La crisi di governo non è più questione di “se”, ma di “quando”. I più pessimisti (o ottimisti, fate voi) parlano della prossima settimana; altri si dicono sicuri che si aspetterà fino all’approvazione della “legge di stabilità” (ex finanziaria) anche al Senato, facendo slittare la sfiducia al governo alla metà di dicembre. Certa è, a ogni modo, l’incertezza sul dopo. Io penso sia impossibile fare previsioni serie sui modi e i tempi della crisi senza prendere in considerazione due fattori – troppo spesso sottovalutati – che invece saranno quelli decisivi.

1) Il fattore “L”, ossia la Lega Nord. A meno di fantapolitiche secessioni all’interno del Popolo della Libertà, nessun governo alternativo all’attuale può pensare di nascere senza il sostegno dei leghisti. Non è (soltanto) questione di numeri: è questione di legittimità e opportunità. Non sarebbe sostenibile un governo che non contenga al suo interno almeno uno dei partiti che hanno stravinto le ultime elezioni. Se è sicuro il niet dei futuristi a un Berlusconi bis, altrettanto sicuro è che, senza Umberto Bossi, nessun governo sarà possibile. Il senatùr ha più volte ribadito la sua assoluta lealtà al Cavaliere, ma nel popolo leghista serpeggia ormai un crescente antiberlusconismo. Stufo delle Ruby, delle escort, dell’immobilismo del governo di fronte alla crisi economica della piccola-media impresa lombardoveneta e anche di fronte a disastri naturali (le contestazioni a Berlusconi la scorsa settimana nella zone alluvionate sono solo la punta dell’iceberg), il popolo leghista chiede sempre con più forza la testa del Presidente del Consiglio. La Lega insomma potrebbe decidersi – di fronte al tramonto di Berlusconi e spaventata dalla prospettiva di tornare alle urne senza aver portato a casa nulla (nemmeno i decreti attuativi del federalismo) – a lasciare la nave che affonda e decretare la fine del governo Berlusconi e della seconda Repubblica. Il federalismo val bene un ribaltone.

2) Il fattore “N”, cioè Giorgio Napolitano. Il Presidente della Repubblica italiana non è il mero notabile firma-leggi che molti credono. Il suo ruolo costituzionale, specie di fronte a crisi di governo, è decisivo. Napolitano dovrà decidere: se rimandare o meno Berlusconi (o un altro esponente dell’attuale maggioranza) alle Camere a richiedere la fiducia nella prospettiva di un allargamento della maggioranza all’UdC; se sciogliere il Parlamento e andare ad elezioni anticipate; se incaricare una figura di alto prestigio istituzionale (Mario Draghi o Mario Monti?) per cercare di mettere insieme i parlamentari di buona volontà ed evitare una campagna elettorale nel bel mezzo di una tempesta finanziaria. Insomma, Napolitano sarà arbitro e giocatore. Lo è già: ha chiesto e ottenuto che la legge di stabilità non venisse utilizzata per far cadere il governo e che la sua approvazione fosse anteposta a ogni scontro parlamentare; ha richiamato con forza ogni componente politica a un briciolo di responsabilità. Ma è anche entrato a gamba tesa nel gioco politico, dicendo per esempio che “qualsiasi governo dovrà essere in grado di fare delle scelte” (da leggersi come: nessun governicchio per fare la legge elettorale e tirare a campare tre mesi). Tutto passa dal Colle, il premier che si dimette, il signore con il mandato esplorativo che torna alle camere, il decreto di scioglimento delle stesse. Giorgio Napolitano non si farà intimidire da nessuno, questo è poco ma sicuro.