Nella realtà di tutti i giorni, trovandoci a discorrere con un amico o un parente che non sia ferrato nel campo dell’economia, si può pensare che la deflazione possa essere accolta in modo positivo. Chiaramente dopo una lunga e fastidiosissima fase inflazionistica, cosa c’è di meglio di un abbassamento dei prezzi? Per dare respiro alle famiglie alle prese con una difficile situazione economica, un processo deflazionistico potrebbe essere salutare?

Certamente, l’abbassamento del livello generale dei prezzi da un punto di vista macroeconomico è conseguenza della contrazione della domanda aggregata, che spinge le imprese a ridurre i prezzi per poter ristabilire l’equilibrio sul mercato. In fase di recessione, le imprese, vedendo i loro magazzini pieni, riducono in primis le ore di  lavoro straordinario, poi agiscono sull’occupazione (ricorrendo alla cassa di integrazione e non rinnovando i contratti a termine) e sui prezzi. Trascorsa la fase recessiva dell’economia, essendo calati i prezzi, la domanda, spesso stimolata dal politiche fiscali e monetarie espansive, torna a crescere, rimettendo in moto la macchina dell’economia, con le imprese che tornano ad accrescere la produzione e l’occupazione e con i prezzi che riprendono la risalita.

La situazione attuale è singolare: fino a pochi mesi fa, prima dell’esplosione della crisi finanziaria partita dagli States, eravamo nel bel mezzo di una stag-flazione, ossia un particolare fenomeno così denominato dagli economisti perché congiunge stagnazione (crescita bassissima o nulla) con alta inflazione. Questa si verifica a seguito di forti aumenti del prezzo del greggio che comporta l’aumento del prezzo delle materie prime, generando da un lato inflazione (le imprese scaricano sui consumatori tali aumenti), dall’altro bassa produzione, in quanto la domanda di beni è bassa per l’effimero potere d’acquisto delle famiglie eroso dall’alto livello dei prezzi.

Oggi, però, siamo sull’orlo di un processo deflazionistico. La situazione è radicalmente mutata a seguito del crollo delle borse, della crisi globale ormai sempre più pesante e vicina all’economia reale e dell’ondata di pessimismo che ha travolto i mercati reali e finanziari. Tutto ciò si è tradotto in un brusco calo della domanda aggregata dovuto al calo dei consumi, al calo degli investimenti da parte delle imprese, al crollo della produzione industriale, al mercato delle auto sempre più in crisi, all’inevitabile boom di riduzioni del personale con la cassa integrazione.

L’Istat ha diffuso in questi giorni i dati sul mese di novembre: il tasso di inflazione di Eurolandia (media dei tassi in Europa) è sceso al 2,1%, tornando ai livelli del 2007. In Italia il calo è più contenuto, ma comunque significativo: nel mese attuale l’indice dei prezzi al consumo è sceso al 2,7% dal 3,5% del mese scorso e dal 4,1% di agosto.

La domanda appare scontata: si può davvero arrivare ad un tasso di inflazione negativo (cioè minore di zero)? Quali sarebbero le conseguenze al di là degli apparenti benefici?

Dunque partiamo dal secondo quesito. I costi principali di una deflazione sono due: crollo dell’occupazione e redistribuzione del reddito a sfavore dei debitori. È evidente che di fronte ad un calo netto, robusto e sostenuto dei prezzi, le imprese debbano ridurre i costi; data la scarsa flessibilità dei salari, in particolar modo la loro viscosità al ribasso, non ci sarebbe altra via se non quella del ridimensionamento e degli esuberi, dunque un forte incremento della disoccupazione.

Non v’è dubbio, inoltre, che in una situazione di questo tipo, le aspettative deflazionistiche crescerebbero ulteriormente e gli investimenti crollerebbero del tutto. Infatti, razionalmente, chi comprerebbe oggi, aspettandosi un calo dei prezzi domani? Tutto ciò a svantaggio dei debitori che, indebitandosi, vedono crescere nel tempo il valore reale del loro debito. Paradossalmente, infatti, 100 euro oggi valgono più di 100 euro tra un mese qual ora ci fosse deflazione. Dunque sarebbe una totale paralisi del sistema economico.

Io, personalmente, ritengo che ci siano gli strumenti idonei per scongiurare, però, una situazione di questo tipo. Innanzitutto, tramite la riduzione dei tassi di interesse, che contribuiscono ad una crescita degli investimenti perché riducono il costo del denaro. Siamo abbastanza tutelati dal fatto che la Bce ha ancora buoni margine di azione, dato che il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali è al 2,5%, mentre quello di sconto americano è allo 0,75%.

C’è la politica fiscale, che può stimolare adeguatamente la domanda aggregata tramite riduzione delle imposte, investimenti in infrastrutture per migliorare le aspettative nel futuro, incentivi agli investimenti, primo fra tutti il credito di imposta per ridurre il costo dell’investimento; e soprattutto, ci sono i sussidi di disoccupazione che evitano il collasso del sistema economico (in Italia si attende da decenni una riforma che li introduca in modo stabile e senza discriminazioni).

Inoltre, tramite tagli all’offerta dei barili, come annuncia l’Opec in questi giorni, si avvia una crescita del prezzo del greggio, che può innescare processi di crescita generalizzata dei prezzi.

Prima parlavo di aspettative: quelle deflazionistiche sarebbero devastanti; dunque occorre generare prospettive di ripresa dei prezzi. Come?

La risposta è da ricercarsi nell’atteggiamento delle banche centrali: oggi si abbassano i tassi, ma non basta. Occorre trasmettere la volontà di lasciarli bassi anche nelle prime fasi di ripresa economica, in modo da lasciare intendere che ciò genererà crescita dei prezzi. Allo stesso modo, le banche centrali possono condurre operazioni di mercato aperto di acquisto di titolo a lunga scadenza, per influenzare al ribasso i tassi di interesse nel segmento del medio-lungo periodo, in modo da rafforzare tale politica espansiva.

Fondamentale, dunque, sarà agire sulle aspettative; le istituzioni, i governi, le autorità monetarie, l’UE (in particolare quei paesi più solidi come la Germania), gli Usa dovranno iniettare fiducia ed ottimismo con scelte rapide, efficaci che sappiano lasciar trasparire sin da adesso che esistono capacità, mezzi ma soprattutto il coraggio di cambiare, di rinnovarsi di uscire rinvigoriti da questa fase buia e complessa ma non insormontabile.