Gentile signor Antonio Di Pietro,

lei, oggi stesso, in tarda mattinata, ha affermato che “di fronte ad uno sfregio così evidente alla democrazia, serpeggiano l’ipocrisia e il falso perbenismo di coloro che sostengono che la colpa sia solo di chi ha commesso questo fatto grave, lasciando fuori le responsabilità di chi doveva fare il controllore”.
Lei forse non lo sa – vuoi per ignoranza congenita, vuoi per falsa ignoranza a buon pretesto – ma accusa proprio lei stesso: vede, signor Di Pietro, che il dovere di vigilare sulla maggioranza, sulla sua attività legislativa è riconosciuto anche e innanzitutto all’opposizione.
Altrimenti dovrebbe spiegarci quali sono le funzioni che riconosce all’opposizione nella sua visione di politica. Altrimenti dovrebbe spiegare ai suoi elettori cosa l’hanno votata a fare. Ma mi rendo conto, per quest’ultimo caso, che non sono fatti miei.

Anche lei riconosce alla maggioranza la sua colpa, e fin qui siamo tutti d’accordo: potevano assumersi la briga di presentare le liste come da regolamento, come potevano assumersi la responsabilità del mancato adempimento nei confronti dello stesso. Non si è verificata né l’una, né l’altra ipotesi, e possiamo dircene tutti dispiaciuti. Questo è indubbio. Allo stesso modo, tutti riconosciamo la cattiva fede del decreto: la legge si applica e non si interpreta, le regole del gioco non si cambiano a gioco cominciato, il messaggio di fondo sembrerebbe dimostrare – ancora una volta – che in questo paese qualcuno è più uguale degli altri. L’ennesima legge di una serie di leggi ad partem, pensate per risolvere le incapacità politiche o i problemi giudiziari e finanziari di qualcuno.
E proprio perché possiamo affermare come sia una legge in cattiva fede, possiamo affermare anche che il Presidente ha firmato – sì – una legge di cattiva fede. Sillogismo elementare.
Tuttavia lei osa, arrivando ad affermare che persino la firma del Presidente sia nella medesima condizione, non solo l’oggetto, anche il soggetto e con esso l’azione che compie sull’oggetto.

A differenza di quel che dice, io non mi sento né un ipocrita, né un falso perbenista. È per questo che avverto in me un conflitto: da una parte l’incondizionato rispetto delle regole, dall’altra la necessità incondizionata di partecipare ad una competizione elettorale che si possa definire sana e reale.
Vede signor Di Pietro, la differenza tra me e lei sta tutta qui: io credo che la democrazia si realizzi nella sussistenza di entrambe le condizioni, lei no.

Guardi invece quanto è ipocrita e falsamente perbenista lei: fossero stati i suoi portaborse a sbagliare, lei avrebbe mosso monti e mari; avrebbe chiamato la piazza, perché è l’unica cosa che sa fare; avrebbe gridato al complotto, perché il giustizialismo è il suo unico argomento.

Lei non è poi tanto diverso da tutti gli altri politici, non creda di essere speciale, non lo è. Infatti parla di tutti: maggioranza, opposizione, Presidente della Repubblica, Costituzione, Parlamento. Ha nominato tutti in questa faccenda, tranne – guarda un po’ – proprio i cittadini. Non parla degli elettori, anche quelli del PdL. Guardi, signor Di Pietro, che il Parlamento – cui lei partecipa – rappresenta tutto il popolo, tutte le parti del Parlamento rappresentano tutte le parti della popolazione, anche gli elettori del PdL. È un suo dovere, sa? E gli elettori hanno tanto il diritto di vedere rispettate le regole, affinché conseguemente possano vedere rispettato il principio di uguaglianza, quanto quello di potere scegliere liberamente il loro candidato. Anche questo è un principio di uguaglianza.

Non posso che ritenermi soddisfatto dalla sua piena conoscenza del testo costituzionale e, con esso, di tutti gli altri testi di legge. Non posso dirmi altrettanto soddisfatto, però, nella constatazione che la sua è una conoscenza meramente formale. La forma è importante, per carità, ma inutile senza la sostanza: per questo motivo la invito, dopo aver imparato a memoria quei testi, a ricercarne – magari – anche il significato sotteso.

Lei dice che Napolitano non avrebbe dovuto firmare. E va bene. Non dice però cosa avrebbe dovuto fare. Ecco perché lei resterà sempre all’opposizione; ma non un’opposizione qualunque, un’opposizione esclusivamente berlusconiana. Al governo non ci andrà mai e quando non ci sarà più Berlusconi se ne andrà anche dall’opposizione. Può urlare quanto le pare, non ci ricorderemo comunque di lei nel futuro prossimo. I suoi elettori saranno i primi a dimenticarla, visto che un populista vale un altro, si scambiano come le figurine.

Buona piazza, signor Di Pietro, io non ci vengo. Sono di sinistra, non sono nessuno, ma non sono nemmeno un pollo e quindi non ho bisogno nemmeno di un gallo a capo del mio pollaio. Ho cose più importanti da fare: come cambiare questo paese, nel mio piccolissimo, tanto per fare un esempio.

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