Generalmente il professore conosce il proprio alunno più di quanto l’alunno conosca se stesso. E d’altronde, come potrebbe essere diversamente? Costretti in un esercizio che nulla invidia a una convivenza vera e propria, il rapporto umano tra le parti si spinge ben oltre il semplice mero aspetto istruttivo, arrivando a realizzarsi in quello che è innanzitutto un confronto umano più esteso.
Succede così che il professore potrebbe anche non aver bisogno di verificare la preparazione della propria classe: già quando gli alunni sono seduti ai propri banchi, potrebbe dire con esattezza chi ha studiato e chi no; e una volta chiamato alla cattedra l’alunno, il professore saprebbe già quanto ha studiato e cosa ha studiato. Se ne conclude che, conseguentemente, il professore sa anche se l’alunno sarà in grado di rispondere alla prossima domanda o se farà scena muta, ancora prima di porre la domanda.
Certamente, come per tutte le statistiche, possono verificarsi casi eccezionali: l’alunno svogliato potrà una volta sorprendere inaspettatamente il professore, facendosi trovare preparato sulla materia; e, al contrario, l’alunno diligente potrà una volta essere colto impreparato. Ma, considerato l’uso della media aritmetica per assegnare i voti, sono per lo più casi ignorabili all’interno del fenomeno complessivo. Ed è pur vero che non tutti i professori hanno la possibilità di conoscere i propri alunni, vuoi a causa di un tempo di analisi insufficiente, vuoi per via di una propria incapacità nel compito.
Ciò non toglie, in ogni caso, che molti professori conoscano i propri alunni, e siano così capaci di giudicarli senza dover verificare la loro preparazione di volta in volta; e non toglie che, nonostante questo, il professore sia tenuto comunque a svolgere questa verifica ogni volta, se deve esprimere un giudizio.
È una prassi, e non una prassi qualunque, bensì inevitabile. Il professore è tenuto a porre la domanda in essere, così come – d’altra parte – l’alunno è altrettanto tenuto a fornire una risposta, se la conosce
Il 24 agosto Silvio Berlusconi ha citato in giudizio La Repubblica per diffamazione. Le dieci domande di Giuseppe D’Avanzo, secondo il Premier, sono “domande retoriche” che “non mirano ad ottenere risposta del destinatario, ma sono volte a insinuare nel lettore l’idea che la persona interrogata si rifiuti di rispondere” – come raccontato in un articolo di venerdì, proprio da La Repubblica.
Non c’è nulla di inaspettato in questa mossa, checché ne facciano credere gli stessi media (che al contrario – penso – se l’aspettavano da tempo). E ha piuttosto ragione Eugenio Scalfari, quando la descrive in un editoriale come una “insofferenza per ogni controllo, per qualsiasi critica, per qualunque spazio giornalistico d’indagine che sfugga al dominio proprietario o all’intimidazione di un potere che si concepisce come assoluto, e inattaccabile”.
È l’insofferenza per la mancanza di un consenso plebiscitario che – sebbene dovremmo essere in una democrazia e considerate le garanzie per le libertà di espressione e opinione – genera in lui fastidio ogni qualvolta si leva una voce non dico accusatoria, ma anche solo non necessariamente concorde. E nonostante il fastidio per la critica subita potrebbe anche essere tollerabile, giacché facente parte della natura umana, altrettanto non può essere detto per le misure adottate, dispotiche più che umane.
Il Cavaliere – e di questo bisogna riconoscergliene il merito – ha intuito prima di tutti che la televisione non è lo specchio della realtà, come si potrebbe credere, bensì viceversa. Oppure non l’ha intuito, forse si è semplicemente impegnato perché diventassi così. Comunque sia, e in ogni caso, la realtà non viene più “resa” al cittadino, ma mediata (la famosa realtà mediata) a seconda di quello o di questo interesse. È lo stesso Berlusconi che si occupa di dipingerla. Con il “colore dei sogni”, ovviamente.
Non si può non sorridere se si pensa che il Premier ignora la giustizia italiana quando chiamato a rispondere di fatti “realmente” accaduti e accertati, mentre non esita a farne ricorso ogni qual volta dovesse sentire il bisogno di alterare una “realtà” a lui scomoda.
Non si tratta solo di plagiare l’informazione in base alle proprie necessità, ma persino di ribaltare qualsiasi canone socio-culturale: vorrebbe farci credere che una domanda è posta con il fine esplicito di dimostrare che “la persona interrogata si rifiuti di rispondere”, piuttosto che il rifiuto di rispondere equivalga a non possedere quella risposta – molto più credibile; vorrebbe farci credere che una “domanda retorica” – ammesso e concesso che lo sia – per via dell’aggettivo “retorica”, non sia più una “domanda”, ma solo “retorica” – come se qualcuno gli negasse il diritto di replica.
Quel che più preoccupa – e non tanto perché lo sia, bensì perché gli italiani nulla hanno da dire a riguardo – è l’idea di informazione che Berlusconi vorrebbe.
Il 7 agosto (qualcuno lo ricorderà ancora) una giornalista del Tg3 chiese delucidazioni al premier a proposito della falsa rivendicazione dell’accordo tra Turchia e Russia sul gasdotto South Stream. Il nostro amato, piuttosto che rispondere (e vale quanto detto prima – probabilmente anche questa una “domanda retorica”, altrettanto passibile di citazione in giudizio), preferì parare come suo solito: “d’altronde, lei appartiene ad una testata, il Tg3, che ieri è uscita con quattro titoli tutti negativi e di contrasto all’attività del governo. Credo che sia una cosa che non possiamo più sopportare [...]“.
Si faccia attenzione – perché ne vale la pena – sulla conclusione della risposta: “non possiamo più sopportare”: “sopportare”, appunto, come se si trattasse di una questione di gusti personali; “non possiamo”, verbo al plurale, sì, ma pur sempre in prima persona, nonostante si stia parlando di informazione pubblica.
Fu lo stesso Tg3 che, in un’edizione successiva, riportò i “quattro titolo tutti negativi e di contrasto all’attività di governo”, e precisamente: probabile presenza di un compratore per la Innse, calo della produzione industriale a giugno del 20%, sindaci divisi sulle ronde, cda Rai spaccato sulle nomine. Dunque nulla né di “negativo”, né di “contrasto” per l’attività del governo. Solo il punto della situazione su alcuni problemi reali.
Raccontare i problemi del paese, evidentemente, non rientra nei doveri dell’informazione, pubblica o meno che sia. Lo stesso dicasi per le domande dei giornalisti, inopportune se poste con l’intenzione di dare una risposta sempre a quegli stessi problemi.
E anche la critica, intesa come esercizio “puro” e spassionato, non dovrebbe essere più ben vista, tanto meno se abbinata all’arte: il 4 settembre uscirà Videocracy, lungometraggio di Erik Gandini sul rapporto tra potere e informazione. Sapevamo già che non lo avremmo mai visto sulle reti Mediaset, sorprende invece la stessa decisione presa dalla Rai, per la quale la pellicola è un “inequivocabile messaggio politico di critica al governo“. Come se – e si capisce che in effetti è così – non fosse consentito né criticare il governo, né inviare messaggi politici – ma sbaglio, oppure gli stessi politici l’hanno monopolizzata proprio a questo scopo?
Purtroppo temo che questa pellicola – la vedrò al cinema, e invito a fare altrettanto – non riserverà nessuna sorpresa: probabilmente parlerà di argomenti già noti a tutti, e comunque nulla di scandaloso. Il punto, il problema è che – appunto – “parla”.
A questo punto dovrebbe sorgere spontanea la domanda nel cittadino: in questo paese, a conti fatti, di cosa si può parlare, dunque? E soprattutto, qual è l’idea e quali sono i compiti dell’informazione?
Nel 1806 Napoleone si accontentò di costruire l’Arco di Trionfo. Allo stesso modo, Berlusconi – che proprio a Napoleone vorrebbe paragonarsi -, più di duecento anni più tardi, si accontenta di monopolizzare e controllare ogni mezzo di comunicazione per celebrare il potere – suo e dei suoi amici di merenda.
Anche questo, come lo era l’Arco di Trionfo a quel tempo, vorrebbe essere un trionfo pubblico. Ma è davvero così? Che interesse ne ha il contribuente? Cui prodest?
Di seguito, e a memoria imperitura, le dieci domande di Repubblica (dall’articolo completo di Giuseppe D’Avanzo):
- Quando, signor presidente, ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo d’incontrarla e dove? Ha frequentato e frequenta altre minorenni?
- Qual è la ragione che l’ha costretta a non dire la verità per due mesi fornendo quattro versioni diverse per la conoscenza di Noemi prima di fare due tardive ammissioni?
- Non trova grave, per la democrazia italiana e per la sua leadership, che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità politiche le ragazze che la chiamano «papi»?
- Lei si è intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008 e sono decine le “squillo” che, secondo le indagini della magistratura, sono state condotte nelle sue residenze. Sapeva che fossero prostitute? Se non lo sapeva, è in grado di assicurare che quegli incontri non l’abbiano resa vulnerabile, cioè ricattabile – come le registrazioni di Patrizia D’Addario e le foto di Barbara Montereale dimostrano?
- È capitato che “voli di Stato”, senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle sue residenze le ospiti delle sue festicciole?
- Può dirsi certo che le sue frequentazioni non abbiamo compromesso gli affari di Stato? Può rassicurare il Paese e i nostri alleati che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto che ridimensionano la sua autonomia politica, interna e internazionale?
- Le sue condotte sono in contraddizione con le sue politiche: lei oggi potrebbe ancora partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una prostituta?
- Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E, se lo esclude, ritiene che una persona che l’opinione comune considera inadatta al Quirinale, possa adempiere alla funzione di presidente del consiglio?
- Lei ha parlato di un «progetto eversivo» che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?
- Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?
Mirko Pagliai
