Continua da Non fanno più gli horror di una volta, parte I.

Nel 1984 Wes Craven tornò alla ribalta con Nightmare (il primo film per il quale si disse, meritatamente, “non riuscirete ad addormentarvi”), un film tutto giocato sull’impossibilità di sfuggire al male: il tuo nemico non è più qualcosa di tangibile, ma è un vero e proprio incubo che ti coglie ogni qualvolta tenti di addormentarti e ti uccide nel sonno, là dove non puoi scappare, dove nessuno può aiutarti, dove bene o male dovrai sempre tornare (finché sei vivo, questo è chiaro).

E non credete che l’horror sia un genere di seconda categoria (se no, dopo tutto quello che ho detto, vi invito a tornare a leggere dalla prima riga), basti pensare che anche un maestro del cinema come Stanley Kubrick si è cimentato in questo genere con Shining (1980), tratto dal romanzo più spaventoso dello scrittore più spaventoso del periodo, Stephen King, per il quale servirebbe un intero articolo per analizzarne la poetica narrativa.

Negli anni Ottanta emerge il regista Sam Raimi, autore di horror dove iniziava ad intravedersi una certa ironia, un gusto per l’esagerazione e per il grottesco che segnerà la sua produzione filmica per tutta la carriera (stiamo parlando della mitica trilogia de La casa).

Gli anni Novanta invece sono il periodo del ritorno al passato (in tutto il cinema), tanto che grandi attori e registi si cimentano nel genere della paura, vedi Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola e Frankenstein di Mary Shelly con Robert De Niro.

Riemerge il genere splatter (uso eccessivo di sangue), molto in voga nei b-movie degli anni Settanta, grazie a Splatters- Gli schizzacervelli di Peter Jackson, horror grottesco sul genere di Raimi.

È il periodo in cui il male viene portato più vicino allo spettatore, attraverso l’umanizzazione dei “cattivi”, come accade al Dracula interpretato da Gary Oldman nel film di Coppola, o attraverso una generalizzazione del male che sin diffonde come una piaga in tutta la società e non lascia più via di scampo (vedi Hostel, del 2005, e Silent Hill, del 2006).

Il genere si espande anche a livello geografico, tanto che dal Giappone arriva lo shockante The Ring (1998), capostipite di tutta una serie di j-horror che vanteranno anche un crossover con l’America nella serie di The Grudge.

Due innovazioni importanti sono rappresentate dall’emergente uso dell’ansia e del mistero (vedi The Cube, del 1997) e l’immedesimazione con i protagonisti della vicenda – o meglio “le vittime” – attraverso una storia artefatta fatta passare per vera, attraverso un buona campagna pubblicitaria e riprese con telecamera amatoriale in prima persona (vedi The Blair Witch Project).

E con il 2000, ecco la crisi. Poche, pochissime idee, tanto che bisogna tornare a rifare vecchi film di successo (The Ring versione americana, Amityville Horror, L’esorcista – La genesi, eccetera) o ispirarsi a videogiochi (Resident Evil, Silent Hill).

Nonostante questo, qualcosa c’è: Eli Roth, regista amante dello splatter e dello slasher che ripropone trame da anni Settanta e Ottanta con un sostegno economico molto maggiore (Cabin Fever, oltre al già citato Hostel) e soprattutto Rob Zombie (La casa dei 1000 corpi, Halloween-The Beginning), altro fanatico dell’horror anni Settanta ed estremo cultore della violenza, tanto che risulta essere l’inventore del nuovo genere del torture porn, che si oppone allo splatter per non trovare il proprio godimento (un godimento erotico, sessuale) nell’osservazione della morte, ma nell’osservazione delle torture che portano alla morte.

Non raggelate al sentire queste parole, il cinema non inventa nulla, mostra solo quello che già c’è: non è il cinema ad essere violento, la vita lo è, la violenza è già davanti a noi in televisione, nei telegiornali, e il cinema altro non fa che prendere questa violenza ed estremizzarla, esorcizzandola.

Cosa manca all’horror di oggi? Idee, idee sulla paura e su come trattarla, come servirsene.

Quando andate al cinema a vedervi un bel horror, quindi, pensate a che cosa state davvero provando, imparate a riconoscere la vostra paura.

La mia, ad esempio, è di non rivedere più un vero film horror.