Con riferimento all’articolo di Roberta Carlini pubblicato sul blog Sbilanciamoci, mi propongo – da studente di scienze economiche – di fermarmi un attimo, distogliere lo sguardo dai libri con cui ho a che fare quotidianamente e accendere un po’ la tv per vedere cosa succede nel mondo.
Da buona scienza triste che si rispetti, l’economia si occupa di studiare e trovare soluzioni ai problemi di soddisfazione dei bisogni e dei desideri individuali e collettivi che gruppi di uomini hanno, sotto quello che in gergo definiamo un “vincolo”, ossia, nel caso più generale possibile, la disponibilità di risorse presenti nella biosfera.
In questo modo, a partire da Adam Smith in poi, è nata questa branca delle scienze sociali che – almeno come propositi – potrebbe essere la più importante mai presa in considerazione dall’uomo, visto che si propone di alleviare le sue più elementari sofferenze.
Ma è davvero così?
La risposta, e ancor più oggi alla luce di questa profonda crisi economica nella quale ci troviamo, appare in tutta la sua evidenza: no. Il discorso sarebbe lungo e molto complesso, ma voglio cercare di colpire al cuore alcune delle maggiori questioni riguardanti questa claudicante scienza: e il punto di partenza non può che essere proprio la situazione economica così come ci si presenta.
È facile, elegante, pretestuoso proporre teorie che si ammantano di scientificità precisa, ma che derivano dalla visione di comportamenti, situazioni prettamente umane, e che quindi, per natura, sono decisamente aleatorie, influenzabili, modificabili nel giro di anni, mesi, giorni, ore; ma leggendole così, in realtà sono un nobile tentativo di decifrare le basi della nostra struttura socio-economica.
Diverso, molto diverso, è il voler costruire su queste teorie una serie di comportamenti, mistificazioni, decisioni che hanno ben poco di socio e molto di economico e che, soprattutto, sono rivolte solo a poche persone, ossia i benedetti da questi studi: industriali, ricchi, detentori dei poteri politici ed economici, banche, assicurazioni e così via.
Non è un caso, infatti, che il premio Nobel per l’economia non sia mai stato concepito da Alfred Nobel, ma sia invece un premio istituito dalla Banca di Svezia, e poi assimilato ad un Nobel come quello per la medicina, la pace ecc.
Ci troviamo insomma di fronte ad un premio che conferisce credibilità ad una scienza, e non una scienza che per la sua grandezza ha bisogno di un premio che attesti un riconoscimento ai suoi luminari.
Le pieghe che questo premio ha preso, le correnti che esso fa assurgere a capisaldi economici sono in effetti alquanto ambigue: si pensi solo al Nobel ’97, anno nel quale venne dato a due economisti statunitensi per un loro studio sugli hedge fund e strumenti derivati – vi dicono nulla? – posti a base di un loro progetto d’investimento. Barbina fu la figura, quando a distanza di poco dovettero chiudere mestamente i battenti.
Non parliamo poi della propensione curiosa del premio ad assecondare le visioni dominanti, come per esempio i premi assegnati a monetaristi e liberisti negli anni ’70-’80, o l’ultimo dato a Paul Krugman – nulla da ridire sullo studioso -, ma curiosamente assegnato ad un aperto critico di Bush quando si era alle porte dell’amministrazione Obama.
Non c’è che dire, ad essere maliziosi si direbbe che questo riconoscimento va dove c’è bisogno di far attecchire nuove proposte o, al momento del bisogno, dove c’è da ricostruirsi una verginità.
Non è una coincidenza se, ad esempio, nella mia università vi è un grande economista marxista (evito nomi) il quale si è visto privato di una pubblicazione importante perché appunto marxista, ad appannaggio di studiosi meno schierati – anche se non intendo tirare dentro questioni politiche.
La questione resta comunque, principalmente, la considerazione o meno dell’economia come scienza, ed allora il confronto diretto con materie quali matematica o fisica la fa letteralmente impallidire, essendo essa molto meno propensa a seguire il galileiano metodo scientifico, e non sia una cosiddetta “scienza dura”, osservabile, universale, inconfutabile nei suoi assunti fondamentale, se non a prezzo di decenni o addirittura secoli di studi.
Piuttosto, possiamo parlare di un ambito che può aiutare a gestire, indirizzare, meditare su quali siano le fondamenta del mondo in cui viviamo (la famosa “struttura” di Marx), per così crescere più consapevolmente come società, ed in una direzione accettabile e condivisibile; è proprio qui, però, che troviamo le più cocenti disillusioni: infatti, l’economia è sempre più un puro studio narcisistico, modellistico, matematico, totalmente o quasi slegato dalla realtà, ed oltretutto sempre più autoreferenziale. Non c’è critica o ostacolo alle iniziative prese nel mondo a favore della globalizzazione, alla santificazione della finanza, all’adorazione dei novelli unti appena usciti da Harvard e pronti a guidarci verso un nuovo Eden fatto di opzioni, future, derivati, equity swap, modelli Black-Scholes: è questo il mondo che viviamo oggi?
Eppure uno dei più grandi economisti della storia, Muhammad Yunus, che ha aiutato a far uscire dalla povertà migliaia di persone, ha vinto il Nobel… per la pace. Troppo poco scientifico il suo metodo, forse?
Stefano Di Bucchianico
