Il cielo è sempre cielo, ovunque tu sia e qualunque sia il colore dei tuoi occhi. Ma in Burkina Faso il deserto del Sahara è molto vicino, e la terra non è semplice terra ma è sopratutto polvere, una polvere particolarmente pesante e dal color granata. Ed è più o meno per questo motivo che il cielo si tinge spesso di rosso, a una qualsiasi ora, come se qui il sole potesse tramontare anche cinque o più volte ogni giorno. Basta solo che si alzi un sottile vento.
Non ci sono montagne né ci sono colline, così come non ci sono grattacieli e le abitazioni sono tutte dei minuscoli gusci di noce – hanno la stessa forma degli igloo, ma ovviamente sono costruite con il fango invece che con la neve. Ci si trova di fronte ad un’infinita distesa sopra la quale l’occhio umano fatica a mettere a fuoco il punto più lontano. Ed è così che il cielo sembra grande almeno il doppio del cielo che conosciamo noi, perché qui l’unico limite che incontra è quello del suo orizzonte.
Insomma, sarà anche vero che il cielo è sempre cielo, ovunque tu sia e qualunque sia il colore dei tuoi occhi. Ma il cielo, il cielo visto da lì, beh, se proprio devo essere sincero, sembra un po’ diverso…
Le nuvole non sono mai rade, anzi, e allo stesso modo è raro che si ammassino in un’unica coltre. Restano aggrovigliate tra loro per lunghe e lunghe ore, come se uno filo immaginario le legasse l’un l’altra, e sono così veloci nel muoversi che le si potrebbe pensare come soffici pennellate sulla sfera celeste. Una grande scacchiera su cui poggiano tanti batuffoli di cotone, dei batuffoli che qualcuno ha posato lì solo per lasciarci sulle labbra un desiderio di pioggia – tanto per citare De André. Poi, un pomeriggio qualsiasi, dopo un’intera mattinata di caldo secco e appiccicoso, così, senza che se ne possa capire il perché, si gonfiano improvvisamente, e gonfiandosi si scuriscono. E subito dopo, senza che nulla di particolare accada, si frantumano. Il cielo trema e la terra si piega sotto un violento nubifragio. L’acqua scivola fin dentro le sue viscere, e la lava dai suoi incubi. Alla fine di questa esplosione tutta quella violenza si placa lentamente, la terra riprende a respirare, i bambini giocano nel fango, dalla vegetazione si alza il canto delle gocce che scivolano di foglia in foglia con un’armonia talmente naturale da essere assurdamente imprevedibile.
Al contrario di quello che potrebbe sembrare, non è affatto semplice e immediato trovare le parole giuste per raccontare qualcosa su un posto come questo, su un’avventura come questa, su un viaggio come questo. Forse parole adatte non esistono nemmeno, o forse ci sono ma quello che manca è il coraggio di afferrarle e disporle sulla pagina con la stessa serenità con la quale sono state pensate; oppure potrebbe essere impossibile anche solo volerle cercare.
Piuttosto bisognerebbe capire che certe esperienze vanno vissute direttamente; che non è possibile demandare ad altri l’incarico di viverle al proprio posto; che le immagini, i suoni, gli odori e le parole non potranno mai essere riprodotte così come sono state vissute, perché esistono solo nel preciso momento in cui le viviamo direttamente e con diretta coscienziosità. Esistono solo nel preciso momento in cui per averle è necessario che prima si ceda qualcosa a loro.
Ora posso dire, e posso dirlo con il famoso senno di poi, che ne vale la pena. Anzi, posso dire che un viaggio come questo - non tanto un viaggio qualunque, bensì il viaggio – è essenziale se non indispensabile per poter cogliere la differenza tra la limitatezza dell’esistere e la completezza del vivere – vivere in quanto uomo, uomo in quanto essere consapevole di se stesso e del mondo cui si appartiene in una qualche misura, appartenere in quanto parte altrimenti non sostituibile.
Purtroppo questa terra è in fin dei conti come una moneta: dietro una faccia dell’Africa se ne nasconde sempre un’altra, spesso contraria e opposta. È facile rendersene conto, è evidente sin dall’aeroporto, da una vecchia stanza polverosa ricoperta da pietre e calcinacci, con l’intonaco cadente tutto attorno e la sporcizia a nascondere ovunque il pavimento. Una volta fuori dall’aeroporto… si potrebbe continuare a raccontare per pagine e pagine, al punto che il tempo del racconto diventerebbe incredibilmente più lungo del tempo della storia.
In ogni caso, miseria ovunque. E là dove finisce la miseria, lì comincia il dolore, fin quando – di passo in passo e avanzando per grado – il dolore si tramuta infine in disperazione umana.
Eppure, nonostante tutto questo, nonostante tutto, i burkinabè (è questo il loro nome) salutano lo straniero ogni volta che lo incontrano, gli sorridono ogni volta che lo guardano, lo abbracciano ogni volta che possono. Non si nasconde nessuna ipocrisia dietro ai loro gesti, il loro affetto non è mai banale, nulla di tutto questo potrebbe rivelarsi scontato agli occhi di chi vive questi momenti.
Mi hanno detto che nascondono un segreto, un segreto che non può essere condiviso con chi, come noi, ha smarrito il senso delle piccole cose.
Dopo tutto “Burkina Faso” non è un nome qualsiasi. Nel more, la lingua del posto, sta a significare “terra degli uomini integri”. Una descrizione che – inutile nascondersi dietro un dito – non potrebbe mai essere associata a noi.
Appena si arriva qui viene spontaneo chiedersi come possa esistere un qualcosa del genere senza esserne a conoscenza. Viene spontaneo chiedersi perché quel poco che conosciamo sull’Africa è vero solo in parte, o peggio ancora è del tutto falso. E viene spontaneo domandarsi come sia possibile vivere (peggio ancora: vivere così come viviamo noi, cioè vivere secondo lo stile di vita occidentale) mentre tutto questo è lì ed è sempre stato lì – così vicino eppure così lontano.
Per quel poco che mi riguarda, ho pensato a cosa sarebbe stata la mia vita, tutta la mia vita nel suo complesso, se fossi andato altrove. E poi, una volta qui ho trovato incredibile come alle volte basti uno sforzo così piccolo per riuscire a cambiare così tanto, sopratutto di se stessi. Un viaggio del genere non potrebbe mai essere casuale, ho deciso di affrontarlo perché sentivo qualcosa di sbagliato dentro di me. È un qualcosa che è dentro un po’ tutti noi e che, intendiamoci, non dipende tanto da noi stessi, quanto più dalla società sporca e falsa in cui viviamo. È la sua immagine che viene riflessa inevitabilmente dentro noi.
Ed è proprio dentro, è dentro che entra l’Africa: quando si è lì non la si avverte intorno a sé, ma la si sente scivolare sotto la pelle, la si sente scorrere nelle vene, entrare nei polmoni. E una volta dentro, l‘Africa è capace di lavarci da tutti quei fantasmi che condizionano la vita di noi uomini occidentali.
In un certo senso e in una qualche misura, ci si rende conto di far parte di quel tutto che si chiama Africa. E più si sente l’odore della pioggia che bagna la savana, più ci si convince che forse non è l’Africa ad entrare dentro di noi, ma che una volta lì è lei stessa ad animarsi dentro il nostro corpo (come se fosse sempre stata lì, in una sorta di incubazione), in quel vortice di istinti e passioni primordiali che risvegliano nell’uomo.
Penso – e ne posso quasi essere sicuro – che possa essere un’ottima occasione per trarre in salvo la propria vita, e per sempre. Certamente è almeno una speranza non indifferente.
Almeno a partire dall’imparare a leggere lo stesso libro ogni volta con parole diverse.
Mirko Pagliai
