9 dicembre 2012: a ‘Fuori TG’ (in onda su Rai 3 verso l’ora di pranzo) si parla di auto elettriche. In breve si afferma che da questa crisi si può uscire puntando sulla Green Economy, e che l’elettrico può rappresentare un incentivo verso l’adozione di energie pulite e la riduzione dell’inquinamento. Colpisce molto il risultato di un sondaggio condotto durante la puntata. Si chiede agli spettatori se l’auto elettrica possa avere effetti sostanziali sulla riduzione dell’inquinamento: una delle risposte è che essa può eliminare la dipendenza dal petrolio. Il 48% dei rispondenti la pensa così, la maggioranza dei voti.
Più che farmi pensare alla Green Economy, questo mi ha fatto riflettere sulla crisi come generatrice di opportunità per il futuro. Perché ci troviamo in una fase in cui parlare di crisi vuol dire parlare di crollo, di negatività, di politiche economiche e sociali volte a invertire un andamento ‘anomalo’ di un capitalismo naturalmente votato alla crescita esponenziale. Ma, come c’insegnava già Schumpeter, forse le crisi appartengono al capitalismo, e anzi possono essere viste come parte del suo stesso motore.
Le politiche anti-crisi di oggi avranno probabilmente effetti di lungo periodo. Uno dei punti più aspri della manovra, che colpisce indistintamente tutti i cittadini, è l’aumento spropositato del prezzo della benzina, che adesso costa qualcosa come 25 centesimi al litro più che in Germania. Come per ogni politica, ci si aspetta che questa abbia effetti positivi e negativi. Fra i primi l’aumento del gettito fiscale e quindi la possibilità di far fronte al deficit e al debito pubblico; fra i secondi il maggiore costo del trasporto su gomma (molto importante in Italia), e quindi un aumento generalizzato dei prezzi che avrà effetti sulla domanda interna. Questo è ciò di cui si sta occupando il governo adesso. Ma le parti sociali incalzano per interventi volti alla crescita, proiettati nel futuro.
Ci troviamo quindi in una fase in cui la political economy e i governi sembrano dover risolvere tutti i problemi e guidare l’economia verso la salvezza e lo sviluppo. Questo accade spesso in tempi di crisi. Durante i periodi di euforia speculativa o di ottimismo si tende a ridurre l’intervento statale o anche soltanto la regolamentazione, mentre in periodi più bui si tende ad invocarli. In questi frangenti però ci si dimentica del ruolo dell’individuo, e in molti guardano solo al governo sia per addossare colpe che per creare speranze. Però noi siamo ancora ‘agenti’ attivi di questa pazza economia.
Tutti noi ci lamentiamo perché la benzina costa, ma in pochi probabilmente si attrezzano per ridurne il consumo. Allo stesso modo ci lamentiamo perché le auto elettriche costano troppo, e perché il governo non da incentivi sufficienti per la nuova Economia Verde. E’ sicuramente vero che l’innovazione e l’implementazione su vasta scala di nuove tecnologie non è qualcosa alla portata del semplice cittadino, bensì dell’impresa.
Però se il 48% di chi ha risposto al sondaggio di cui sopra pensa che l’introduzione dell’auto elettrica sia la manna dal cielo contro il petrolio, allora non mi sorprenderei se fra trenta anni fossimo ancora qui con la benzina a 3 euro al litro e paesi sempre più inquinati. Questo è forse il segnale più tangibile di quanto ‘poco’ ognuno di noi si sta impegnando per uscire dalla crisi. Che sia ancora il beneamato atteggiamento italiano, tipo ‘lamentarsi tanto e compicciare poco’?
In momenti come questo, in cui lo stato e l’economia sono sostanzialmente inermi, noi possiamo fare la differenza: mentre ogni azione dello stato comporta dei trade-off di grande portata (aumentare le tasse VS far esplodere il debito), l’azione del cittadino si trova spesso ad affrontare minori costi reali rispetto ai benefici che ne derivano. Nella fattispecie dovremmo capire che l’auto elettrica è una redistribuzione dell’inquinamento dalle città ai luoghi dove si trovano le centrali, almeno finché queste continueranno ad essere a carbone, gas, petrolio ecc. Dalla nostra potremmo pensare a usare più il trasporto pubblico, senza limare sui biglietti, usare più la bici, cercare di prendere il treno per spostamenti inferiori ai 400 km (io sostengo che l’aereo non conviene mai sotto questa soglia), aprirsi verso nuovi mezzi come il carpooling e così via. In questo modo noi spenderemo meno e useremo davvero meno idrocarburi. E non avremo bisogno di comprare auto che sono un’illusione verde, che costano molto e non danno (per ora) reali benefici per nessuno. E le aziende che investono ancora nel petrolio (ricordate la pubblicità di qualche tempo fa sul diesel ‘pulito’?) forse saranno più disposte a orientare parte delle loro risorse verso nuovi prodotti, abbracciandone la domanda crescente. Il cerchio potrebbe chiudersi.
Forse in economia continuerà ad essere vero che senza un rinnovamento che parte dalla persona, piccolo o grande che sia, le crisi rimarranno solo fluttuazioni del ciclo rispetto al trend. Non molto poetico. Invece da un’opportunità si può iniziare qualcos’altro. Proviamo a crearcela.
