Che si tratti di una multinazionale, o di una impresa comunque di dimensioni medie, in realtà l’aspetto della selezione è fondamentale e spesso trascurato o affidato a persone qualunquiste, senza una preparazione culturale specifica e adeguata al compito delicatissimo che si apprestano a svolgere. Non è possibile, come accade spesso a me, che si debba trascorrere il settanta percento del tempo messo a disposizione per il colloquio nel dovere illustrare/giustificare la propria scelta accademica a persone che confondono persino la facoltà selezionata dal candidato con un’altra, magari molto eterogenea. Mi scuso se cito ancora il mio caso, ma molti selettori non sanno che la facoltà di Filosofia può essere scissa da Lettere, e che ormai la laurea in “Lettere e Filosofia” non esiste praticamente più da anni.

Un selettore dovrebbe quindi avere una conoscenza almeno generica, anche se puntuale, dei maggiori indirizzi di laurea e della struttura formativa che si dà negli stessi. Non chiedo di sapere che cosa sia un esame di filosofia teoretica, o di glottologia, ma almeno sapere cosa è un dottore in Filosofia, o un Italianista. E invece il titolo di studio è un marchio a fuoco dell’infamia, se non corrisponde ai modelli attualmente imperanti. Ci si aspetta la smorfia di delusione da un analfabeta, se si dice di essere laureato in Lettere classiche, ma non da un selettore per un posto, magari, di segretario… quando forse lo stesso sceglie un laureato in Ingegneria che, è probabile, non sappia parlare e scrivere correttamente in italiano. Non è per generalizzare e colpevolizzare gli ingegneri, però è uno skill, quello della proprietà di linguaggio, non richiesto nel loro iter formativo; essi però vengono scelti a detta del selettore, altro caso vero, in quanto il laureato umanista non ha “capacità di analisi” per definizione. E se si chiede cosa si intenda per analisi la risposta è: “Analizzare significa scrivere e risolvere un’equazione”. Siamo al delirio dell’ignoranza.

Un buon selettore non dovrebbe confondere l’aggettivo “versatile” col quale si auto-definisce un candidato, volendo significare capacità di adattabilità e di crescita, con “mi rassegno a fare quello che capita, senza metterci l’anima”. È una differenza che capirebbe anche un bambino, peccato che queste figure, prendano troppo alla lettera quanto scritto nella manualistica dei loro master (ammesso che li abbiano frequentati) e non abbiano la sagacia di andare oltre quelle indicazioni teoriche. E meno male che sono i laureati in Filosofia ad essere astratti e non aderenti alla realtà.

Mi è capitato, inoltre, di dover palesemente mentire ad un colloquio di lavoro nel quale non ho detto di essere laureato in Filosofia ma in “Ontologia applicata”. Termine di mia invenzione, sulla base di un lessico filosofico e specifico, che ha avuto l’esito di far assumere al selettore una strana smorfia a metà tra il “mamma mia che cosa difficile deve essere!” e “ma questo è scemo se ha scelto una cosa del genere?”. Una domanda sorge spontanea: ma il mio curriculum l’hai letto? Non ti accorgi nemmeno che ho mentito.

Questo per dire che andrebbe cambiata la cultura capendo che il tipo di istruzione non conta, eccetto per lavori specialistici (es. medico, ecc.). L’istruzione è uno strumento, come tanti, e quello che conta sono le attitudini al lavoro, al problem solving, alla creatività ed alla razionalità della persona; non importa se ha studiato analisi matematica all’università. Può infatti accadere che avere a che fare con lingue morte conferisca una elasticità mentale e una razionalità non numerica più rapida ed efficiente rispetto a quella aritmetica dei cosiddetti laureati scientifici, non tutto si può misurare mentre tutto si deve “com-prendere”. Così come può occorrere che la singola persona, magari con un curriculum scientifico o tecnico, sappia relazionarsi meglio verbalmente e per iscritto di un altro candidato con un profilo umanistico. Voglio dire, premi Nobel per le scienze sono stati dei letterati eccellenti e viceversa, però qualcuno gli ha dato l’occasione di mettersi in gioco e non si è fermato al solo libretto universitario.

È chiaro che spesso queste figure “professionali” rispondano a precisi “comandi” da parte dell’azienda nell’identificare un preciso target professionale, non potendo fare altrimenti. E allora ripeto, a costo di essere tedioso, ma come hanno fatto i nostri nonni, usciti dalla guerra con un paese pieno di macerie, a costruire la settima potenza industriale del pianeta? L’Italia era piena di laureati tecnici o scientifici? O forse c’era più volontà di rischiare, l’importate era che tu fossi un buon lavoratore, con intelligenza e moralità? Quante persone con licenza media ricoprono tuttora incarichi non solo in strutture pubbliche (grazie a concorsi spesso truccati, se furono fatti, e lo sappiamo) ma anche in realtà private molto importanti? La licenza media degli anni cinquanta e sessanta era più professionalizzante di una laurea attuale? Mi sento, in tutta serenità, di escluderlo nella maniera più categorica.

Quindi, meno luoghi comuni, più professionalità dei selettori e meno intrighi politici per scegliere un candidato a dispetto di un altro solo perché raccomandato, però questo è un male enorme e rilevante e tuttavia eterogeneo rispetto a questa condizione… tale mal costume è conosciuto, quello di cui ho parlato no. Non mi sento di esortare alla concretizzazione di un atto normativo per porre un freno a questa assurdità della mediocrità dei selettori; se già iniziassimo a rovesciare questa cultura saremmo ad un ottimo punto. Le tesi liberiste hanno naufragato miseramente nel postulare l’assoluta libertà nel mercato, quando lo stesso è disatteso nell’aspetto fondamentale della produzione e dello scambio, cioè il lavoro. Oltre ad essere una dimensione legata alla dignità personale e di cittadino (o membro di una comunità), il lavoro rappresenta un aspetto di equilibrio sociale ed economico troppo spesso sottovalutato, umiliato e ripiegato su parametri irrazionali. Con buona pace dell’ex ministro Sacconi, il quale sosteneva che l’Italia è in declino perché non “produce” (termine molto inappropriato) tanti ingegneri quanto l’India. Verrebbe da rispondere: 1) ma lei, caro onorevole, è un ingegnere? Mi pare proprio di no! È bello rimproverare gli altri di non essere quello che nemmeno noi siamo. 2) Non “produrremo” mai tanti ingegneri quanto l’India, semplicemente perché quel paese conta quasi un miliardo di persone, noi nemmeno sessanta milioni; 3) Ha senso impostare una competizione con tali numeri, tali condizioni di lavoro e tale mercato interno? Un po’ di cervello per favore.

Per chiudere sono concorde nell’affermare che il florilegio di corsi di laurea posticci e palesemente politici andrebbe sradicato, non posso però pensare che tradizioni antiche più di ogni altra possano essere tacciate di essere “perdita di tempo” o fucina per incapaci. Per questo invito chi di dovere ad introdurre nel dibattito la questione sull’anello di congiunzione tra lavoratore e datore di lavoro… la selezione e le conseguenti figure che troppo spesso dovrebbero essere loro stesse sottoposte ad esami.