Ancora 500. No, non stiamo parlando di un modello della beneamata casa produttrice di auto italiana. Di questi tempi è anche difficile sbagliarsi. Parliamo di spread. Il 27 dicembre 2011, il differenziale fra i titoli di stato italiani e tedeschi a 10 anni (una immediata misura del rischio ‘bancarotta’ di un paese ormai sulla bocca di tutti) è tornato quasi ai livelli raggiunti prima delle dimissioni del governo Berlusconi, il 12 novembre scorso: 520 punti base, per poi chiudere sui 508 a fine giornata.

Tanto è bastato per gridare ai quattro venti che il governo Monti non ha fatto niente, che il nuovo governo non è servito né servirà mai a nulla. Prima di tutto, un’osservazione appena più razionale e meno sensazionalistica dovrebbe farci capire che venti anni di rotta economica improntata su temporeggiamenti e occasioni di riforma perse non s’invertono in un mese o poco più. Inoltre c’è da chiedersi se l’effetto ‘Monti’ sia stato già eliminato. A questo proposito prendo spunto da un articolo apparso su Milano Finanza (“BTP, non di solo spread decennale vive il risparmiatore”), per evidenziare come la situazione non sia esattamente quella di prima, come molti (fra cui Il Giornale) sembrano suggerire.

L’articolo di Milano Finanza pone l’accento sulla curva dei rendimenti dei titoli di stato. In tempi ‘normali’, la curva ha un’inclinazione positiva rispetto alla scadenza dei titoli, perché generalmente investendo a lungo termine mi aspetto un premio per il rischio maggiore. Quindi un BTP a 10 anni mostra un tasso più alto di un BOT a pochi mesi (un esempio è la curva ‘sana’ della Germania, la trovate su Bloomberg qui)

A metà novembre l’inclinazione della curva dei rendimenti sui titoli italiani aveva già attraversato una profonda trasformazione, sintomo di una grave situazione economica e finanziaria. I tassi sui titoli a breve erano più o meno gli stessi dei titoli a lungo termine, cioè la curva era ormai sostanzialmente piatta). Una situazione che si sarebbe probabilmente aggravata col passare del tempo. Infatti il rendimento aumenta quando il rischio aumenta. In parole povere, la situazione italiana era considerata ‘pericolosa’ non solo nel medio-lungo termine, ma anche nell’immediato futuro. Come a dire che gli operatori non si aspettavano il peggio solo ‘potenzialmente’ e ‘fra qualche anno’; la sfiducia avrebbe presto accelerato il declino verso la disfatta.

Ma come sta adesso la nostra curva dei tassi d’interesse sui titoli di stato?

L’articolo che ho citato prima mostra come la riduzione dell’interesse sui titoli a breve (come i BOT) sia stata molto lenta, ma costante durante l’ultimo mese e mezzo (si può controllare sul sito Bloomberg il rendimento dei diversi titoli, anche se la curva per intero per l’Italia non è disponibile). Come dire che la situazione ‘domani’ non è certo rosea, ma forse a ‘domani’ possiamo arrivarci. Adesso c’è da lavorare per questo. Le famose ‘medicine’ di Monti non piaceranno, e forse si poteva fare di più, e diversamente. Non entro qui nel merito delle scelte del governo tecnico, o della sua legittimità. Ma le misure per la crescita dovrebbero tenere conto dell’equità sempre promessa e poco mantenuta. Come dimostrano i risultati di una recente ricerca sulla distribuzione del reddito in Italia negli ultimi 150 anni,* l’Italia sembra crescere di più quando la distribuzione del reddito è più equa. Speriamo che i nostri policy maker tengano conto di questo insegnamento della storia, per rilanciare non solo la ‘crescita’ dell’Italia ma anche e soprattutto il ‘benessere’ (e la fiducia) della sua gente. Perché anche e soprattutto di questo si tratta.

*Giovanni Vecchi (2011) – In Ricchezza e in Povertà. Bologna, Il Mulino.

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