Dopo il voto tedesco in cui la Germania non ha svoltato a destra, è risuonato ancora una volta in Europa l’irritante ritornello post-elettorale della crisi della sinistra.
La socialdemocrazia tedesca, il partito di sinistra più antico d’Europa, ha raggiunto i minimi dal dopoguerra; il partito-simbolo della sinistra novecentesca - che da decenni rappresentava oltre un terzo dell’elettorato tedesco – è sceso sotto il 25%. Riassumo: uno dei partiti più antichi del vecchio continente, nato e cresciuto in pieno Ottocento, ha perso voti da quando è entrato nel terzo millennio. Solo io non capisco tanto stupore?
I titoli apocalittici dei giornali – anche italiani – lasciano intendere una imminente raccolta di firme per salvare la socialdemocrazia europea dall’estinzione. “Salvate la sinistra!”, per carità.
Al di là delle scherzose considerazioni per cui ho la sensazione che la sinistra europea sia nata in crisi, vissuta in crisi e tuttora sia in crisi, mi viene naturale pormi domande – a metà tra il cinico e il razionale – sulla necessità e sull’utilità di risorgere quello che pare un cadavere politico.
Le diagnosi dei più illustri osservatori mettono in luce alcune importanti contraddizioni che pesano sul cervello e sullo stomaco delle socialdemocrazie europee, ossia su quei partiti che dal marxismo rivoluzionario al socialismo anarchico sono andati lentamente spostandosi su posizioni riformiste e progressiste sino finalmente ad aprirsi, con il New Labour di Tony Blair, al libero mercato.
Non ricapitolerò le peripezie dei “revisionisti”, come i marxisti-leninisti ortodossi – loro sì al riparo da ogni accusa di incoerenza – li chiamano. Limitandoci alla situazione presente e al particolare caso europeo, emergono però tutte le contraddizioni che hanno annichilito e annichiliscono – irrisolte – la stabilità e la possibilità di ripresa del centrosinistra europeo, sempre ammesso e non concesso che valga la pena risorgere Lazzaro.
Innanzitutto la Spd, e con lei i socialisti francesi e spagnoli, i democratici italiani e in certa misura i laburisti inglesi, si presenta come un partito di massa che vuole rappresentare un generico mondo del lavoro: non più i soli operai dell’industria, ma anche impiegati, lavoratori autonomi, chi “produce ricchezza”. I problemi di un partito di classe che si apre ai settori della società fino a prima antagonisti, o almeno rivali, emergono al momento della ricostruzione di una piattaforma ideologica che finisce con l’apparire traditrice, per le classi meno abbienti, e allo stesso tempo poco credibile per l’elettorato moderato. Quando la Lega Nord in Italia annuncia con orgoglio il controllo di buona parte del voto operaio, non mente, né mistifica la realtà.
Altra contraddizione dei centrosinistra europei è il rapporto tra le masse popolari e l’intellettualità. I leader delle sinistre, in testa quella italiana, sono dipinti come ricchi e snob intellettuali da salotto, lontani dalla realtà del lavoro, dalla vita di tutti i giorni.
Fin qui problemi noti, ma personalmente ritengo che la contraddizione più profonda e significativa riguardi l’idea stessa della sinistra europea. Il Partito Democratico italiano, primo caso di tentativo di superamento della gabbia socialdemocratica, afferma di schierarsi convintamente nel campo progressista, insieme agli altri socialismi d’Europa.
Peccato, però, che la sinistra europea sia estremamente conservatrice.
Il richiamo ridondante e cacofonico alle “conquiste ottenute”, la centralità programmatica data alla difesa ostinata dello stato sociale e assistenziale, la difesa dei valori – spesso quelli più tradizionali –, oltre alla rigidità quasi naturale verso le riforme delle burocrazie, l’internazionalizzazione delle imprese e – a volte – anche all’integrazione europea sono i temi ricorrenti nel lessico socialdemocratico. Resistenza e difesa, non cambiamento, non riforme, ma immobilismo e congelamento della situazione attuale.
In realtà le destre europee, quelle dei partiti popolari, sono nella sostanza molto più riformiste e audaci delle sinistre.
L’esempio italiano è estremamente significativo. In un paese come il nostro, così affamato di vero cambiamento e di riforma dall’istruzione alla fiscalità alla pubblica amministrazione, il centrosinistra si limita a difendere: difende l’università pubblica, difende la pubblica amministrazione, difende il peggior servizio pubblico televisivo del mondo, difende la “bontà” delle tasse, difende la costituzione – intangibile carta vecchia di sessant’anni.
La proposta alternativa non esiste, o peggio consiste nella reiterazione di un presente disastroso.
I progressisti difendono un’Italia prossima allo sfascio, mentre le destre mettono mano a tutto, spesso facendo più danni che altro, ma presentandosi all’elettorato come coerente forza di governo, consapevole quantomeno dell’idea di Italia futura che vorrebbero creare.
La Germania non ha svoltato a destra. L’elettorato tedesco ha confermato un ottimo cancelliere quale Angela Merkel, leader di un partito cristiano-democratico di centro, affiancandogli i liberali dell’Fdp, una forza liberista in economia, audacemente riformatrice e attivissima sul fronte dei diritti civili. La coalizione del nuovo cancellierato Merkel sarà più coraggiosa e coerente, non dovrà districarsi tra le contorte acrobazie politiche e lessicali di una socialdemocrazia allo sfascio, senza proposte innovative né progetti; una Spd che (alla veneranda età di 134 anni) non può e non deve stupirsi di perdere consensi – chiamatela “svolta a destra”, se vi pare.
Alla sinistra europea manca un’idea di futuro. Il cambiamento – che è la forza di Barack Obama e dei congressisti indiani – in Europa ha casa altrove, e si sa che una formazione politica e un’idea non possono avere successo né portare a niente di buono, se non si fondano su una tensione naturale verso il futuro e il progresso.
Ritornando ai dubbi iniziali, resto scettico sull’opportunità di salvare una sinistra che si rivela giorno dopo giorno incapace di salvare se stessa.
La sinistra “alla Novecento”, quella ricalcata sulla Spd, è morta e sepolta; difendere quanto ottenuto in un passato all’apparenza glorioso, non consente di cambiare se stessi e riadattarsi alle sfide nuove di un mondo in divenire, che non aspetta i congressi di partito né un lento e improbabile ricambio generazionale sotto quelle stesse bandiere vecchie di centocinquant’anni.
“Destra” e “sinistra” paiono esse stesse denominazioni antiche, tra cui le linee di demarcazione sono confuse e che, a salvaguardia di quel bene per pochi che è l’alternanza di governo, devono essere ridisegnate. Salvare la sinistra è quindi inutile e deleterio: occorre trovare il coraggio di distruggerla e ricostruire, abbandonando le difese tradizionaliste per scendere sul campo di battaglia della politica con armi nuove: gli esempi, nel mondo di oggi, non mancano.
Il punto però è che, senza un’idea di futuro da proporre agli europei, la vecchia sinistra si è rivelata essa stessa senza futuro.
Davide D'Urso
