Karol Racz, romeno. Vive in un campo nomadi, incensurato. Un suo amico, in qualche modo coinvolto nello stupro della Caffarella ma che comunque non ha direttamente compiuto la violenza, lo tira dentro il processo. La signora di Primavalle lo addita come il proprio aguzzino, con tanto di inequivocabile prova emotiva (è svenuta quando, nel corso dell’identificazione, se lo è ritrovato faccia a faccia).
Da qui in poi, l’inferno. La sua privacy venduta a e da l’informazione: la sua storia ogni volta raccontata con dettagli diversi, la sua faccia riproposta morbosamente agli occhi del Paese. Scattano la manette, trentacinque giorni dietro le sbarre. Gogna mediatica e lapidazione pubblica.
Ancora nessuna certezza sull’accusa mossa nei suo confronti, ma in qualche misura già reo. Colpevole, sì: di avere una brutta faccia, “faccia da pugile”. Esteticamente inaccettabile, sudicio, la malvagità è evidentemente disegnata sul suo volto. Un mostro. Anzi, il mostro. Uno che se lo guardi dritto negli occhi capisci subito che, con quegli occhi lì, non può non aver commesso un reato, deve necessariamente essersi macchiato di un qualcosa. A questo si aggiunga l’aggravante dell’essere un romeno. Sì, vabbè, quando si è iniziato a lavorare seriamente sul caso si è scoperto che il vero colpevole è anch’esso un romeno. Ma il mostro non è un romeno qualsiasi, il mostro è il romeno.
Salvo, infine, la smentita inoppugnabile della scienza: il test del dna dichiara la sua totale estraneità ai fatti. La signora di Primavalle comincia a ragionare a freddo: forse si è fatta prendere della foga, forse ha sparato troppo in fretta, forse è stata incauta nell’esprimere il suo giudizio. Infatti, ora che ci pensa bene, forse non è stato lui, forse lei quella faccia non l’ha mai vista prima. Nossignore, forse mai. Anzi, facciamo senza il “forse”, che è meglio.
A questo punto, per questa diffusa tipologia narrativa, lo svolgimento è sempre lo stesso. In primo luogo “faccia da pugile” sarà ospite (questa sera) di Porta a Porta, programma che ormai assolve pienamente alle funzioni di terzo ramo parlamentare e di tribunale per il riesame ufficioso della sentenza ufficiale. Diventerà la star del mese, peccato comunque per l’estetica poco gradevole che potrebbe complicargli il successo. In secondo luogo, l’avvocato minaccia, tuonante e adirato, richieste di risarcimenti. Peccato che in Italia – e sicuramente lui ne è consapevole -, così come non è ancora stata legittimata la class action, è altrettanto ancora illegittimo intentare causa contro l’intera classe – sociale? Culturale? Ideologica? – dell’italiano medio. E peccato che, sempre in Italia, – ma questo, forse, deve ancora scoprirlo – le pene contro l’odio razziale stanno all’applicazione della legge come il buon senso sta all’opinione pubblica. Potrebbe essere interessante sanzionare un paio di decine di milioni di italiani – forse molti di meno, ma ragioniamo sul peggiore dei casi – per diffamazione, e qualche dozzina di sedicenti “comunicatori” (giornalisti o presunti tali, animatori da bar o presunti conduttori di talk show) per incitamento all’odio razziale e per falso ideologico, proprio come vorrebbe il codice penale.
Probabilmente prima o poi si svolgerà l’ennesimo siparietto, nella soddisfazione collettiva e con i migliori complimenti per il regista. Ma tant’è: il teatro è quello di sempre, la sceneggiatura l’abbiamo già vista, il copione lo conosciamo a memoria, l’interpretazione degli attori non può stupirci.
Spero almeno di non dover pagare un’altra volta il biglietto per lo stesso spettacolo.
Mirko Pagliai
