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Le nomination degli Oscar 2012 e i pronostici.
Pubblicato il 29 gennaio 2012, ore 23:37
Le nomination agli Oscar, anche quest’anno, suscitano pareri positivi e negativi. Accanto al favoritissimo The Artist, trionfatore ai Golden Globe, si piazza, con il record annuale di 11 candidature, Hugo di Martin Scorsese.
Sorprendentemente esclusi Michael Fassbender come protagonista di Shame (e di diversi altri film dell’ultima stagione) e Leonardo Di Caprio (J. Edgar), nella loro categoria favorito ovviamente Jean Dujardin (The Artist) sui colleghi Brad Pitt (Moneyball), Gary Oldman (La Talpa, e finalmente si sono accorti di lui), George Clooney (Paradiso amaro) e della sorpresa Demiàn Bichir (A better life).
Sicuramente più interessante la sfida per la migliore attrice protagonista, a mio avviso il vero e proprio punto d’interesse principale di questa edizione degli
Academy Awards. Tralasciando l’outsider Viola Davis (The Help), le quattro candidate principali si sono calate in ruoli
difficili, anzi tra i più difficili in assoluto, quattro performance che, in una qualsiasi altra edizione dei premi, sarebbero valse un Oscar: Michelle Williams, dopo una carriera cinematografica di basso livello, emersa con Scorsese in Shutter Island, è alla prova della vita, nei panni dell’icona per eccellenza Marilyn Monroe (My week with Marilyn); l’emergente pupilla di David Fincher, Rooney Mara, è Lisbeth Salander, personaggio che fece conoscere a Hollywood Noomi Rapace (Millenium: Uomini che odiano le donne); la favorita Meryl Streep nei panni di Margareth Tatcher (The iron lady); contendente principale, nei pareri di chi scrive, Glenn Close, nel ruolo di una donna costretta a fingersi uomo per poter lavorare come maggiordomo nell’Irlanda dell’Ottocento, che è la mia favorita (Albert Nobbs).
Come migliore attore non protagonista tornano di moda i vecchi leoni Nick Nolte (Warrior), Max Von Sydow (Molto forte, incredibilmente vicino), Christopher Plummer (Beginners), e i più giovani Jonah Hill (Moneyball) e Kenneth Branagh (My week with Merilyn). Se i pronostici puntano in direzione di Plummer, non andrebbe sottovalutato Branagh, specialmente nel caso in cui la Williams non dovesse essere premiata.
Come migliore attrice non protagonista la statuetta sembra essere contesa tra Berenice Bejo (The Artist) e Jessica Chastain (The help), che potrebbe uscirne vincitrice.
Il miglior film straniero dovrebbe andare quasi certamente a A separation, film iraniano diretto da Asghar Farhadi, già vincitore del Golden Globe, ma gli occhi del sottoscritto aleggeranno sul belga Bullhead dell’esordiente Michael R. Roskam, noir che mira ad una riflessione sulla tragedia umana del protagonista sociopatico. Perché questa scelta curiosa? Perché la sezione “miglior film straniero” ha dimostrato di non avere quasi nulla a che vedere con il vero miglior film straniero, ma andrebbe piuttosto chiamata “nuovi orizzonti”, visto che viene spesso usata dall’Academy per promuovere film “esotici”, ma con un impianto narrativo abbastanza semplice (tipo una commedia, un noir, insomma, un impianto tipicamente di genere), come accadde già per il sorprendente film argentino Il segreto dei suoi occhi nel 2010.
Come miglior film d’animazione, mi spiace, ma non c’è storia: Rango di Gore Verbinski. Se vi state chiedendo perché smettete immediatamente di leggere.
Normalmente non parlo delle sezioni “minori”, come miglior cortometraggio o miglior documentario, perché difficili da reperire e notoriamente di scarso interesse verso il pubblico (ahimé), ma questa volta farò un’eccezione: si segnalano, rispettivamente Raju del tedesco Max Zahle (che vidi in occasione dello scorso I’ve seen films Festival , dove conobbi il regista, a cui vanno tutti i miei auguri) e Pina di Wim Wenders (perché, quando fa un film Wenders, alzarsi in piedi e togliersi il cappello, grazie).
Ed eccoci finalmente alle categorie di peso, miglior film e miglior regia.
Sorvolando sulle inspiegabili esclusioni di Clint Eastwood e del capolavoro di Refn Drive, The Artist di Michel Hazanavicius parte in pole position dopo il successo nelle “prove tecniche” (i Golden Globe), e lo diamo anche qua per favorito, perché ci piace vincere facile. Hugo di Scorsese ha suscitato pareri contrastanti, tra chi lo esalta come ennesima prova della straorinaria ecletticità del regista newyorkese, e chi lo bolla come esperimento ambizioso ma non pienamente riuscito, favola-kolossal ad alti effetti speciali un po’ insipida. D’altronde ho trovato sorprendente la sua inclusione nelle nomination, considerato che di recente l’Academy si era scordata nel cassetto l’ultimo di Scorsese (Shutter Island). Il vero rivale della critica sembrerebbe essere Midnight in Paris del ritrovato Woody Allen (ritrovato agli Oscar, ma anche ritrovato nella sua dimensione comica più classica). Outsider ai quali non darei un soldo neanche in prestito (ma ai quali la giuria degli Oscar potrebbe accreditare più merito del dovuto), la favola sul baseball Moneyball e la favola sulla guerra War Horse: il primo è agli Oscar solo perché una giuria americana si commuove ogni volta che vede il diamante verde sul grande schermo, il secondo è un film strappalacrime del più recente Steven Spielberg (piuttosto scaduto, invero).
All’ultimo è comparso Tree of life, dell’unico vero autore che il cinema a stelle e strisce possa vantare, quel Terrence Malick già premiato per La sottile linea rossa. Quest’ultima fatica del regista texano, in verità, sembra stata scelta più per diritto di rappresentanza, per rispetto al mostro sacro, che reale interesse della giuria, essendo uscita diversi mesi fa e completamente fuori dai ogni possibile pronostico.
Luci accese su Paradiso amaro di Alexander Payne, poco conosciuto al grande pubblico ma molto amato dai critici d’oltreoceano, che si schiera in posizione di grande sorpresa, pronto a infastidire i favoriti. Pronostico una statuetta per migliore regista (che, in questa edizione, non credo andrà al regista del “miglior film”), anche se Allen e Scorsese non vanno sottovalutati.
Come ha fatto notare Gianni Canova, i film in concorso per il premio principale sono quasi tutti ambientati nel passato: The tree of life negli Anni Cinquanta, Midnight in Paris negli Anni Venti, The Help negli Anni Sessanta, The Artist pure negli Anni Venti, War Horse durante la Prima Guerra Mondiale, e Hugo negli Anni Trenta. Forse è un po’ azzardato parlare di malinconia per un “tempo migliore”, rapportato alla precaria situazione odierna, ma è di certo una interessante linea di tendenza.
Come al solito il cinema italiano resta al palo, candidando Terraferma di Crialese, invece di un prodotto che avrebbe sicuramente colpito al cuore il pubblico americano come Vallanzasca (ci sta facendo l’abitudine, Michele Placido, cui già l’ottimo Romanzo criminale fu escluso in favore dell’insipido Nuovomondo). Scelta peggiore è, forse, solo quella fatta dai russi, che hanno preferito accantonare Faust di Sokurov, di gran lunga potenziale favorito come miglior film straniero, probabilmente giudicato un po’ troppo critico nei confronti della figura di Putin. Grida comunque vendetta la totale assenza di This must be the place di Sorrentino, in particolare quella del suo straordinario attore protagonista Sean Penn, incomprensibilmente ignorato nonostante una performance che, di solito, varrebbe la statuetta senza bisogno di discussioni.
Ora andate a dormire e puntate la sveglia per la notte del 26 febbraio, per sapere chi vincerà.
