Perché parlare ancora dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy?

Principalmente perché non è stato ancora detto tutto, perché ancora il governo degli Stati Uniti non ha tolto il segreto di stato sui file riguardanti l’omicidio, nonostante in questi anni siano stati eletti presidenti dalla fama liberal come Clinton e Obama, perché ancora la versione ufficiale delle istituzioni americane è quella originale della commissione Warren.

La commissione d’inchiesta presieduta dall’allora presidente della Corte Suprema Earl Warren, massima autorità giuridica negli Usa, composta da politici legati al Dipartimento della Difesa o ai servizi segreti (come Richard B. Russel, senatore democratico, ex governatore e procuratore della Georgia, presidente del Senate Armed Services Committee, o Allen W. Dulles, ex direttore della CIA), riunitasi dopo l’assassinio del presidente, emise la sua sentenza ufficiale nel 1964, stabilendo che l’unico responsabile dell’omicidio era il marxista Lee Harvey Oswald, impiegato nel deposito libri della Texas School di Dallas, dalla quale finestra esplose i tre colpi alle spalle del presidente, uccidendolo, con un fucile Mannlicher-Carcano, per poi fuggire in mezzo al tumulto e tornare a casa sua, dove uccise l’agente di polizia J. D. Tippit, che lo aveva fermato.

Oswald, secondo la commissione, agì da solo, senza alcun appoggio, il suo fu il gesto di un pazzo comunista che voleva attentare alla vita del nemico americano, ipotesi suffragata dal passato di Oswald in Urss, dove aveva conosciuto la moglie Marina, e dal sua ben nota attività filo-castrista per le strade di New Orleans. Fu proprio in quel periodo, però, che il procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison, indagando sul passato di Oswald nella sua giurisdizione, venne a conoscenza dell’amicizia di questi con il detective privato ed agente CIA Guy Banister, convinto anticastrista, così come molti altri amici di Oswald a New Orleans.

Il passato del folle attentatore era tutt’altro che convincente: ex marine degli Stati Uniti, eccelleva nel quoziente intellettivo, ma era alquanto scarso al tiro; trasferitosi di punto in bianco in Urss, rivelò all’intelligence comunista alcuni segreti militari americani di cui era venuto a conoscenza durante il suo addestramento nei marines e, dopo qualche tempo, fece ritorno negli Stati Uniti, senza ottenere il minimo ostacolo da parte delle autorità.

Fu a New Orleans che, in stretto contatto con la comunità anticomunista della città, entrò in contatto con David Ferrie e con il presidente dell’International Trade Mart Clay Shaw, che fu accusato dal procuratore Garrison di essere in realtà un agente al servizio della CIA, che aveva già lavorato in Italia appena dopo la guerra, e responsabile del complotto per uccidere il presidente Kennedy, sulla base di prove e testimonianze da lui raccolte. Il processo, però, si concluse con l’assoluzione dell’imputato per insufficienza di prove, benché la giuria riconobbe valida l’ipotesi del complotto nell’omicidio.

Fin da subito, comunque, le tesi della commissione Warren furono bersagliate da molti intellettuali dell’epoca, la maggior parte dei quali europei, in particolare dal filosofo Bertrand Russell, che nel 1964 pubblicò un articolo con una lista di 16 domande che evidenziavano le lacune nel resoconto della commissione. A queste si aggiungevano le numerose testimonianze omesse nel resoconto finale, perché considerate irrilevanti, che affermavano di aver visto chi aveva sparato (solitamente due persone, un bianco biondo e un uomo di pelle olivastra, testimonianza che rimanda al gruppo di cubani che sarebbero stati visti nei pressi di Elm Street e nell’ufficio di Guy Banister: in ogni caso due descrizioni che poco hanno a che vedere con la fisionomia di Oswald) o di aver segnalato alle forza dell’ordine i possibili assassini in fuga, ma queste non avevano proseguito all’arresto.

E poi il caso del fucile, il Mannlicher-Carcano, fucile d’anteguerra molto poco affidabile, maneggiato da quello che tutti i conoscenti definirono come un pessimo tiratore, mentre le prime foto della scena del crimine mostrano i poliziotti uscire dal covo dell’assassino con un ben più affidabile Mauser (poi misteriosamente scomparso, così come il cervello del presidente Kennedy, dal quale si sarebbero potute ricavare le traiettorie dei proiettili); o il cambio all’ultimo momento del percorso del corteo presidenziale, di modo che potesse passare davanti al luogo di lavoro di Oswald, rallentando per compiere la curva che da Main Street porta in Elm Street; o i numerosi ostacoli all’indagine di Garrison, dalla stampa fino al misterioso suicidio del testimone principale dell’accusa David Ferrie. Fino all’omicidio di Lee Harvey Oswald, due giorni dopo l’arresto, per mano del gestore di night club Jack Ruby, (ex) agente dei servizi segreti, morto per un tumore quattro anni dopo.

Infine, ovviamente, la prova definitiva della mistificazione del governo americano: il filmato girato in diretta da Abraham Zapruder che rivela al di là di ogni ragionevole dubbio che al presidente spararono almeno due persone da due differenti posizioni (si nota chiaramente JFK essere colpito frontalmente: la sua testa scatta all’indietro, il cranio si scoperchia, il cervello vola sulla parte posteriore della macchina).

Lee Harvey Oswald, quindi, fu condannato senza neanche un processo da parte della commissione Warren, senza potersi difendere e senza che alcuno facesse valere le gravi lacune nelle indagini, inoltre fu formalmente condannato per l’omicidio dell’agente J.D. Tippit, nonostante su tre testimoni solo uno riconobbe il lui l’assassino del poliziotto, salvo poi ritrattare, dichiarando di aver subito pressioni dalla polizia di Dallas per rilasciare quella testimonianza.

Le prime ipotesi sulle motivazioni dell’assassinio toccarono la sfera politica, additando come mandanti l’Urss o lo stesso Fidel Castro, ma fu fin da subito notato che un piccolo stato come Cuba, peraltro di recente formazione (la rivoluzione castrista risaliva al 1959), non poteva essere organizzato per compiere un simile attentato contro la vita del presidente degli Stati Uniti, mentre non vi erano prove del coinvolgimento dei sovietici, se non la breve permanenza di Oswald in Urss.

Si parlò anche della mano della mafia italo-americana, forse tramite il boss Santo Trafficante, per punire il presidente che aveva dichiarato la prima grande lotta al crimine organizzato e alla corruzione in America, ma anche questa ipotesi fu presto scartata, in quanto la mafia mancava degli appoggi e della forza necessaria per inscenare un simile complotto (il coinvolgimento mafioso, comunque, resta probabile, almeno in appoggio agli organizzatori dell’attentato, come rivelato dall’ex sicario di Chicago James Files, nell’intervista rilasciata nel 2007 a Pamela J. Ray).

L’ipotesi del complotto formulata dal procuratore Garrison attribuiva la responsabilità dell’assassinio alle forze militari e di intelligence americane (delle quali facevano parte Oswald, Banister, Shaw, Ferrie e molti altri, tra cui dei componenti della stessa commissione Warren), per fermare la distensione dei rapporti con i sovietici che stava progettando Kennedy (tesi sostenuta da diversi incontri con i leader dell’Urss e dallo stop all’operazione della Baia dei Porci, imposto proprio da Kennedy).

Di recente, questa ipotesi è stata messa in dubbio da molti studiosi del caso, che hanno approfondito le azioni di JFK, osservandole nell’ottica della guerra fredda: Kennedy, come sostenuto anche da Noam Chomsky nel suo “Alla corte di re Artù- Il mito Kennedy”, sarebbe stato un normale sostenitore della guerra fredda, come dimostrato nel suo atteggiamento nei confronti del Vietnam, dalle operazioni di sabotaggio al regime fantoccio degli americani in Indocina, cause scatenanti della futura guerra locale.

Attualmente, la tesi più accreditata riguarda l’Ordine Esecutivo 11110, che dava al Presidente degli Stati Uniti il potere di emettere, tramite il Dipartimento del Tesoro, il denaro, prerogativa che spettava alle banche, che così avrebbero visto perdere parte del loro potere. L’Ordine Esecutivo 11110, dopo la morte di Kennedy, cadde in disuso, le banconote emesse dal governo furono ritirate e, nel 1987, la sezione fondamentale dell’ordine fu abrogata dal residente Reagan.

Quindi, perché parlare ancora dell’omicidio Kennedy?

Perché la versione ufficiale è ritenuta ancora valida dal governo degli Stati Uniti, nonostante le evidenti lacune della relazione della commissione d’inchiesta e le prove che smentiscono categoricamente la stessa, e nonostante gran parte dell’opinione pubblica americana (e non solo) non creda più all’ipotesi dell’attentatore solitario.

Perché un paese all’interno del quale esistono delle forze in grado di assassinare il presidente e mettere tutto a tacere, non può definirsi un paese completamente libero e democratico, peggio ancora se questo paese è riconosciuto come il massimo esempio di libertà e democrazia al mondo. Perché si tende a dimenticare la storia, a lasciare che ciò che è accaduto si ripeta, e ci trovi impreparati. Perché è giusto sapere.

Bibliografia: