Bandiera EuropaL’Unione Europea affronta la crisi più grave della sua breve storia. Non si tratta tanto della crisi dei debiti sovrani, né della cronica incapacità di definire una politica estera e di sicurezza davvero comune. La crisi è politica e ideale. L’onda dell’euroscetticismo, un modo politicamente corretto per parlare dei rinascenti nazionalismi europei, parte dalla Scandinavia e arriva a Lampedusa facendoci rimpiangere la franca e orgogliosa freddezza britannica verso il processo di integrazione europea.

È vero che l’euroscetticismo si nutre di ignoranza, di luoghi comuni e di pressapochismo, ma è vero anche che sono gravissime le colpe di un’Unione cronicamente incapace di comunicare con i suoi cittadini, il tutto a vantaggio di Stati sempre più intenzionati ad utilizzare l’UE come un capro espiatorio: «l’Europa» che ci impone questo, che ci obbliga a fare quest’altro, che ci ruba la “sovranità” e ci impedisce di risolvere i problemi.

Gli attacchi a Schengen sono particolarmente significativi: mettere in pericolo una delle più grandi conquiste della storia di questo continente – la libertà per i suoi cittadini di muoversi liberamente da un paese all’altro – per correre dietro ad opinioni pubbliche xenofobe e razziste terrorizzate da un pugno di immigrati in fuga dalla miseria e dall’oppressione, è stupido e denota non solo l’estrema debolezza dei governi nazionali di fronte a sfide più grandi di loro, ma anche un livello di qualità della classe politica decrescente in tutta Europa.

Una possibile diagnosi è che l’UE soffra di una malattia autoimmune dettata dalla cronica mancanza della politica, nel senso più alto del termine. È una mancanza che si esprime certamente nell’assenza di un’arena politica europea e quindi di una vera competizione per il governo dell’Unione, ma anche e soprattutto di una strategia europea tramite la quale affrontare il declino. La razionalità e la ragionevolezza spingono con vigore ad una maggiore integrazione, a un trasferimento ulteriore di competenze verso l’Unione, al superamento delle logiche lobbiste e paleo-mercantiliste degli Stati membri. Eppure si va nella direzione opposta.

Che succede all’Europa? Il vecchio continente sembra stanco di se stesso, o peggio del suo unico progetto riuscito e di quella sorprendente capacità di presentarsi al mondo come un modello di pacificazione, cooperazione e integrazione. L’Europa è vecchia, demograficamente, idealmente e politicamente: sparito il ricordo degli orrori dei suoi crimini storici, il continente ha smesso di vedere nella sua unificazione, nella promozione internazionale dei valori liberali e democratici e nella difesa di una pace giusta nel mondo, lo scopo della sua esistenza e della sua azione.

Le politiche nazionali degli Stati membri rincorrono logiche elettorali di breve e brevissimo periodo: la cancelliera della Repubblica federale di Germania rischia di far crollare l’euro per non perdere troppi seggi nel parlamento statale del Baden-Wuerttemberg; il governo italiano lancia anatemi contro Schengen per giochi di potere interni alla sua stessa maggioranza, la Francia lo asseconda e la Danimarca passa ai fatti, sospendendo unilateralmente alcuni articoli del trattato a causa della debolezza del suo governo di coalizione, ostaggio del Dansk Folkeparti, un irrequieto partito di nazionalisti xenofobi.

Molti dicono che questa Europa ha fallito ed è destinata a crollare. Hanno ragione. L’Europa ha fallito, ha partorito nazionalismi e ideologie totalitarie, si è autodistrutta nella sua seconda guerra dei trent’anni (1914-45), è stata spartita tra due superpotenze “straniere” e oggi rischia di finire come un vaso di coccio, in frantumi tra i poli d’acciaio del sistema internazionale che verrà. Incompleta e sempre più divisa, l’Europa rischia di diventare quello che è geograficamente: una misera appendice peninsulare dell’Asia. Unita e riformata potrà contare per quello che è, confrontandosi alla pari con gli altri grandi attori della politica internazionale, difendendo il suo benessere, il suo futuro, i suoi valori, cooperando al governo del mondo.

Niente fa male all’Europa quanto un’apologia acritica. Occorre dirlo chiaramente: questa Europa ha fallito, non da ieri, ma da quasi un secolo. Le forme di intergovernativismo che ancora paralizzano l’Unione, la rendono meno aperta, democratica e trasparente di quanto potrebbe e dovrebbe essere. Ogni anacronistico tentativo di ritornare alle “patrie nazionali” non solo demolirà la comune casa europea, ma ucciderà quello che resta delle patrie, rinchiuse negli spazi angusti e limitati di uno Stato-nazione che ha esaurito da tempo il suo arco storico.

L’Europa delle patrie, delle nazioni e dell’intergovernativismo gollista ha fallito; ha fallito anche quella che definirei l’Europa “fortezza comune”. Che ci si creda o che semplicemente lo si riconosca come un dato oggettivo, o si fa l’Europa o si muore. O la si fa federale, libera e aperta, o non la si fa. Mai come oggi è il momento dell’Unione Europea.