Quel che ora bisogna davvero capire è se sia fallito il progetto del Pd o il progetto di Veltroni. Analizziamo il secondo punto, probabilmente meno complesso rispetto al primo. C’è una frase di Piero Fassino che spiega molto, forse troppo: “non abbiamo scelto Walter perché era il migliore tra noi, ma perché era il meno ferito”.

Tirare in ballo l’ultimo segretario dei Ds è emblematico: detto francamente, è stato proprio lui ad assicurare all’ex sindaco di Roma la carica di segretario del nascente Pd. Fassino, in effetti, vietò ai Ds di presentare candidature diverse da quella di Veltroni. Altrimenti sarebbero scesi in campo anche l’allora ministro dello sviluppo economico, Pierluigi Bersani, e forse lo stesso Fassino. Tutto il partito si strinse attorno alla designazione veltroniana per un motivo molto semplice: la gestione della capitale da parte dell’ex enfant prodige di Botteghe Oscure faceva furore. Veltroni era sulla cresta dell’onda, nonostante non fosse esattamente un nuovo che avanzava. Come ha ben detto Fassino, era semplicemente il meno ferito.

Veltroni aveva conquistato la segreteria del Pds dopo la stagione di Occhetto, è stato vice presidente del Consiglio, ministro dei beni culturali, poi di nuovo segretario, e quindi sindaco. Ha avuto sempre il fiuto di tirarsi indietro prima della catastrofe. Nell’eterno dualismo con il fratello-coltello Massimo D’Alema, ha sempre vinto lui, checché se ne dica. D’Alema, per quanto possa essere etichettato come furbo, ha perso non di rado: non rimase imbrigliato nel patto della frittata – il cosiddetto Dalemoni, progenitore del Veltrusconi recente – con Berlusconi durante la bicamerale? Non decise di dimettersi da capo del governo dopo la batosta delle regionali? Non fu costretto a lasciare la segreteria perché ritenuto, mettiamola così, un po’ ambiguo e anche passato di cottura? Non ha dovuto sempre abbandonare le possibilità di diventare presidente della Camera e addirittura presidente della Repubblica?

Veltroni, dunque, appariva come l’inevitabile uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto. L’intero popolo di centrosinistra si è aggrappato al sindaco dei miracoli, e non perché non avesse mai commesso errori, ma semplicemente perché gli altri sono sempre riusciti a commettere errori più gravi dei suoi. Fra qualche mese il problema del Pd sarà verosimilmente non l’abbandono di Veltroni, ma la catastrofe delle europee. E di quel presumibile – oggi come oggi – tracollo sarà imputato al gruppo dirigente e a Pierluigi Bersani, il segretario in pectore. Tra l’altro, un uomo di D’Alema, o almeno vicino al presidente della fondazione Italianieuropei.

Per inciso, Veltroni ha dichiarato che non organizzerà una fondazione. Chi ha detto che Walter è un buonista non ha capito un tubo: è una battuta sferzante, diabolica, che vale più di mille anatemi di Parisi. Vuol dire: caro Massimo, io mi sono sporcato le mani, io mi sono contaminato, e forse mi sono bruciato; tu non ti sei impegnato davvero per creare questo benedetto partito, ti sei chiuso nel covo della fondazione a far chissà-che-cosa. Chiaro? È il duello finale tra gli eterni lottatori, null’altro. E tra l’altro, D’Alema non si è fatto vivo alla conferenza di addio di Veltroni. Che perfido.

Veltroni è una persona limpida. Ha le sue responsabilità, ha commesso molti errori, ha sbagliato non poche mosse e via dicendo. Ma quando parla, quando si infervora, leggi nei suoi occhi qualcosa. Sarà anche un bravo attore, chi lo sa, ha saputo fregarci, d’accordo. Ma è indubbia la sua capacità di catturare il prossimo. È stato Obama prima di Obama, ma ha fallito. Chi ha seguito la sua storia sa che ha veramente creduto nel nuovo partito, altrimenti non sarebbe sceso in campo. Certo, sapeva di vincere, non l’avrebbe fatto in caso contrario. Ma c’è dell’altro, ovviamente.

La storia del Veltroni democratico è riassumibile in quattro passaggi. Discorso del Lingotto, apertura della campagna elettorale a Pescara, la manifestazione del 25 ottobre e l’addio. Discorsi sentimentali, in perfetto stile veltroniano, eppure maledettamente efficaci, necessari. Del Lingotto si è detto molto; di Pescara si deve ricordare una frase fondamentale – “dobbiamo dare la precedenza al futuro” -; il 25 ottobre è stata una dimostrazione disperata di ambigua forza; l’addio va analizzato con precisione.

Il fu segretario se la prende con la sinistra salottiera, giustizialista e conservatrice. Se la prende con Bertinotti, Di Pietro e Diliberto. Invoca maggiore solidarietà, che ci si senta tutti maggiormente squadra, che vi sia una partecipazione comune. Si addossa le colpe. Chiede scusa. Da quando l’ha fatto Obama, un politico che chiede scusa va anche di moda. Comunque sia, il discorso è sofferto. Pieno di veltronismo, di effusioni e suggestioni, di una sottile vena di vittimismo e una giusta dose di afflizione. Un veltronismo hard e soft al contempo, a metà tra lo sfogo e il testamento – “ma io non sono riuscito a fare tutto ciò. ed è per questo che mi faccio da parte. È una scelta dolorosa, ma giusta, anche per mettere al riparo il Pd da ulteriori tensioni e logoramenti”; “non fate agli altri ciò che avete fatto a me”; “non bisogna tornare indietro, non venga mai la tentazione di pensare che c’è uno ieri migliore dell’oggi” – che colpisce, senza dubbio. Il segretario era solo, e non poteva fare altro che uscire di scena.

Ora la reggenza è nelle mani di Dario Franceschini, e non so fino a che punto sia una scelta azzeccata. In ogni caso, le dimissioni di Veltroni fanno male. Arrivano in un momento difficile, addirittura tragico se si pensa alla situazione dei democratici. E probabilmente non sono nemmeno del tutto giustificate: sanno di provocazione. È come un tirarsi indietro per evitare di essere travolto dallo sfacelo. Il veltronismo è anche questo. Alla faccia del buonismo.