Il 14 maggio al museo Nicola Barbato di Piana degli Albanesi è stata inaugurata la mostra del progetto Out of The box, pensato dal collettivo Impossible sites dans la rue con l’associazione Culturale Isole; promosso da Connecting cultures in collaborazione con Ismu settore educazione, patrimonio e intercultura e con il contributo di PaBAAC. Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Il laboratorio, guidato dall’artista d’arte pubblica, Giuditta Nelli, ha centrato più di un obiettivo: ricostruire una mappa visiva-emotiva attraverso gli occhi di tre generazioni: i bambini della scuola elementare e media, un gruppo spontaneo di ragazzi e gli anziani. Ha creato un ponte tra Piana e Palermo, tra un luogo così vicino geograficamente ma culturalmente e linguisticamente straniero e la Sicilia, rappresentata idealmente dai ragazzi dell’Accademia delle Belle Arti, che si sono detti entusiasti dell’esperienza vissuta, delle persone conosciute, dei luoghi visti, delle parole imparate in arbresh.Tutto è iniziato il pomeriggio dell’anniversario dei 150 anni d’Italia, quando Tommaso Bozzalla ha aperto una valigia contenente tutti gli strumenti necessari per costruire la propria personale macchina fotografica. Nella prima, inizialmente timida, fase,siamo stati un po’ impacciati dietro l’inquadratura del video maker Alessandro Ratti, con una scatola di alluminio, la macchina fotografica in divenire in una mano e una semplice puntina nell’altra, per realizzare sul centro del fondo delle scatole un piccolissimo foro, che avrebbe avuto funzione di obiettivo. Nella fase immediatamente successiva intrepidamente abbiamo colorato l’interno della macchina fotografica e, con una spugnetta abrasiva, abbiamo levigato il foro in modo da evitare le ombre prodotte dai bordi.
Il taglio dello scotch, la raccomandazione di non gettarlo via perché sarebbe servito per coprire il nostro foro-obiettivo, infine la carta fotografica da incollare sul coperchio della scatola, hanno dato inizio alle danze in giro per il paese per trovare il proprio Impossible site, luogo impossibile, il tema dello scatto. Impossibile, una parola che in arbresh non esiste, non è traducibile. Il luogo impossibile è un luogo che è scomparso: il fiume coperto dalla cementificazione, un luogo che è stato costruito ma non è stato utilizzato: il parcheggio Tozia, un luogo costellato da ginestre, motivo di festa, diventato luogo di memoria di un eccidio: Portella, un luogo di giochi e prime scoperte, dove si è cresciuti. Un rifugio: il cortile di Via Pio La Torre. Tutti luoghi impossibili che diventano possibili se ne conserva memoria, se si reagisce al degrado ambientale, se si denuncia.
Ecco che il laboratorio non è più ludico o competitivo ma ha una sua utilità sociale, pubblica. Il protagonista non è più l’oggetto fotografato ma il soggetto che fotografandolo modica l’oggetto stesso, l’ambiente circostante, e le persone che gli sono attorno vengono coinvolte nel processo di lettura del posto. La fretta impellente di fare le cose, la tragicità di non sapere come occupare il tempo libero, non capire quali cose meritino la priorità – le strade come un corridoio – con gli occhi rivolti verso un solo punto, senza esperire altro, se non il proprio cammino.
Una signora elegante vede un cortile abbandonato ricoperto di erbacce, non crede che questa sia davvero una macchina fotografica, non capisce cosa ci sia di speciale nella foto di due magazzini. Io, Rosalba, posso leggerle il posto, farle capire cosa ha significato per me e per i miei amici: posso aggiungere significato all’immagine che resta scritta nella carta fotografica, tradurla. L’implacabile curiosità, l’improvvisa allegria davanti al quotidiano: il magazzino-pasticceria di Giorgio, le sue bellissime tre figlie, la mano di un bambino pieno di dolcezza verso tutto ciò che esiste, un legame leale.
Riscoprendo il proprio territorio, osservandolo con occhi nuovi, si assaporano tutte le sue caratteristiche, le meno belle vengono a galla subito, per quelle belle ci vuole tempo, pazienza, impegno, speranza, partecipazione dell’immaginazione.
La cosa più affascinante sono stati i tempi trascorsi in attesa, il tempo di esposizione varia a seconda della dimensione della scatola. Più la scatola è piccola meno sarà l’esposizione alla luce. Resistere alla superficialità, al click digitale, allo sguardo senza intenzione, alla percezione distratta : è questo il significato profondo della fotografia stenopeica.
Proprio perché non c’era bisogno di guardare dal foro come per la macchina digitale, l”immagine della fotografia si è costruita mentalmente osservando, fissando lo sguardo, percependo con vividezza, facendo venire alla luce il passato raccontando come lo si è visto con i propri occhi: quello che c’era prima, quello che si vuole recuperare.
A Settembre si allestirà una mostra pubblica, perché le foto ritraggono il paese e al paese vanno restituite, fornendo ai cittadini una nuova e diversa lente per riscoprire Piana, riappropriarsi e rioccuparsi del paesaggio attraverso un’inedita osservazione, contemplazione, riflessione degli spazi normalmente vissuti. Non ce ne rendiamo conto ma le chiavi di lettura offerte sino ad ora sono state la spregiudicata commercializzazione e la polemica voluta a tutti i costi. Pensiamoci.
Infine un ringraziamento speciale a Costanza Meli, curatrice d’arte, presidente dell’Associazione Isole, che ha voluto fortemente ritornare nel nostro paese, nonostante la scarsa accoglienza offerta dal Comune; agli artisti: Tommaso Bozzalla, che ha trascorso gran parte del suo tempo nella camera oscura, dispensando consigli, facendo venire alla luce le nostre foto o consolandoci nel caso contrario, e Alessandro Ratti che ci ha seguito con la sua videocamera; e infine e in particolar modo a Giuditta Nelli, “che sa di avere una famiglia nella Liguria di Levante, una nella Medina di Dakar ed una – potenziale – in ogni luogo che incontra”.
Grazie anche al lavoro linguistico delle sorelle Cerniglia, Giovanna e Giusi.
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Giuditta
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Costanza Meli
Rosalba Di Giuseppe
