresciuta. Conosco ognuna delle piazze, delle vie e delle strade che ricordano, raccontando delle sparatorie, dei disarmi, delle uccisioni. Può fare impressione pensare che proprio dalla finestra che stai guardando, un tempo sparavano i cecchini. A me aiuta, aiuta a rendere tutto più reale e concreto, a non far finire tutto nel dimenticatoio. Questo è anche il motivo per cui ho realizzato queste interviste. Nell’ascoltarli non si osserva nessun patetismo mentre parlano della loro esperienza, niente occhi lucidi, nessuno scuotere la testa; solo la postura: a volte si erige orgogliosa, altre volte sembra farsi minuta, come a scusarsi di... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://www.sandrazampa.it/wp-content/uploads/2009/03/partigiani.jpg" alt="" width="304" height="100" />I coniugi <strong>Bruno Codenotti e Cocca Casile</strong> sono entrati nella Resistenza da ragazzi, ma si sono conosciuti molto dopo. I loro racconti hanno in comune l’età &#8211; la giovanissima età – dei protagonisti, e il luogo. Il loro impegno nasce e si radica <strong>nella città di Bergamo</strong>, la città dove sono cresciuta. Conosco ognuna delle piazze, delle vie e delle strade che ricordano, raccontando delle sparatorie, dei disarmi, delle uccisioni. Può fare impressione pensare che proprio dalla finestra che stai guardando, un tempo sparavano i cecchini. A me aiuta, aiuta a rendere tutto più reale e concreto, a non far finire tutto nel dimenticatoio.</p>
<p>Questo è anche il motivo per cui ho realizzato queste interviste. Nell’ascoltarli non si osserva nessun patetismo mentre parlano della loro esperienza, niente occhi lucidi, nessuno scuotere la testa; solo la postura: a volte si erige orgogliosa, altre volte sembra farsi minuta, come a scusarsi di non essere, nonostante tutto, riusciti a cambiare le cose.<span id="more-2872"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>parte prima – <strong>Il racconto di Cocca</strong></p>
<p><em>Cocca, cosa ti ricordi del momento in cui hanno dichiarato la II guerra mondiale?</em></p>
<p>«Della II° guerra mondiale mi ricordo che l’hanno dichiarata il 10 giugno 1940. Noi eravamo abbastanza ignari di tutto, ignoranti di tutto: partiti non ce n’erano, discorsi politici al di fuori di quelli fascisti non ne abbiamo mai sentiti.</p>
<p>Ho questo ricordo di quel giorno, 10 giugno del ’40: noi eravamo come al solito a fare le vasche sul sentierone &#8211; <em>la via centrale di Bergamo, ancora ora meta delle passeggiate dei ragazzi il sabato pomeriggio</em> &#8211; avanti e indietro, eravamo in bicicletta e mi ricordo che c’era questa grande adunata in Piazza della Libertà. Lì quando c’erano le feste fasciste si radunavano tutti, in divisa e non … lì trasmettevano via radio il discorso di Mussolini, cioè <strong>la dichiarazione di guerra</strong>. La piazza era piena, e ricordo che c’erano ragazzi vestiti da avanguardisti, delle giovani donne vestite da giovani italiane che inneggiavano alla guerra… erano contenti. Ho sempre davanti agli occhi la scena di due persone anziane, due vecchi, che invece si asciugavano gli occhi, perché loro probabilmente avevano già vissuto la guerra del ‘15-‘18 e per loro la guerra era una maledizione. Io e le mie due amiche non ci siamo neanche fermate; io abitavo in via Vittorio Emanuele, lì vicino, e siamo andate verso casa.</p>
<p>Ti dirò questo: che di lì a poco tempo, dopo che veramente la guerra era iniziata e che ci rendevamo conto di quello che era… perché all’inizio avevano iniziato a tesserare i generi alimentari, che però erano sopportabili… invece, più la guerra proseguiva, più diminuivano i generi che ti davano con la tessera. Mentre il giorno della dichiarazione di guerra, e quelli immediatamente successivi, quei giovani manifestavano inneggiando alla guerra, che doveva essere una guerra lampo, man mano che passava il tempo, che venivano mandati al fronte, che non vedevamo più i nostri compagni di scuola o di giochi o di passeggiate ritornare perché morivano, allora la gente ha iniziato a rendersi conto di cosa fosse veramente la guerra.</p>
<p>Noi &#8211; <em>a Bergamo</em> -<strong>siamo stati in gran parte risparmiati dai bombardamenti</strong>, ma a Milano, nelle grandi città dove c’erano gli svincoli ferroviari, lì hanno bombardato tantissimo, quindi hanno subito anche quello.</p>
<p>Noi qui sentivamo, man mano che passava il tempo, anche la fame, perché erano arrivati a darti uno sfilatino di pane, che sarà stato lungo una spanna, in tutto il giorno … non si sapeva nemmeno se fosse farina perché era di un colore strano … neanche che fosse sagala –<em>segale</em>-  perché non era scuro per la segala… non si sa… a volte ci trovavi pezzi di spago. Era già bello se non ci trovavi insetti morti dentro.</p>
<p>Man mano che andava avanti la guerra ci siamo resi conto di cosa era stato il fascismo, di dove ci aveva portato.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>E dove vi aveva portato?</em></p>
<p>«Ho il ricordo di quella mia compagna di scuola che si chiamava Luciana Sacerdote, che era figlia del proprietario di quel negozio di moda che c’è sul sentierone, quello uomo e donna. La Luciana – <em>è usanza lombarda porre l’articolo davanti al nome</em> -  era in classe con me perché io ho fatto le magistrali dalle suore del Sacro Cuore. Lei era ebrea e nel 1938 sono uscite <strong>le leggi speciali che impedivano agli ebrei di frequentare le scuole pubbliche</strong> dello Stato italiano e impedivano di ricoprire cariche negli uffici pubblici. Tanto è vero che la Luciana aveva il negozio, ed era privato, ma la Laura, di cui vi parlerò dopo, Laura Levi, suo papà aveva una farmacia ad Ambivere e gliel’hanno tolta, gliel’hanno fatta chiudere. Non potevano tenere personale di servizio che fosse di purissima razza ariana… magari analfabeta, però era di purissima razza ariana mentre loro no.</p>
<p>Allora, ti dicevo, questa mia compagna era cattolica di religione, non era ebrea, e le suore l’avevano presa a frequentare le magistrali… però non era a registro, ci stava di nascosto e quando arrivavano le ispezioni fasciste veniva una suora e la portava via dall’aula in modo che non la vedessero. Pensa che le mie compagne erano talmente ingenue, talmente ignoranti delle cose che non si accorgevano nemmeno che questa se ne andava via dall’aula… lei era la mia compagna di banco. Poi era anche una mia amica perché io andavo spesso da lei a fare i compiti, e quando arrivavo, sua mamma ci preparava sempre il thé coi pasticcini, che erano una cosa rarissima in tempo di guerra, e quando io chiedevo di ricambiare e volevo invitarla a casa mia, sua mamma mi diceva di no: “Non posso spiegarti, ma per te è meglio così”, cioè non voleva che mi compromettessi. Era una bella ragazza, un po’ timida perché si vedeva che soffriva di questa situazione, capisci. Allora mi sono resa conto di quanto fosse veramente orribile il fascismo.</p>
<p>Poi nel ’43, quando è caduto il fascismo ma è stata fatta la Repubblica di Salò, allora sono andate in vigore le leggi contro gli ebrei che, proprio come in Germania, venivano presi e deportati nei campi di sterminio. Luciana è riuscita a salvarsi perché con la sua famiglia è riuscita a scappare in Svizzera e lì è stata fino a guerra finita. Invece la Laura Levi, che era una bellissima ragazza, alta, bionda… è stata denunciata dai fascisti, hanno arrestato tutta la sua famiglia. Erano nove membri, compresa la sua sorellina che aveva nove anni, e li hanno deportati in Germania. E’ tornata solo lei di nove membri della famiglia, ed è tornata perché lei l’avevano messa nella casa delle bambole, che sarebbe il postribolo per i soldati tedeschi, era molto bella… lei è tornata non denutrita, nel fisico era ancora una bella ragazza, ma con la testa non ci stava più. Infatti non si è più ripresa.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Come e quando è  avvenuta per te la scelta di entrare nella Resistenza?</em></p>
<p>«Nel ’43 c’è stata <strong>la scelta della Resistenza</strong>. Io avevo un ragazzino, che era il mio ragazzo, il mio fidanzatino che abitava in via Sant&#8217;Orsola. Lui non si è consegnato dopo l’ 8 settembre all’esercito di Mussolini della Repubblica Sociale. Lui si è dato disertore, però quando l’hanno beccato alla stazione l’hanno preso e l’hanno deportato in Germania. Io avevo una parrucchiera in via Sant&#8217;Orsola, perché lui abitava lì, e un giorno che sono andata dalla parrucchiera Adriana per farmi i capelli (era una compagna del partito comunista, ma io non lo sapevo) lei mi fa: “Tu sei la ragazza di Gino?” &#8211; “Sì, perché?” &#8211; “Vuoi entrare nella Resistenza?”, e io ho detto di sì. Non si dovevano fare corsi o niente, bastava avere la voglia di dire sì, e così sono entrata nella Resistenza.</p>
<p>In un primo tempo sono entrata nei gruppi di difesa della donna, il mio contatto era la Delia Sacchi, Rosa era il suo nome di battaglia. Era la figlia del fotografo Sacchi, che era il primo fotografo che aveva il negozio sul sentierone, era molto bravo. Lei anche era una compagna del Partito Comunista, però io non lo sapevo. Si ha così un bel dire “hanno partecipato tutti” ma quelli che tiravano la carretta, cioè quelli che hanno fatto di più come organizzazione, come presenza, era <strong>il Partito Comunista</strong>. Noi non sapevamo neanche che ci fosse, perché quelli che c’erano prima li avevano messi in galera. Prima non mi ero avvicinata alla politica.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Quindi è stato grazie al tuo ragazzo che ti sei avvicinata all’ambiente politico?</em></p>
<p>«C’era la camporella, quel boschetto che c’era qui a Loreto per trovare un po’ di intimità. Lui portava sempre un libro che riusciva ad avere dalla Svizzera, perché qui era fuori legge tutto, persino Benedetto Croce, il che è tutto dire. Dopo il 1941, quando l’America è entrata in guerra, non potevi più vedere neanche i film, neanche <em>Via col vento</em>… noi l’abbiamo visto dopo la guerra.</p>
<p>Il mio ragazzo sapeva di politica, allora portavamo in camporella sempre un libro con noi e mi ricordo che abbiamo commentato tanto un libro che era scritto da una scrittrice inglese, e parlava della rivoluzione russa, però non è che ne parlasse bene, ne parlava … cioè alla luce dei fatti poi può anche essere stata la verità, ma allora il mio ragazzo non ci credeva. Parlavamo di questo, mi raccontava che c’erano i soviet… per me era turco, non sapevo neanche cosa fossero … insomma qualche cosa mi aveva detto, ma capivo poco o niente. Invece dopo, quando sono entrata nei gruppi di difesa della donna, la Rosa mi dava delle dispense da battere a macchina, mio papà aveva una vecchia Remington; io non è che sapessi scrivere a macchina, però con due dita mi arrangiavo.</p>
<p>Una volta mi ha dato una parte di un libro che non so se era di Lenin o … era una parte che s’intitolava “L’estremismo: malattia infantile del comunismo”, e io non capivo niente. Cioè, io battevo a macchina, ma non capivo neanche quello che scrivevo, erano cose difficilissime da capire … però dopo, quando andavo dall’Adriana, con la quale avevo un po’ più confidenza, era la mia parrucchiera, allora chiedevo e lei qualcosa mi spiegava.</p>
<p>Prima sono entrata nei<strong> gruppi di difesa della donna</strong>, e lì il nostro compito era quello di supporto alla Resistenza.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ovvero, in cosa consisteva?</em></p>
<p>C’erano dei <strong>corsi di infermiera</strong>, perché se eventualmente ci fossero stati dei feriti bisognava fasciarli. Eravamo una frana&#8230;»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Hai mai dovuto medicare dei feriti?</em></p>
<p>No, no… per fortuna, se no poveretti. Poi ci insegnavano a fare le iniezioni, sul limone, perché quello che ci insegnava era il dottor Rossi, che allora era uno studente universitario, poi è stato primario all’Ospedale Maggiore. Noi avevamo vergogna perché era un ragazzo come noi… insomma, dopo bisognava farlo dal vero, allora invece che sul sedere me la sono fatta fare sul braccio, me l’ha fatta l’Adriana e mi è venuto un braccio così, però insomma ce la siam cavate.</p>
<p>Poi uscivamo a mettere <strong>la stampa clandestina</strong> nelle cassette delle lettere, facevamo delle scritte sui muri alla sera, scritte “Abbasso il Duce”, “Basta con la guerra”, “Viva la resistenza”… scritte molto brevi e molto grandi perché avevamo fretta di farle, perché se ti beccavano c’era la galera, se non la deportazione.</p>
<p>A un certo punto ci avevano dato da confezionare delle coccarde bianche rosse e verdi, che io non ho mai saputo a che cosa servissero. L’ha scoperto il direttore del museo Mauro, leggendo sui libri che queste coccarde le preparavano le matrone durante il Risorgimento… pensa a noi, cosa potevan servire.</p>
<p>Nel mese di febbraio del ’45 la Rosa mi ha detto che a Bergamo si era costituita la <strong>SAP &#8211; <em>squadra d’azione partigiana</em></strong> &#8211; del Fronte della Gioventù, e se volevo entrare a farne parte, perché loro cercavano di reclutare, perché quella era la guerriglia armata e non tutti si sentivano di farla. Sapeva che ero abbastanza determinata, mi ha chiesto se volevo farne parte, anche lì ho detto di sì. Mi hanno preso senza farmi fare prove.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Che tipo di azioni compivate?</em><strong></strong></p>
<p>«Disarmi, ricordo che il mio primo disarmo l’ho fatto col comandante, che era Timo. Alla sera, a gruppi di tre … la squadra si chiamava SAP, e invece a gruppi di tre, i GAP, uscivamo e tutti quelli che incontravamo con un’arma li disarmavamo. Il mio primo disarmo l’ho fatto sul viale della stazione con il comandate.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Paura?</em></p>
<p>«Paura tantissima, però dovevi vincerla perché se no incastravi gli altri che ti stavano vicino… paura tantissima, però dovevi vincerla. Siamo andati sul piazzale della stazione, dove c’era un via vai di fascisti, perché c’erano due stazioni: quella dei treni che andavano nelle valli Seriana e Brembana, e poi quella centrale. Lì attraversavano sto piazzale per il cambio dei treni e allora, mi ricordo, abbiamo visto sto fascista.Tino aveva già una pistola, io non l’avevo e dovevo conquistarmela, allora mi aveva dato una pipa. Ricordo che abbiamo dato il “mani in alto” a questo fascista, lui davanti con la pistola, io dietro con la pipa puntata alle spalle perché non avevo altro. Questo ha alzato le mani, aveva la fondina con la pistola, gli ho tolto la pistola. E quello è stata il mio primo disarmo.</p>
<p><strong>Più che paura, era emozione</strong>, era … non so cosa dirti, io sentivo il cuore che invece di averlo qui – <em>indica il petto</em> &#8211; l’avevo nella testa che picchiava. Dopo ne abbiamo fatti tantissimi, e ho avuto poi anche meno paura perché sei più abituata.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Hai mai esploso un colpo?</em></p>
<p>«No, io sono stata fortunatissima. L’avrei fatto eh, cioè voglio dire non è che mi tiro indietro… non sono come quelli che dicono “sì, però uccidere un uomo è sempre uccidere un uomo”… è anche vero… però quello era il mio nemico, io ero in guerra, dovevo ucciderli. Però a me non si è mai presentato il motivo, perché tutti alzavano le mani quindi non si ribellavano, era inutile. Vedi, <strong>si cercava di non uccidere, ma non per risparmiare loro, per risparmiare noi, perché per un tedesco ucciso per rappresaglia uccidevano dieci cittadini, non partigiani, dieci qualunque</strong>, facevano le retate … e per ogni fascista ucciso, tre. Allora sai, se potevi fare a meno … certo se era “o tu o lui” sparavi, ma se no se potevi fare a meno non uccidevi.</p>
<p>Dopo abbiamo fatto dei disarmi molto più grandi… perché noi andavamo a gruppi di tre, quattro per sera, tutte le sere, tutte le vie della città, loro non sapevano che eravamo solo ventisette.Perché un disarmo era in Santa Caterina, uno in città alta, uno era in Borgo Palazzo… e loro si trovavano persi, non capivano.</p>
<p>Invece quando facevamo i disarmi più consistenti, allora si andava più in tanti e <strong>il nostro mezzo di trasporto erano le biciclette</strong>. I miei compagni erano talmente poveri (erano operai, ma gli operai all’epoca erano poverissimi) che non avevano neanche la bicicletta, e quando siamo andati a fare quello su alla fabbrica di Dalmine, siamo andati in 12 con 6 biciclette. Sul cannotto legavamo il mitra, uno ci si sedeva sopra e poi andavamo. Abbiamo fatto questo perché a Sforzatici c’era un’osteria dove si radunavano degli operai alla sera, bevevano il bicchiere di vino, facevano la partita a carte, e lì in questa osteria ci andavano sempre tre fascisti del luogo, armati, vestiti da fascisti, che li obbligavano ad alzarsi in piedi a cantare i loro inni le loro canzonacce.</p>
<p>Due dei nostri compagni di Dalmine ci avevan detto di andare a dare una lezione a questi fascisti, e siamo andati una sera in dodici, sei siamo entrati all’osteria, sei avrebbero dovuto assaltare una casermetta con il container, dove avevano le mitragliatrici per sparare agli aerei che venivano per bombardare. Il gruppo della casermetta non è riuscito perché è suonato l’allarme e sono usciti. Nessuno di noi ha combattuto per fare l’eroe, nessuno cercava la bella morte. Noi invece siamo entrati nell’osteria. Entriamo dentro e ci sono quei 3 fascisti seduti al tavolo: erano armati di tutto punto con mitra, bombe a mano, tutto appoggiato al tavolo e sulla seggiola in parte, e gli operai erano lì che giocavano a carte.</p>
<p>Come siamo entrati abbiamo dato tutti il &#8220;mani in alto&#8221;. I tre fascisti, le loro divise erano verdi, erano più verdi delle loro divise! Hanno alzato le mani, allora abbiamo detto a loro “spogliati” gli abbiam portato via tutte le armi, e abbiam fruttato bene, perché erano tre mitra, erano tre pistole, tre bombe a mano… per noi era una manna. Gli abbiamo detto “adesso ti spogli”,  loro incominciano: i cappotti li avevano già tolti erano appoggiati, a noi le divise servivano anche per fare poi i disarmi, e ci serviva soprattutto di umiliarli davanti agli operai, loro così gradassi. Allora via la camicia, via le scarpe, ci servivano perché i nostri ragazzi erano talmente poveri che venivano a fare i disarmi con gli zoccoli. Ci servivano queste cose, restano con i pantaloni erano senza scarpe, e abbiamo detto “via anche i pantaloni” e li abbiamo lasciati lì in mutande! Abbiamo detto di non muoversi perché il paese era circondato… tutto un bluff, perché non era vero. Noi ce ne siamo andati e i due compagni di Dalmine, che erano lì mescolati tra gli operai, ci hanno detto che sono stati lì due ore e poi hanno dovuto mandare loro in caserma a prendere delle nuove divise perché se no dovevano andare in caserma in mutande.</p>
<p>Dopo, di lì a un giorno o due ci sarebbe stato uno sciopero… guarda che allora scioperare voleva dire essere deportati in Germania. Gli operai erano bravi per conto loro, e non avevano bisogno di noi, però questo ha dato anche a loro uno spunto in più perché lo sciopero riuscisse. Dopo ne abbiamo fatto molti altri… fino all’ 8 febbraio del ’45 quando abbiamo fatto quello di Ferruccio dell’Orto.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Puoi parlarmi di quest’ultimo disarmo?</em></p>
<p>«Eravamo in quattro: Gianni, Giacomo, Ferruccio e io. Quello era il mio GAP, ero responsabile io, era il 4° GAP. Ero ospite di una mia compagna in via Pignolo che era un’operaia, perché io ero già fuori casa, erano venuti a cercarmi ma io sono riuscita a scappare e non mi hanno preso. Allora, sai, stavi ospite in periferia, perché non potevi stare in città, e <strong>dopo andavi in montagna</strong>, perché qua cosa facevi… finché eri a casa tua di giorno lavoravi e di sera andavi a fare… dopo, quando eri indiziato dove ti mettevi? Qui non era la montagna. C’erano dei compagni generosi che ospitavano, ma quando su ventisette ne avevi sedici indiziati …</p>
<p>Sono venuti a prendermi Ferruccio, Gianni e Giacomo da questa mia compagna siamo usciti come al solito per fare il disarmo. Non c’era in giro nessun fascista, negli ultimi tempi non uscivano più, si vede che avevano paura. Verso le 11 intravediamo una divisa, perché c’era l’oscuramento, i pochi lampioni che c’erano erano coperti con la carta blu. Lo seguiamo, andiamo su per una via, voltiamo, andiamo su 50 metri e diamo il “mani in alto”; lui le alza, Ferruccio prende la pistola dalla fondina. Era un tenente degli alpini della Repubblica di Salò.</p>
<p>Nel frattempo sentiamo che arriva gente, noi diciamo: “Stai fermo, non ti facciamo niente, lascia passare la gente e poi andiamo via”, e invece lui si è buttato in terra a chiedere aiuto, e a noi allora non restava altro che scappare… o lo uccidevi, ma non serviva. Ci siamo messi a correre… avanti c’erano Gianni e Giacomo, e subito dietro io e Ferruccio. Nel correre a momenti vado in braccio a uno in divisa, perché finché non l’ho avuto vicino al naso non l’ho visto! Questo ha sparato, nel buio, perché non sapeva niente, non stava vedendo niente. Quel colpo lì ha preso Ferruccio al cuore.</p>
<p>Poteva prendere me e invece ha preso lui. Come ha fatto Ferruccio non lo so, ha corso con me 100 metri, è venuto su per quel tratto di via Pitentino, poi abbiamo voltato per via Pignolo per entrare dove ero ospite io. Quando siamo arrivati davanti alla porta, lui mi fa “Non mi reggo”, io credevo che fosse stanco per la corsa… aveva una giacca a vento, e l’ho preso per la manica per tirarlo dentro, invece lui mi ha proprio scostato e non ha voluto entrare. Noi siamo saliti su e siamo stati nascosti fino alle 2 di notte, lui invece ha attraversato la strada ed è caduto 4 o 5 metri più in su, e quando la Lina qualche ora dopo è scesa non c’era niente.</p>
<p>Noi <strong>l’abbiam saputo il giorno dopo, che era morto</strong>. I fascisti l’han rincorso, l’han preso, l’han trovato con la pistola di questo… e invece di portarlo in ospedale -stava morendo, perché si era preso un colpo al cuore, è morto di emorragia interna- l’hanno raccolto e l’hanno portato in quella casermetta che c’era dopo la torre del Galgario… c’è una discesina, lì c’era la casermetta degli alpini. L’hanno portato lì e l’hanno interrogato fino a quando è morto. Volevano sapere chi eravamo, i nostri nomi… non ha mai parlato. La testimonianza ce l’ha data un fascista che era lì, che in seguito a questo ha disertato e il giorno dell’insurrezione è andato a casa dei genitori di Ferruccio a raccontare come era morto loro figlio.</p>
<p>Così l’abbiamo saputo.»</p>
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		<title>Private e private</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2012 14:26:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Franceschini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’articolo 33, terzo comma, della Costituzione italiana riconosce ad enti e privati la facoltà di istituire scuole purchè senza oneri per lo stato, e quindi vieta il finanziamento statale alle scuole private. Grazie al disegno di legge 2741/1997, però, tale disposizione costituzionale viene elusa donando ogni anno milioni di euro (245 nel 2011) alle private sotto forma di contributi, sussidi, assegni e premi. Addirittura, con la finanziaria del 2007 sono stati tagliati 4 miliardi di euro alla scuola statale, ma il finanziamento alle scuole private è cresciuto di 150 milioni. I contributi sono erogati in via prioritaria alle scuole paritarie che svolgono il servizio scolastico senza fini di lucro, ma un 20% è ripartito fra il totale delle scuole private, quindi anche quelle in cui il lucro c&#8217;è. Tra le scuole non statali destinatarie dei soldi pubblici, ovviamente rientrano di diritto anche quelle gestite da enti ecclesiastici. Oltre a questo,... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.diebrucke.it/private-e-private/scuola-privata/" rel="attachment wp-att-2866"><img class="alignleft size-medium wp-image-2866" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://www.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/02/scuola-privata-230x205.png" alt="" width="230" height="205" /></a>L’articolo 33, terzo comma, della Costituzione italiana riconosce ad enti e privati la facoltà di istituire scuole purchè senza oneri per lo stato, e quindi vieta il <strong>finanziamento statale alle scuole private</strong>.</p>
<p>Grazie al <strong>disegno di legge 2741/1997</strong>, però, tale disposizione costituzionale viene elusa donando ogni anno milioni di euro (245 nel 2011) alle private sotto forma di contributi, sussidi, assegni e premi.</p>
<p>Addirittura, con la finanziaria del 2007 sono stati tagliati 4 miliardi di euro alla scuola statale, ma il finanziamento alle scuole private è cresciuto di 150 milioni.</p>
<p>I contributi sono erogati<em> in via prioritaria</em> alle scuole paritarie che svolgono il servizio scolastico senza fini di lucro, ma un 20% è ripartito fra il totale delle scuole private, quindi anche quelle in cui il lucro c&#8217;è. Tra le scuole non statali destinatarie dei soldi pubblici, ovviamente rientrano di diritto anche quelle<strong> gestite da enti ecclesiastici</strong>.<span id="more-2863"></span></p>
<p>Oltre a questo, le scuole gestite dalla Chiesa cattolica –come anche da altre confessioni religiose con cui lo Stato italiano abbia stipulato accordi- sono <strong>esenti dalla tassa sugli immobili, finora, se all’interno viene anche esercitato il culto</strong>, indipendentemente dal fatto che sussista o meno lo scopo di lucro.</p>
<p>Se andrà in porto la proposta che il premier Mario Monti ha annunciato alla Commissione europea, però, anche questi immobili dovranno pagare, almeno per la parte in cui viene svolta l’attività commerciale.</p>
<p>Se si trattasse di un problema solo italiano le circa novecento scuole cattoliche a rischio non avrebbero probabilmente nulla di cui preoccuparsi, senonchè sull’esenzione, introdotta dal governo di Silvio Berlusconi nel 2010, è stata avviata una <strong>procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per violazione della concorrenza e illegittimo aiuto di Stato</strong>.</p>
<p>Questi fatti generano un’ampia polemica: il fatto che ci sia lo scopo di lucro è motivo sufficiente per trattare una scuola come una semplice impresa?</p>
<p>Magari si potrebbe dire che alcune scuole, nonostante il guadagno conseguito da chi le amministra, rappresentano delle vere eccellenze e far pagare l’Imu anche a queste porterà un <strong>peggioramento della loro qualità o un innalzamento delle rette</strong>, dato che difficilmente i gestori preferiranno abbassare il proprio reddito per far fronte alle tasse.</p>
<p>Ma ovviamente non è su questo che infiamma la discussione. Nessuno si azzarda a distinguere le scuole private italiane tra quelle che svolgono realmente una funzione pubblica e quelle che, raggirando come possono le regole, vendono di fatto titoli di studio e non meriterebbero affatto la qualifica di paritarie.</p>
<p>Ci si limita a chiedersi se le scuole cattoliche, tutte, debbano o meno avere un privilegio rispetto alle altre scuole non statali. Magari perché in esse si esercita la libertà di scelta religiosa, o meglio la libertà dei genitori di decidere la religione per i loro figli.</p>
<p>A tale domanda la logica impone di rispondere con un semplice no. Anche perchè la fede non si <em>impara</em> allo stesso modo delle tabelline e, in ogni caso, non ha prezzo.</p>
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		<title>Oscar 2012: han vinto i francesi.</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 10:39:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valerio Moggia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ha vinto The Artist. Sì, lo so, io credevo in Hugo di Martin Scorsese, ma il maestro italoamericano si porta pur sempre a casa cinque statuette su undici, proprio come il film di Hazanavicius: incetta di premi tecnici (tutti meritatissimi) con gli Oscar come miglior fotografia, scenografia (essì, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo fanno tripletta, dopo i premi vinti nel 2005 per The Aviator, sempre di Scorsese, e nel 2008 con Sweeney Todd di Tim Burton), effetti visivi, missaggio sonoro e montaggio sonoro (categoria nella quale speravo nell’affermazione di Drive, la cui unica candidatura grida vendetta). Non è uno scandalo, sia chiaro, The Artist ha i suoi buoni motivi per essere il miglior film, tratta un argomento ormai passato di moda in maniera senza dubbio innovativa, Hazanavicius sceglie di raccontare il cinema dei tempi del muto con i tratti stilistici e gli strumenti del cinema muto. E forse è... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://cdn2.stbm.it/pianetadonna/gallery/foto_gallery/gossip/momenti-piu-belli-notte-oscar-2012/vincitori-oscar-2012.jpeg?-3600" alt="" width="261" height="307" />Ha vinto <em>The Artist</em></strong>. Sì, lo so, io credevo in <strong><em>Hugo</em></strong> di <strong>Martin Scorsese</strong>, ma il maestro italoamericano si porta pur sempre a casa cinque statuette su undici, proprio come il film di Hazanavicius: incetta di premi tecnici (tutti meritatissimi) con gli Oscar come miglior fotografia, scenografia (essì, <strong>Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo</strong> fanno tripletta, dopo i premi vinti nel 2005 per <em>The Aviator</em>, sempre di Scorsese, e nel 2008 con <em>Sweeney Todd</em> di Tim Burton), effetti visivi, missaggio sonoro e montaggio sonoro (categoria nella quale speravo nell’affermazione di <em>Drive</em>, la cui unica candidatura grida vendetta).</p>
<p>Non è uno scandalo, sia chiaro, <em>The Artist</em> ha i suoi buoni motivi per essere il miglior film, tratta un argomento ormai passato di moda in maniera senza dubbio innovativa, Hazanavicius sceglie di raccontare il cinema dei tempi del muto con i tratti stilistici e gli strumenti del cinema muto. E forse è proprio per questo che è stato <strong>premiato come miglior regia</strong>. Notate questo: i due film che trionfano agli Academy Awards 2012 sono entrambi<strong> storie sul cinema muto</strong>, preso come concetto generale (<em>The Artist</em>) e particolare, con il riferimento diretto ai capolavori del purtroppo dimenticato Georges Méliès (<em>Hugo</em>); ma, se il film francese scegli gli stilemi del cinema dell’epoca e ci porta dentro al mondo del muto, Scorsese sceglie un approccio più moderno, anzi modernissimo, avvalendosi anche del 3D (il cui recente secondo avvento è stato paragonato, con eccessiva enfasi, all’avvento del sonoro alla fine degli Anni Venti).<span id="more-2857"></span></p>
<p>Il film di <strong>Michel Hazanavicius</strong> completa la sua serata di gala con i premi alla miglior colonna sonora, ai migliori costumi e al <strong>miglior attore protagonista per Jean Dujardin</strong>, tutti meritati. <em>The Artist</em>, al di là che il film vi sia piaciuto o meno, rappresenta un piccolo gioiello di un terzetto (Hazanavicius-Dujardin-Bejo) la cui notorietà non aveva mai oltrepassato i confini di Francia (per i più attenti, Dujardin aveva recentemente interpretato un’ottima trasposizione cinematografica del fumetto Lucky Luke), e si era specializzato in commedie senza troppe pretese.</p>
<p>Se la scorsa edizione degli Oscar era stata all’insegna del british, con <em>Il discorso del re </em>sugli scudi, questa è stata decisamente <strong>made in France</strong>: cinque premi, compresi tre dei quattro più importanti a <em>The Artist</em>, altri cinque premi a <em>Hugo</em>, che è un film americano ma ambientato a Parigi, e uno (alla migliore sceneggiatura originale) a <em>Midnight in Paris</em> di Woody Allen, pure questo ambientato a Parigi. Di britannico resta ben poco, i due premi conquistati da <em>The Iron Lady</em>, che si porta a casa gli unici due premi ai quali poteva ragionevolmente ambire (miglior trucco e <strong>migliore attrice protagonista a Meryl Streep</strong>, che arriva a quota tre statuette e promette nel suo discorso di non vincerne più), e quello al miglior cortometraggio agli irlandesi Oorlagh e Terry George (quest’ultimo già nominato per la sceneggiatura di <em>Hotel Rwanda</em> nel 2005) con il film <em>The Shore</em>.</p>
<p>Come miglior attore non protagonista trionfa il canadese <strong>Christopher Plummer</strong> per <em>Beginners</em>, interprete straordinario di cui l’Academy e gran parte del pubblico si sono accorti solo da qualche anno. Il suo è più che altro un premio alla carriera. La sua controparte femminile è <strong>Victoria Spencer</strong>, unica vincitrice delle tre interpreti candidate dal film <em>The Help</em>, tanto da superare la favorita e compagna di set Jessica Chastain, oltre a Berenice Bejo.</p>
<p>Sceneggiatura non originale conquistata da Alexander Payne e i suoi collaboratori Nat Faxon e Jim Rash per <strong><em>Paradiso amaro</em></strong>, piccola perla di uno dei cineasti americani meno conosciuti eppure più capaci dietro alla macchina da presa. Miglior canzone originale a “Man or Muppet” del film <em>I Muppets</em> (se, come il sottoscritto, siete fan di <em>How I met your mother</em>, un grande applauso all’attore, sceneggiatore e produttore Jason “Marshall” Segel, che ha creduto in questo progetto nonostante fossero dodici anni che non usciva un film coi pupazzi di Jim Henson, un’intera generazione privata della loro comicità). Per il secondo anno consecutivo conquistano l’Oscar al miglior montaggio Angus Wall e Kirk Baxter, collaboratori fidati di David Fincher, nel 2011 premiati per <em>The social network</em>, quest’anno per <em>Millenium: Uomini che odiano le donne</em>.</p>
<p>Non ce l’ha fatta <strong>l’unico film italiano in gara, <em>La luna</em> di Enrico Casarosa</strong>, candidato come miglior cortometraggio d’animazione, a vincere la statuetta, andata all’americano <em>The fantastic flying book of mr. Morris Lessmore</em>. Come miglior cortometraggio documentario, invece, è stato premiato <em>Saving Face</em> di Daniel Junge e Sharmeen Obaid-Chinoy. A sorpresa, il documentario sul football <em>Undefeated</em>, che ripaga gli sportivi americani dell’infruttuosa comparsata sul red carpet del film <em>Moneyball</em> (che, per la verità, è già troppo abbia ricevuto la nomination a miglior film), scavalcando a sorpresa, e non so con quanto merito, <em>Pina</em> di Wim Wenders. Danza contro football americano, se non fosse la cerimonia degli Oscar ci sarebbe stato da ridere.</p>
<p>Nella categoria miglior film straniero<strong> vince l’iraniano <em>A separation</em> di Asgar Farhadi</strong>, giusto favorito della vigilia, primo Oscar assegnato a un film iraniano (si consideri anche l’attuale situazione politica internazionale e la critica implicita alla società nel film in questione, però), nonostante i favori del sottoscritto fossero per il gioiellino noir belga <em>Bullhead </em>di Michael R. Roskam. Infine, strameritato <strong>Oscar al film d’animazione per <em>Rango</em> di Gore Verbinski</strong>, western nell’era in cui vanno per la maggiore vampiri e pirati, film d’animazione in due dimensioni quando va per la maggiore il 3D, pellicola per bambini che non può non commuovere ogni appassionato di cinema e far interrogare ogni adulto sulla propria vita.</p>
<p>P.S. In tutto questo, diamo un premio speciale di Die Brucke al miglior ospite della serata, a <strong>Sacha Baron Cohen</strong>, che ha fatto irruzione sul red carpet <a href="http://cdn.ilcinemaniaco.com/wp-content/uploads/2012/02/Oscar-2012-red-carpet-video-e-immagini-di-Sacha-Baron-Cohen-6.jpg" target="_blank">vestito dal suo <em>Dictator</em>, con tanto di sexy guardie del corpo al seguito</a>. Fa ombra perfino alla meravigliosa Milla Jovovich.</p>
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		<title>Il post del postmoderno</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Feb 2012 23:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Pianezzi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fight Club]]></category>
		<category><![CDATA[Fincher]]></category>
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		<description><![CDATA[C’è un senso di vuoto che fa incrociare vite, sdoppia identità e alimenta ricerche. Alcuni l’hanno definito postmoderno, postmoderne le scarpe, i pensieri, i libri, musica postmoderna, super-iper-mini mercati postmoderni. Il mostro postmoderno è l’antieroe senza bussola, il nichilista, il nulla (nihil) del vuoto nichilista, siamo noi. “Allora cosa siamo? Siamo consumatori. Siamo sotto prodotti di una vita che ci ossessiona. Io dico non essere mai completo, io dico smettila di essere perfetto, io dico evolviamoci.” Io dico “Ciò che rimane è solo il deserto”, lo scrive Murakami nel suo libro “A sud del confine, a ovest del sole”, ed il vuoto è lo stesso che David Fincher  fa vomitare al suo antieroe in Fight Club: “tu sei la canticchiante e danzante merda del mondo”. E se Nietzsche ha ragione e questo mondo un Dio non ce l’ha, il vuoto del divino, del “moderno” è inevitabile. Moderno come ideale, credenza,... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.diebrucke.it/il-post-del-postmoderno/images-3/" rel="attachment wp-att-2817"><img class="alignleft size-full wp-image-2817" src="http://www.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/02/images1.jpeg" alt="" width="262" height="192" /></a>C’è un senso di vuoto che fa incrociare vite, sdoppia identità e alimenta ricerche. Alcuni l’hanno definito postmoderno, postmoderne le scarpe, i pensieri, i libri, musica postmoderna, super-iper-mini mercati postmoderni. Il mostro postmoderno è l’antieroe senza bussola, il nichilista, il nulla (<em>nihil</em>) del vuoto nichilista, siamo noi. “Allora cosa siamo? Siamo consumatori. Siamo sotto prodotti di una vita che ci ossessiona. Io dico non essere mai completo, io dico smettila di essere perfetto, io dico evolviamoci.”</p>
<p>Io dico “Ciò che rimane è solo il deserto”, lo scrive Murakami nel suo libro “A sud del confine, a ovest del sole”, ed il vuoto è lo stesso che David Fincher  fa vomitare al suo antieroe in Fight Club: “tu sei la canticchiante e danzante merda del mondo”.</p>
<p>E se Nietzsche ha ragione e questo mondo un Dio non ce l’ha, il vuoto del divino, del “moderno” è inevitabile. Moderno come ideale, credenza, lotta, anelare all’infinito.<span id="more-2813"></span></p>
<p>La nostalgia romantica che permea la scrittura giapponese è foriera di significati che anche la cinepresa di Fincher riesce a cogliere, seppure sotto altre forme. Murakami riporta alla memoria di chi lo legge il Dio dell’amore platonico, l’Eros nato dal desiderio inappagabile, incapace di esaurirsi in una realtà: <strong>“</strong>Perciò, in quanto figlio di Poros e di Penìa, Amore si trova in questa condizione: in primo luogo è sempre povero e tutt&#8217;altro che tenero e bello, come invece ritengono i più, anzi è aspro, incolto, sempre scalzo e senza casa, e si sdraia sulla terra nuda, dormendo all&#8217;aperto davanti alle porte e per le strade… Non è nato né immortale né mortale, ma in un&#8217;ora dello stesso giorno fiorisce e vive, se la fortuna gli è propizia, in altra invece muore, ma poi rinasce in virtù della natura del padre, e quel che acquista gli sfugge sempre via…”</p>
<p>Ed amore diventa l’anelare perpetuo, l’inarrestabile bisogno di completarsi (“Io dico non essere mai completo, io dico smettila di essere perfetto..”). L’amore è tutte le infinite possibilità di soddisfarle ed insieme l’impossibilità di farlo, il vuoto appunto.</p>
<p>L&#8217;amore che in Murakami è il senso più profondo della vita, ciò che le dà un significato, si trasforma in <em>Fight Club </em>nella violenza liberatrice delle vite violente delle strade americane. L’amore giapponese e la violenza americana sono la vita reale oltre il velo del postmoderno, il velo di Maya che cela il vuoto esistenziale che alimenta la vita di ciascuno. Il Club della Lotta è il club degli uomini che lottando cercando il senso autentico della vita, lo cercano attraverso il sangue (della lotta, dell&#8217;autodistruzione, della rinascita): “Devi avere coscienza, non paura&#8230; È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa”.</p>
<p>Scrive Murakami: “Vista dall’esterno, la mia vita sembrava perfetta e talvolta anche ai miei occhi appariva così. […] Ero proprietario di un appartamento di quattro stanze ad Aoyama, di un villino a Hakone, di una BMW e di una jeep Cherokee. […] Eppure a volte avevo l’impressione di trovarmi sulla superfice, priva d’aria, della luna.” Priva di amore.</p>
<p>La nostra generazione, la generazione postmoderna, è sazia di desideri, è avara di felicità in pillola. Ci hanno insegnato che non ci sono desideri inappagabili, che l’irrealizzabile non esiste, ci insegnano che abbiamo bisogni latenti da soddisfare, possiamo comprare le infinite possibilità della vita, tutto è già pronto: sughi pronti, pronti pensieri, spazi di quotidiano infinitamente combinabili, mondo Ikea.</p>
<p>“Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Fincher denuncia la perdita di sé che caratterizza questa società di scatole cinesi, denuncia il rischio di dimenticare il vuoto che c’è dentro la scatola più piccola, quella più interna ad ogni uomo, quella che alimenta la ricerca che è vita, lotta, e vitale desiderio di realizzazione. Ci sono cose, come le emozioni e le possibilità, che non sono misurabili, prodotti intangibili di una realtà tutta interna alla condizione umana.  L’autodistruzione consuma il dialogo interiore fra mister Ikea e il suo alter ego Tyler Durden, fra l’uomo postmoderno e l’uomo post postmoderno. L’uomo post postmoderno è il protagonista di Murakami, la sua nausea, il suo rifiuto di certe dinamiche legate al capitalismo finanziario più spietato, il senso di vuoto che lo porta a interrogarsi sui suoi desideri più profondi, sul senso autentico della vita: “Ciò che rimane è solo il deserto”. Il finale di Fight Club suggerisce una rinascita (il protagonista di Murakami si chiama Hajime. Hajime significa inizio)&#8230; La rinascita che segue l’autodistruzione, suggerisce la scoperta del valore reale del vuoto e delle infinite possibilità di riempirlo.</p>
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		<title>Che figli di patriarca!</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 19:26:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rosalba Di Giuseppe</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Costume e società]]></category>
		<category><![CDATA[alma sabatini]]></category>
		<category><![CDATA[arberesh]]></category>
		<category><![CDATA[battaglia linguistica]]></category>
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		<description><![CDATA[Mentre aspetto il turno all&#8217;ufficio postale, sento due persone discutere, all&#8217;improvviso uno dice all&#8217;altro, sottovoce, in siciliano: figghi i pulla! (è necessaria la traduzione?) Risento la stessa espressione, stavolta in italiano, per strada, all&#8217;università, al bar, davanti alla tv di fronte ad una partita di calcio,  a distanza di giorni, in vario modo, con tono scherzoso, disgustato, addirittura minaccioso. I mittenti e i destinatari del &#8221;presunto insulto&#8221; sono quasi sempre loro: gli uomini. L&#8217;oggetto però è la donna. Ho notato che neanche la lingua arberesh (dialetto albanese) è esente da questo tipo di esclamazioni. Quando un uomo si fa male, accidentalmente, invoca, quasi in forma di bestemmia, l&#8217;organo genitale femminile della sorella o della madre di chi ha accanto. Mi chiedo il motivo per cui, molti rappresentanti del sesso maschile, quando perdono la pazienza, tirano in ballo la categoria femminile. Povertà di linguaggio? Forse. Ignoranza? Anche. Uno spettro si aggira... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Tahoma;"><a href="http://www.diebrucke.it/che-figli-di-patriarca/pentecoste-maschilista-colored/" rel="attachment wp-att-2733"><img class="size-medium wp-image-2733 alignleft" style="border: 0pt none; margin-left: 2px; margin-right: 2px;" src="http://www.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/01/pentecoste-maschilista-colored-230x160.jpg" alt="" width="230" height="160" /></a></span></p>
<p>Mentre aspetto il turno all&#8217;ufficio postale, sento due persone discutere, all&#8217;improvviso uno dice all&#8217;altro, sottovoce, in siciliano: <em>figghi i pulla!</em> (è necessaria la traduzione?)</p>
<p>Risento la stessa espressione, stavolta in italiano, per strada, all&#8217;università, al bar, davanti alla tv di fronte ad una partita di calcio,  a distanza di giorni, in vario modo, con tono scherzoso, disgustato, addirittura minaccioso. I mittenti e i destinatari del &#8221;presunto insulto&#8221; sono quasi sempre loro: gli uomini. <strong>L&#8217;oggetto però è la donna.</strong></p>
<p>Ho notato che neanche la lingua arberesh (dialetto albanese) è esente da questo tipo di esclamazioni. Quando un uomo si fa male, accidentalmente, invoca, quasi in forma di bestemmia, l&#8217;organo genitale femminile della sorella o della madre di chi ha accanto. Mi chiedo il motivo per cui, molti rappresentanti del sesso maschile, quando perdono la pazienza, tirano in ballo la categoria femminile. Povertà di linguaggio? Forse. Ignoranza? Anche.<span id="more-2730"></span></p>
<p>Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro del linguaggio patriarcale. Tutte le potenze si sono coalizzate in una <strong>profana caccia alle streghe a favore di questo spettro</strong>.[…] È ormai tempo che le donne  espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla realtà dello spettro <strong>strategie testuali non sessiste </strong>per combatterlo.</p>
<p>Il pensiero patriarcale, mascolinizzando il mondo, definendo tutto ciò che è femminile fragile e allo stesso tempo pericoloso, ha gettato le basi ad un linguaggio ideologico fortemente discriminatorio. I patriarchi hanno avuto timore (ce l&#8217;hanno avuto, eccome) dei movimenti femministi, ma non sono certo rimasti a bocca asciutta.</p>
<p>All&#8217; ufficio postale l&#8217;impiegata mi ha dato un modulo da compilare, ma non sono sicura che la mia richiesta è prevista o possibile. Non individuo la mia presenza, leggo: &#8220;Nome di COLUI che effettua l&#8217;operazione&#8221;. E ancora sulla carta d&#8217;identità noto &#8220;nato&#8221; e firma &#8220;del&#8221; titolare. &#8221; Perchè non chiedere che vengano utilizzate forme inclusive?</p>
<p>Secondo la studiosa del linguaggio <strong>Alma Sabatini</strong>, &#8220;<em>l&#8217;uso di un termine anzichè di un altro comporta una modificazione nel pensiero e nell&#8217;atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un&#8217;azione vera e propria&#8230;</em>&#8221;</p>
<p>Nel marzo 2008 il parlamento europeo ha sentenziato che il termine &#8220;signorina&#8221; è  politicamente scorretto, perciò è stato abolito,  anche le donne debbono essere chiamate per nome e cognome, <em>ehi tesoro</em> non va più bene. Ma che dire degli  <strong>omicidi a sfondo passionale  </strong>a causa di <strong>raptus di gelosia </strong>da parte di<strong>  uomini primitivi?</strong><strong></strong> Invocare l&#8217; <strong>evoluzione dell&#8217;uomo e i suoi diritti fondamentali</strong> non serve a niente se non si riconosce l&#8217;identità femminile.</p>
<p>Vajza e djem, gra e burra  duhet të flasim mirë për njohur. (Ragazze e ragazzi, donne e uomini è necessario parlare bene per riconoscerci). La battaglia linguistica deve essere quotidiana perché è una battaglia di riconoscimento. Nel momento in cui non sono considerata come parte da interpellare, la mia opinione è superflua, la mia presenza è un&#8217;assenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bibliografia sul linguaggio sessuato.<br />
PERROTTA RABISSI Adriana, <em>Donne di parole</em>.<br />
ROSSI Rosa, <em>Le parole delle donne</em>, Editori Riuniti, Roma.<br />
SABATINI Alma, <em>Il sessismo nella lingua italiana</em>, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.<br />
VIOLI Patrizia, <em>L’infinito singolare. Considerazioni sulle differenze sessuali nel linguaggio</em>, Verona, Essedue.<br />
YAGUELLO Marina, <em>Le parole e le donne</em>, Lerici, Cosenza.<br />
ZAMBONI Chiara, <em>Parole non consumate. Donne e uomini nel linguaggio</em>, Napoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riferimenti web:<br />
<a href="ilsessismoneilinguaggi.blogspot.com" rel="nofollow">ilsessismoneilinguaggi.blogspot.com</a><br />
<a href="http://www.universitadelledonne.it/">http://www.universitadelledonne.it/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La vignetta è realizzata da <a href="http://www.gioba.it/">Don Gioba</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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]]></content:encoded>
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		<title>Un tumore a mille euro al mese</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 09:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Franceschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
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		<category><![CDATA[salute]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli Stati Uniti infiammano aspre polemiche per la decisione del presidente Barack Obama riguardo al permesso federale al gigante petrolifero canadese TransCanada sull’avvio del progetto Keystone XL, l&#8217;oleodotto di 2700 chilometri che avrebbe dovuto trasportare il petrolio estratto in Canada fino al Texas, passando per sei Stati americani su cui era prevedibile un forte danno all’ambiente ed ai terreni agricoli interessati. Obama voleva rimandare a dopo le elezioni la decisione ma, messo alle strette dall’opposizione, che ha insistito per avere una decisione sull&#8217;oleodotto entro sessanta giorni dalla conclusione dell&#8217;accordo di fine 2011 sulle tasse, ha negato il permesso. La sua scelta è naturalmente avversata dalla maggioranza del Partito Repubblicano, e da alcuni sindacati che rimpiangono la perduta occasione di creare almeno 20.000 posti di lavoro (in realtà 6.000 secondo le stime ufficiali), e di far abbassare il prezzo della benzina, che invece secondo gli ambientalisti sarebbe in realtà aumentato… Insomma,... [<em>continua</em>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.diebrucke.it/un-tumore-a-mille-euro-al-mese/centro-oli-2/" rel="attachment wp-att-2744"><img class="size-medium wp-image-2744 alignleft" src="http://www.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/01/Centro-Oli1-230x141.jpg" alt="" width="230" height="141" /></a>Negli Stati Uniti infiammano aspre polemiche per la decisione del presidente Barack Obama riguardo al permesso federale al gigante petrolifero canadese TransCanada sull’avvio del progetto Keystone XL, <strong>l&#8217;oleodotto di 2700 chilometri</strong> che avrebbe dovuto trasportare il petrolio estratto in Canada fino al Texas, passando per sei Stati americani su cui era prevedibile un forte danno all’ambiente ed ai terreni agricoli interessati.</p>
<p>Obama voleva rimandare a dopo le elezioni la decisione ma, messo alle strette dall’opposizione, che ha insistito per avere una decisione sull&#8217;oleodotto entro sessanta giorni dalla conclusione dell&#8217;accordo di fine 2011 sulle tasse, ha negato il permesso.</p>
<p>La sua scelta è naturalmente avversata dalla maggioranza del Partito Repubblicano, e da alcuni sindacati che rimpiangono la perduta occasione di creare almeno 20.000 posti di lavoro (in realtà 6.000 secondo le stime ufficiali), e di far abbassare il prezzo della benzina, che invece secondo gli ambientalisti sarebbe in realtà aumentato…<span id="more-2742"></span></p>
<p>Insomma, non si sa quali sarebbero stati gli effettivi benefici, ma di certo c’erano i danni, scongiurati dal diniego del presidente americano all’operazione.</p>
<p>Succede spesso che si sia costretti a scegliere tra potenziali guadagni e<strong> diritto alla salute e ad un ambiente sano</strong>, in America come altrove.</p>
<p>Può trattarsi di un oleodotto, di una centrale nucleare, di un grosso elettrodotto che diminuirà le bollette della luce costando però qualche rischio in più di tumori e leucemie per chi vivrà a ridosso della sua fascia di rispetto…</p>
<p>Proprio in Italia, con la scusa della crisi e delle misure straordinarie, stiamo per averne un nuovo esempio. Nel <strong>decreto sulle liberalizzazioni</strong> licenziato il 20 gennaio, infatti, insieme all’abolizione delle tariffe minime e ai turni liberi per le f&#8217;armacie, ci sono anche alcuni articoli che prevedono più libertà per quelle imprese che intendono portare avanti attività potenzialmente dannose per la salute umana.</p>
<p>Sono previste procedure semplificate e più veloci sia per lo sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale (quindi nuovi elettrodotti, si può immaginare), sia per il rilascio di <strong>concessioni petrolifere</strong>. Già certo un investimento da sei miliardi in Basilicata, per passare a una produzione nazionale di 104.000 barili al giorno contro gli attuali 80.000, che superano già di gran lunga il fabbisogno giornaliero italiano.</p>
<p>Pensate a quanto diminuirà il costo della bolletta della luce, e ancor più quello della benzina grazie a queste liberalizzazioni, e a quanti posti di lavoro!</p>
<p>Ma prima di decidere se ne vale la pena, pensate anche a cosa ci costeranno: le attività di estrazione, stoccaggio e trasformazione del petrolio comportano alcuni<strong> danni alla salute</strong>, tra i quali alterazioni della normale funzionalità respiratoria causate da esposizioni protratte agli ossidi di azoto, oppure abbassamento delle difese immunitarie e della resistenza allo sforzo fisico per via del monossido di carbonio (gas anche letale ad alte concentrazioni). Il benzene, poi, è una potenziale causa di leucemia, mentre è riconosciuto come agente cancerogeno per l’uomo al punto che non è possibile definire una soglia sotto la quale non si hanno effetti sulla salute.</p>
<p>Ora, in <em>questa</em> prospettiva pensate al risparmio sul carburante e al posto di lavoro, probabilmente un tantino usurante, che queste attività possono portare, e decidete se vale la pena di comprare un tumore o qualche altro male a circa 1300 euro al mese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Informare è vitale</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 10:26:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasqualo</dc:creator>
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