Abbiamo un piccolo problema; piccolo sì, ma significativo, pericoloso in quella che potrebbe essere la sua evoluzione, soprattutto ignorato dai più. Mi è tornato in mente qualche giorno fa, quando un ragazzo omosessuale, vittima di una violenza, si è appellato al Presidente del Consiglio affinché – desiderio del ragazzo, questo – venga approvata in tempi stretti la legge sull’omofobia di cui si è molto discusso negli ultimi mesi.

Non mi pare che chi di dovere (il governo come il Parlamento) abbia dato una risposta esauriente al ragazzo. Risposta che invece è arrivata da una parte consistente della cittadinanza, parte che probabilmente rappresenta la maggioranza tra quelli che si sono espressi sull’argomento: no, perché la legge stessa sarebbe un’ulteriore occasione di discriminazione per gli omossessuali.

Un piccolo estratto di un messaggio che ha girato su Facebook: “significherebbe che picchiare un gay sarebbe diverso da picchiare una qualsiasi altra persona?”. Tralasciando un discorso sull’aggravante del reato che sarebbe anche legittimo e che a molti sfugge, il succo del discorso è molto semplice e nitido: se creo una legge a tutela di una minoranza discriminata con l’obiettivo di rimuovere quella discriminazione, metto quella minoranza al pari di quella che nel regno animale è una specie protetta o in via di estinzione, ovvero ai fatti raggiungo l’obiettivo contrario (vado ad incrementare, se non anche a rafforzare, il motivo alla base di quella discriminazione), poiché chi ha bisogno di maggiore protezione rispetto agli altri è chiaramente diverso dagli altri.

Indubbiamente il ragionamento è corretto: esempio infatti di sillogismo costruito rispettando le giuste condizioni (chi ha bisogno di maggiori tutele rispetto agli altri è diverso dagli altri -> gli omosessuali hanno bisogno di maggiori tutele -> gli omosessuali sono diversi), non fa una piega. Ragionamento che però non risponde alla domanda “quali alternative, quali altre possibili soluzioni?” e alla conseguente domanda “è preferibile un’eventuale incremento della discriminazione, come spiegato proprio dal ragionamento, o il susseguirsi delle violenze ai danni degli omosessuali?”.

Due appunti sono innanzitutto essenziali: tutti hanno il diritto di esprimere la propria opinione su una legge, anche chi non ne è direttamente interessato, altrimenti difficilmente si potrebbe parlare di Stato, dove tutti i cittadini sono interessati, anche se (come in questo caso) indirettamente; il ragionamento sopra esposto potrebbe anche essere vero, poco importa – e infatti non c’è nessuna pretesa, in questo articolo, di dimostrarne la ragionevolezza o di smentirla.
Piuttosto, tutto ruota intorno a chi, al soggetto che dovrebbe rispondere a quell’ultima, fondamentale domanda. Infatti, molto spesso, questo ragionamento è introdotto da premesse sulla falsa riga del “non sono omosessuale, ma se lo fossi…”. In altri termini si arriva ad affermare qualcosa come “se io fossi omosessuale, con questa legge mi sentirei ancora più discriminato”. Ma se non lo si è? Quanto può essere legittimata una simile affermazione?

Qui sta il problema: nella pretesa di sapere cosa è più giusto per gli altri, magari senza nessun impegno o volontà nell’ascoltare – anche per il solo togliersi lo sfizio – quali siano le esigenze dell’altro. Atteggiamento non solo illecito (opinione personale), ma persino inutile (dato di fatto), perché in questo caso gli “altri” sanno parlare, sanno ragionare, sono nella condizione di stabilire cosa è meglio per se stessi. In base a quale principio, diversamente, non dovrebbero essere loro a stabilire tanto?
È una questione di educazione oltre che di rispetto, cui spesso viene contrapposta l’arroganza di molti. La stessa questione non è chiaramente meramente circoscritta ai problemi della comunità omosessuale: si pensi all’eutanasia, all’aborto, alle donne in genere. Quanto può essere giusto – tanto per fare un esempio – che un prete, quindi sia estraneo alla condizione di gravidanza, sia estraneo ai concetti di maternità, possa stabilire se è lecito o meno l’aborto?

Direi che dovremmo ridimensionare l’idea di “maggioranza” che ci siamo fatti: la maggioranza fa le veci di tutti quando tutti sono direttamente interessati e non è possibile interrogare tutti, non fa le veci delle minoranze a prescindere dal singolo caso. Altrimenti siamo all’abuso dei poteri che ci sono riconosciuti.

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