Walter Veltroni se ne va, Dario Franceschini assume la reggenza. Sorrido ad una triste constatazione dei fatti: durante la sua segreteria, Veltroni è stato libero solo due volte. Ovvero all’inizio e alla fine.
A me piaceva la sua faccia, l’esempio del brav’uomo italiano tutto d’un pezzo, onesto e pulito, educato e dai principi sani e saldi. Uno che ti farebbe piacere averlo come padre o professore. Peccato, però, che all’infuori della bella immagine che ci si presenta, nella nostra società questo modello può appartenere a una di due sole categorie: i santi o i coglioni. Fate vobis, tanto per me sono un’unica cosa.
Ha fatto bene a dimettersi, ma ha fatto anche male: avrebbero dovuto dimettersi tutti i suoi colleghi – e quando dico “dimettersi” intendo dire “dimettersi”, non vedersi revocata la delega -, perché il fallimento di Veltroni non è solo il fallimento di un singolo uomo politico, è anche il fallimento dell’intera classe dirigente che apparteneva alla sua idea. Il partito ha lasciato il tempo trovato, e finalmente va ad imboccare l’unica strada che poteva riservarsi: quella del suo funerale.
Ma nella concretezza del reale non tutto è rimasto invariato, anzi. Forse è cambiato proprio tutto: Berlusconi è forte come non lo è mai stato, gli si prospettano lunghi anni di governo se queste restano le condizioni; la sinistra radicale non esiste più – so già che qualcuno dirà che il Pd non c’entra nulla; il cittadino si relaziona alla politica o attraverso l’indifferenza consenziente, o tramite l’odio puro nei confronti della casta; l’elettorato si sposta inesorabilmente verso destra, spesso accogliendo ideologie pericolose che vanno ben oltre la destra moderata (razzismo, xenofobia, omofobia e così via); il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato etico (ne avevo già parlato in un precedente articolo) ha assunto un carattere di inevitabilità, anzi ormai viene sentito come una necessità sociale.
Nella fatti specie, dunque, nulla è come prima, nonostante potrebbe non sembrare. In Abruzzo si è tornati alle urne da poco, il mio sdegno si è concretizzato davanti alla scheda: nonostante la mia passione per la politica – un modo per dire che ne deriva una certa conoscenza e un certo interessamento -, e nonostante io abbia precise idee politiche, non sapevo chi votare. Perché su quella scheda non c’era nulla di concreto.
Proprio sulla concretezza, l’istanza che sta alla base del Pd è magnifica. Parliamoci chiaro: da questo punto di vista è un partito perfetto, anzi è il Partito, quello che io voterei e quello per cui spenderei il mio interessamento politico. Basterebbe solo pensarlo in astratto, in altre parole alienarlo dagli schemi cui siamo abituati per andare a posizionarlo trasversalmente alla nostra realtà, rompendo le catene che lo tengono inquadrato nei canoni comuni della politica italiana. Come se fosse un dipinto – che in questo caso intitoleremmo Lo slancio: si realizza in un’altra dimensione ed è esclusivamente fine a se stesso; non è uno strumento e non è strumentalizzabile; qualcuno l’ha voluto pensare solo per essere guardato, per contemplarlo.
Peccato, però, che una volta chiusa la galleria d’arte è come se non esistesse più, i riflettori si spengono e il dipinto resterà al buio ad aspettare la mattina dopo, l’uomo intanto torna al mondo del verba volant, scripta manent.
Così è nato il Pd, è così è tutt’oggi: l’astrazione di un’istanza popolare, precisamente dell’esigenza di un cambiamento. Tuttavia, non è automatico che ad un’esigenza corrisponda necessariamente una domanda, e lo stesso dicasi per la relazione domanda-offerta. Nel concreto non esiste e non è mai esistito: non ha una forma, non ha un’identità, non ha né un passato e né un futuro. È una religione, fondamentalmente basata sulla “devozione devota” e impassibile di una dimostrazione oggettivamente razionalistica. Una mitizzazione, volendo usare altre parole: si prende qualcosa che non esiste, lo si erge a mito salvifico, si chiede un atto di cieca fede, poi si comincia a pregare per le proprie sorti. A messa finita ci sentiamo tutti un po’ più sollevati. Ma da quando l’uomo si è fatto animale pensante, il superamento del disincanto politico è sempre dietro l’angolo – fortunatamente, aggiungerei – e nel contesto si realizza con il cambiamento della preferenza elettorale.
È una questione di metri di giudizio, di pesi e di contrappesi. Ricorda un po’ la caduta del muro di Berlino: un atto dovuto, e al tempo stesso una catasfrofe. Si parte sempre dalla volontà di superare il passato non più calzabile nel presente, un passato che ormai è diventato troppo stretto, dalla necessità di una sostituzione, affinché sia possibile rispondere a delle reali esigenze storiche (quella del ricambio, ad esempio). E così è stato in entrambi i casi di cui stiamo discutendo: vuoi per il muro di Berlino, vuoi per la vita della sinistra italiana, si sentiva davvero il bisogno di riporre il passato tra i vecchi ricordi. C’è solo un problema: il passato, per sua stessa natura, è pur sempre “ancora radicato”, anche se ormai obsoleto. Non si lascia spostare così, devi sradicarlo (appunto). E così è stato, ancora in entrambi i casi. Sorge, a questo punto, un dubbio inevitabile: cosa costruire nello spazio venutosi a creare?
Una domanda che – probabilmente – nessuno si è posto, né nel 1989, né nel 2007.
Sono stati entrambi due eventi dovuti (ovvero: inevitabili da un punto di vista storico e secondo un ragionamento di progresso della storia) – per carità! -, ma mal pianificati: l’uomo non può vivere del vuoto da lui stesso creato, che sia fisico o ideologico. La distruzione del passato è una forma di critica: la vogliamo riconoscere come un diritto, e a prescindere potrebbe essere vera come potrebbe essere falsa (non giudicabile a priori), ma non vale nulla se non si è capaci di proporre un’alternativa migliore – e che possa dirsi anche concreta, ovviamente, questo diamolo per scontato.
In questo senso il Pd è stato una giocata al lotto. Dice il vecchio detto: “sai quello che lasci, ma non sai quello che trovi”. Certamente bisognerebbe vivere nel coraggio e imparare ad abbandonare i rimorsi. Ma nel caso specifico, nonostante fosse gradita la vittoria, la pelle degli italiani era la posta in gioco, si è giocato sulla loro pelle. Avessimo vinto, sarei stato il primo ad essere felice. Ma era il caso di correre il rischio? Oggi sappiamo che non lo era, ma lo sapevamo anche allora: si poteva giocare la partita un’altra volta, col tempo favorevole, piuttosto che in un periodo di forte instabilità politica – se qualcuno aveva dei dubbi sul valore della sinistra, ecco risolto.
La vecchia sinistra era ormai triste e spenta, impegnata nella propria implosione – lo ripeto: sono il primo che lo pensava -, però c’era. Voglio dire: almeno c’era qualcosa, esisteva. Oggi cosa c’è? Si rifletta su questo: nonostante Antonio Di Pietro non c’entri nulla con la politica, per via del Pd oggi è il migliore politico di sinistra (o almeno: “non di destra”). Anzi, mi correggo: il migliore perché l’unico – allora il Pd è capace di fare qualche miracolo!
Non si tratta più del dipinto, ma della sostanza sintetizzatasi nella forma, degli uomini che vanno ad incarnare le idee affinché possano realizzarsi. L’idea dell’innovazione era buona, ma inutile se il tentativo doveva chiamarsi Walter Veltroni, della cui carriera si è già parlato tanto fino all’ovvia conclusione: vecchio. E Dario Franceschini? Democristiano. Non vecchio: persino obsoleto, nel contesto è nato direttamente vecchio. Volendo fare peggio, si poteva scegliere solo Andreotti.
La loro retorica raccattavoti, montata sulla leva dell’emotività dei discorsi strappa-lacrime del tipo “il Paese vuole cambiare”, non è innovatrice. Al contrario: desolatamente conservatrice. Annulla il significato di tutte quelle parole (cambiamento, nuovo, progretto) nella furia del loro utilizzo, mira all’autoconservazione del politico e all’idea della sua necessità per tirare avanti la carretta. Non si può fare del miglioramento una peculiaretà di un partito, semmai bisognerebbe averlo come propria natura intrinseca, cioè non come un punto di divergenza tra le varie forze, bensì come minimo comune multiplo di qualsiasi manifestazione politica che possa e che voglia definirsi innanzitutto democratica.
In questo senso, qual è stato, effettivamente, il punto di svolta tra l’Ulivo e il Pd? Nessuno:
- inizialmente si è voluto correre da soli, non tanto per affondare a spada tratta con le proprie idee, quanto più perché sussistevano le condizioni per poterlo fare. Ne è dimostrazione che poi, a livello locale, il Pd si è andato ad alleare non solo con i vecchi alleati, persino con cani e porci, ci mancava solo Mastella per mettere su l’allegra fattoria. Segno che l’importanza delle idee è prioritaria solo nel momento in cui quell’importanza riscuote anche consenso. Ma nel momento in cui il consenso viene a mancare, si possono anche disconoscere le proprie idee;
- si è voluto liberarsi dei vecchi alleati anche per non dover esser messi in discussione su ogni punto del programma. Salvo poi ricreare la stessa situazione all’interno del partito, frantumato in correnti. Si è quindi deciso di spostare la polvere sotto il tappeto, andando a lavare i panni sporchi in casa. Nonostante la pulizia apparente, le condizioni igieniche restano sempre le stesse: prima c’era un’alleanza con partiti conflittuali, si sono uniti i partiti dell’alleanza in un unico partito, andando poi a creare al suo interno – ed era inevitabile – delle correnti in base alle differenze di pensiero che sussistevano dalla precedente divisioni in partiti. Cioè, cambia solo il punto di vista dell’insieme – prima guardi il problema da fuori, poi lo guardi da dentro, ma il problema mica l’hai risolto!
Veltroni si è difeso a più riprese sostenendo che la coesistenza di correnti contrapposte non solo è normalità, persino che è l’aspetto portante di un partito come quello del Pd. Va innanzitutto detto che se queste sono le condizioni iniziali dell’esistenza del Pd, chissà quali saranno allora le conclusioni (sarebbe a dire che se ha già dei problemi nello stabilire quali siano i valori su cui poggia l’intero insieme, non ci si può aspettare un’unità nelle decisioni concrete in sede parlamentare). Sottolineando, poi, quanto possa essere vergognoso che abbia al suo interno una corrente che ha appoggiato il decreto Englaro e che al tempo stesso il partito vuol definirsi di sinistra: è un’offesa sia per gli elettori del Pd, sia per l’idea della sinistra in sé.
Si noti che le correnti di partito sono sempre esistite, e sono esistite in tutti i partiti, e che altrettanto sono ben tollerabili: ma solo quando propongono metodi diversi sulla base degli stessi valori, e non quando vanno a contrapporre valori completamente opposti (del tipo: se l’intero partito è a favore delle energie rinnovabili, possono esistere correnti che propongono fonti di energia diverse da adottare. Ma non può esistere una corrente a favore dell’energia rinnovabile e una contraria); - nessun obiettivo che possa considerarsi al tempo stesso originale e concreto: quelli concreti sono ripresi o dall’Ulivo o dalla destra, quelli originali consistono in quella retorica che si può riassumere in tre parole, “nuovo, progresso, futuro”, che messa così – ovvero assunta solo in astratto, come precedentemente accennato – potrebbe essere tranquillamente sostituita da “fiori, frutta, città”, tanto il risultato concreto è sempre lo stesso (ndr, nessuno, all’infuori di comizi esteticamente apprezzabili);
- nemmeno la retorica è stata rispettata. Le faccie sono sempre le stesse, gli schemi di ragionamento pure. Tutto il resto è solo di facciata: come le primarie, ad esempio, concesse quando l’unica scelta era Veltroni ed era ovvia, negata quando il popolo avrebbe chiaramento votato un’opzione diversa da quella voluta dalla dirigenza del partito (mi riferisco all’elezione di Franceschini, che nessuno voleva eccetto loro). Oppure come i giovani del Partito, i Giovani democratici: da un parte un giocattolo per tenere a bada gli orfani politici, dall’altra uno strumento per buttare nella politica i figli dei politici quando ancora portano il pannolino;
- si è portata avanti la necessità di superare il berlusconimo, l’antiberlusconismo e il populismo, salvo poi ravvedersi troppo tardi, a frittata già fatta. Si è concesso tutto al Primo Ministro tramite il silenzio-assenso, per poi tornare ad attaccarlo violentemente solo a finale scontato – il discorso di insediamento di Franceschini si è basato solo sulla demonizzazione di Berlusconi: alla faccia del superamento dell’antiberlusconismo! -. Anche in questo caso il ravvedimento è stato esclusivamente di tornaconto, perché gli italiani volevano l’opposizione e sono passati all’IdV, e non che abbiano rivalutato l’importanza di opporsi a questa dittatura.
Tutto questo fumo finisce con lo svanire presto, per lasciarci dinnanzi l’immagine della carne di sempre a cuocere sul fuoco di sempre. Si cambia la sceneggiatura, ma il copione resta sempre uguale. L’interesse è solo quello proprio, ovvero l’autoconservazione dei politici. Che comunque non è lucidamente volontaria, ma che deriva dall’auto-convinzione della superiorità intellettuale della classe politica. Ma inutile sbarazzarsi del vecchiume politico se prima non ci sbarazza dell’idea per la quale, nel valutare i politici, esperienza e merito sono proporzionati. Così come è inutile presentarsi alle Europee senza prima aver stabilito la propria posizione nel contesto europeo: sono perse già in partenza.
Si noti come Franceschini, adesso, è costretto a comportarsi esattamente al contrario di come vorrebbe la morale del partito: non eletto dagli elettori, dovrà prendere decisioni autonomamente, senza considerare le opinioni né dei colleghi, né tanto meno dell’elettorato, imponendo quello che a tutti gli effetti sarà un diktat. Contraddittorio, ma non potrebbe essere diversamente: il Pd è un partito che ha consumato tempo e lasciato guadagnare terreno a Berlusconi senza raggiungere risultati, motivo per cui l’unica soluzione per recuperare in extremis è la dittatura.
L’unica speranza è che l’esperienza del Pd possa concludersi nel più breve tempo possibile, andando di fatti a chiudere questa desolante pagina di storia emotivamente triste, perché vuota sotto qualsiasi punto di vista, di idee, di persone e di contenuti, e piena solo di sterili chiacchiericci e di demagogia ridondante. E visto che ormai il successo berlusconiano è indubbiamente inattaccabile, che si sfrutti il tempo a venire per interrogarsi seriamente su cosa è la politica e su come si lavora nella politica, su cos’è la sinistra e su come si è di sinistra.
Mirko Pagliai
