Con una nota dell’ufficio stampa di palazzo Chigi, il Cavaliere accusa Repubblica di aver portato avanti una “compagna denigratoria” ai suoi danni, dettata dall’odio e dall’invidia. Oggi, sulle pagine dello stesso giornale, il direttore Ezio Mauro risponde a tono con un editoriale illuminante. La posizione e le parole assunte del giornalista – sopratutto alcuni concetti che ha voluto esprimere – restituiscono finalmente un’immagine dignitosa del giornalismo, per alcuni e grazie ad alcuni ancora capace di adempire alla sua funzione essenziale e naturale, il motivo che sottende e giustifica la sua stessa esistenza: maturare nel cittadino i sentimenti della consapevolezza e della partecipazione.

Chiaramente ogni testata è a se stante e il giudizio non è estendibile a tutte, ma un lettore imparziale – e libero da qualsivoglia pregiudizio di matrice politica – potrà riconoscere, almeno nel caso specifico, un’indubbia competenza nell’attività svolta da Repubblica, giornale – sì – in qualche misura di una delle parti, ma che ha sempre dimostrato una squisita professionalità nel portare a termine un incarico che (per la parte antagonista) potrebbe anche sembrare scontati.

Il parere di Silvio Berlusconi è stato immediato e si sviluppato secondo copione: le vicende delle ultime settimane sono “esclusivamente private”, e sono state strumentalizzate “in vista delle prossime elezioni” per una “strategia mediatica diffamatoria”, per abbassare il suo consenso elettorale. Ma la data della chiamata alle urne e il nascere di questa vicenda – come fatto notare proprio da Mauro – non rientrano nelle pianificazioni del quotidiano, né di nessun altro soggetto sociale che lui addita come autore del complotto, manco le foto della festa fossero state “rubate” da un qualche paparazzo dichiaratamente “di sinistra”. Al contrario: è stato lo stesso premier a lasciarsi immortalare e a rilasciare un’intervista per Chi, giornale di gossip di sua proprietà – guarda caso.
Di più, non è certamente nuovo a questo genere di iniziative, già poco tempo addietro aveva fatto decantare una sua intera nottata in discoteca.

La verità, purtroppo, è tutt’altra: in questo genere di occasioni l’intenzione è proprio quella di mostrare al popolo le immagini della sua vita privata, nella convinzione di suscitare ammirazione in una parte del Paese e invidia nell’altra. E lo stesso dicasi per la festa di Noemi Letizia – almeno per quella che era l’intenzione iniziale -, altrimenti non si spiegherebbe come sia possibile che siano sempre presenti i suoi fotografi e solo i suoi, e perché ogni volta insceni dei buffi teatrini di dubbio gusto.
Prendendo per vera l’autenticità delle foto scattate dalla rivista di famiglia, ci viene presentata l’immagine di un capo di governo in posa perpetua, con chi gli sta attorno in posa, persino le piante ad adornare il locale sembrerebbero plastiche. I sorrisi abbaglianti, tutti tirati a nuovo, non una macchia di sugo sulle camice degli invitati. E – ancora – se fossero davvero autentiche, non ci si stupisca allora sui dubbi di ritocchi e fotomontaggi che si consumati in questi giorni: la causa risiede proprio nell’innaturalità delle pose, più da museo delle cere che da festa di una diciottenne.
La verità – dicevo – allora è un’altra, è che al “nostro” piacerebbe fossero pubblici solo gli aspetti brillanti della sua vita privata, mentre i panni sporchi sarebbe meglio lavarli in casa. Non fossero andate le cose come sono poi effettivamente andate, non ci fosse stato il pelo sull’uomo, tutt’oggi si vanterebbe ancora della sua partecipazione alla festa di Noemi.

Ma come poter distinguere, in questo senso, una linea tra il pubblico e il privato, se si vorrebbe che la divisione fosse esclusivamente basata su un vantaggio personale?
Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, sempre in un’intervista rilasciata per Repubblica, spiega che “il privato non è più una faccenda riservata, quando lo usi per ottenere la tua affermazione pubblica“.
Dopo tutto, perché il rapporto del premier con sua moglie non dovrebbe interessare, quando lui stesso chiede il voto degli italiani non solo sulla base del suo successo politico, bensì anche per via dei successi del suo Milan o per lo share raggiunto dalle sue reti televisive?
Qualche anno fa inviò a dodici milioni di famiglie il libro Una storia italiana – ve lo ricordate? -. Ecco un passaggio significativo a riguardo:

Ha sempre preferito il riserbo sulla sua vita privata, ma da quando, con la discesa in campo, ha lasciato le vesti dell’imprenditore per diventare un personaggio pubblico, molti filtri sono ovviamente caduti. Vediamolo, allora, nel suo privato.

Ed è ancora lui stesso a parlarci, per primo, del rapporto con la famiglia:

Innanzitutto adora stare in famiglia con Veronica e i suoi figli, a fare il marito e il papà. Sono questi gli autentici momenti di felicità.

Piuttosto, non mi sembra che la stampa si sia mai interessata alla vita privata di altri politici. Il perché è presto chiaro: la stampa non chiede, ma macella tutta la carne che le viene venduta. E, riprendendo l’esempio dell’elettore, perché dovrei essere persino costretto ad ascoltare la vita privata del Berlusconi imprenditore, mentre al tempo stesso mi dovrebbe essere vietata quella del Berlusconi politico? Sopratutto, come può sua moglie essere solo la moglie dell’imprenditore, e non la moglie del politico? Come se gli anni di felicità fossero un successo imprenditoriale mentre questi giorni di tristezza non fossero al contrario un insuccesso politico.

Tornando all’editoriale, il direttore di Repubblica lo descrive come un “uomo in fuga”. In fuga da una parte del Paese che, se proprio non può non sapere nulla perché obbligata ad ascoltare, allora preferisce sapere tutto. E in fuga dai suoi redattori, una piccola minoranza della stampa non ancora addomesticata. È qui il cardine del conflitto di interessi sulla stampa: se vogliamo parlare di “normalità”, ovvero del comportamento diffuso nella maggioranza dell’insieme, il modello di giornalista di Repubblica, in questi giorni, ha rappresentato un’anomalia, perché, nonostante sia aderente – a mio giudizio – all’originale idea del giornalista, è distante dall’idea che Berlusconi ha imposto prima in Mediaset, poi in qualsiasi altro media italiano, direttamente o per conto terzi.

Il premier, in questi anni, ha completamente stravolto l’idea italiana del giornalista: non un giornalista, ma un’asta, l’oggetto che regge il microfono. Il giornalista ha il solo compito di concedere la parola al politico – dopotutto, pensateci: persino in Italia sembrerebbe inopportuno se un telegiornale si aprisse con un politico già lì a parlare, inquadrato in primo piano.

Deve comportarsi a mò di introduzione, preferibilmente con una domanda il più possibile generale, e poi tacere, così che il politico possa monologare sull’argomento che preferisce. È quella che a scuola verrebbe definita “una domanda a piacere”, cioè nemmeno una vera domanda, solo un semplice pretesto per giustificare malamente l’onnipotente libertà della classe dirigente sui nostri media. Mauro stesso parla di una “mancanza di chiarezza e di confronto, con domande precise e risposte nette”.
Niente “domande precise”, niente “risposte nette”, totale mancanza di contraddittorio, assenza di dibattito. Al politico spetta sempre la parola per secondo, e sempre per ultimo; al giornalista, invece, la prima e unica domanda.

Ma allora chiedo: se questa è la nostra idea di giornalismo, e se siamo davvero convinti che sia l’idea giusta, allora come dare torto a Beppe Grillo – le cui posizioni, normalmente, io non condivido?
A questo punto, tanto vale davvero sostituire i telegiornali con il bollettino stampa della dirigenza dei partiti: non più informazione, ma diffusione di proclami e dettami. Perché se la funzione del giornalista è solo quella di esordire con un “prego, ci parli di quello che preferisce” allora tanto vale reinvestire diversamente questa forza lavoro.
Si pensi, in questo senso, come lo stesso Berlusconi ha mutato qualsiasi canone di giudizio sull’argomento. È un discorso molto complesso, perché il fenomeno è profondo ed esteso, ma si noti che, mentre all’estero i giornalisti svolgono la funzione di massima autorità a controllo del governante, non appena i nostri vanno a porre un qualsiasi dubbio vengano automaticamente bollati come “comunisti”.
Una domanda che sarebbe riconosciuta indiscutibilmente come legittima altrove, come chiedere (ad esempio) a proposito del funzionamento del sistema di finanziamento dei partiti, in Italia passa sempre e solo come un’insinuazione – “lei sta insinuando che i nostri partiti sono finanziati illegalmente”.
Domandare non è più lecito, è offensivo e calunnioso. Ci manca solo la querela per domanda perpetuata.

Per chi non è d’accordo – concludo ancora con le parole di Mauro – resta solo la possibilità di fingere di essere “in un Paese normale“.

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