Sarà senz’altro una notizia di poco conto. Certo, oggettivamente ha una sua gravità intrinseca, ma considerando la cultura italiana della politica – smemorata e spudorata -, è al quanto irrilevante. Nel senso che chi simpatizza per il governo, continuerà a simpatizzare, e chi lo demonizza, continuerà a demonizzare. La situazione, nella sostanza, resta e resterà comunque la stessa. C’è, tuttavia, qualcosa che mi stupisce: se fino a qualche anno fa si aspettava di passare dal governo all’opposizione – o viceversa – prima di annientare la propria coerenza politica e umana, oggi basta molto meno.
C’è la Carfagna, ad esempio, che si diletta in uscite dello spessore di “non comprendo chi vende il proprio corpo” (fonte), quando basta cercare il suo nome su Google immagini per capire di cosa stia parlando.
Oppure c’è la Gelmini, che prima grida alla valorizzazione del merito e lancia una sua crociata contro i furbi, poi si scopre che la sua carriera si è risolta con un brillante escamotage che le ha permesso di superare agevolmente l’esame di abilitazione all’albo degli avvocati (fonte), senza fatiche e senza preparazione.
Vogliamo invece parlare dell’idea di Maroni sulla schedatura dei rom tramite impronte digitali (fonte)? Fini, più tardi, propone lo stesso metodo per prendere le presenze in Parlamento. La proposta viene approvata ma non può essere resa obbligatoria, cioè vale solo su base volontaria – nel senso di: chi vuole, lo faccia -. Questo perché la Lega ci tiene alla privacy dei suoi deputati e una misura del genere andrebbe nel senso opposto. Anzi, il leghista Brigandì dichiara che “la registrazione delle impronte, come abbiamo fatto notare in tanti, non potevano certo imporla. E poi, politicamente parlando, non l’hanno voluta per i rom, non vedo perché dovremmo farla noi. Io non concederò la rilevazione delle mie e così molti miei colleghi. Altri facciano quello che vogliono” (fonte). Sì, vabbé, non l’hanno voluta gli “altri”, però la proposta era loro, e quindi non si capisce perché se è applicata ad altri è, per principio, giusta, mentre se applicata al loro caso, viola la privacy – forse gli stranieri non hanno diritto alla privacy? Boh.
Infine, c’è il Cavaliere, sua eccellenza – ricordate quando, con la sinistra al governo, disse che la Costituzione non doveva essere toccata per nessun motivo? Oppure quando, sempre con la sinistra, disse che modificare la legge elettorale è anti-democratico? -. Qui non mi dilungo. Tutti, a favore o contrari, sanno già tutto, non ho tempo da perdere, tanto la storia è quella che è.
Quello che mi preme è arrivare ad oggi, al ministro Brunetta. Quello che meno sopporto, il più antipatico di tutti. Nessuno ha capito chi sia, nessuno ha capito cosa voglia, nessuno ha capito come sia arrivato lì. In breve, un giorno è uscito dall’uovo di Pasqua, con la sua beneamata faccia da culo, sputacchiando qua e là, tracotante di volgarità e di arroganza, e ha iniziato a gettare fango da ogni parte, contro gli statali che sono tutti fannulloni, i professori che si dovrebbero vergognare di se stessi, gli altri che non capiscono niente mentre lui capisce tutto – Alberto Sordi direbbe “perché io so’ io e non voi non siete un cazzo!”.
Insomma, dichiarazioni fuori luogo, dati non attendibili, la battaglia per la trasparenza e l’efficienza, i tornelli, le presenze online.
Mamma mia che schifo l’Italia. Ma grazie a Dio, ora c’è mr. Brunetta e finalmente le cose cambieranno.
Sì, vabbé, arrivo al dunque: l’altro giorno, a Strasburgo, il PdL si è schierato all’unanimità contro la pubblicazione delle presenze online degli eurodeputati (fonte). La stessa battaglia, insomma, ma su un altro fronte.
Poteva andare diversamente? Non credo: da un’inchiesta dell’Europeo, i nostri sono – al tempo stesso – i più pagati e i più assenteisti. L’avevamo immaginato, e l’avevano immaginato anche gli altri eurodeputati che, fortunamente, hanno votato tutti a favore. Tutti, ovviamente, tranne i nostri. Ma non è un problema: all’estero ci conoscono bene, il tempo dello sgomento misto all’indignazione è già passato, male che va si fanno una risatina e poi tornano al loro – e a quello dei nostri, sigh! – lavoro.
Ma noi, la notte, come facciamo ad addormentarci?
Mirko Pagliai
