Di recente ho avuto modo di far visita agli immigrati che alloggiano temporaneamente all’hotel Green Paradise, una delle tante strutture, presenti a  Piana degli Albanesi, adibite a vere e proprie case di accoglienza.
Ero in ottima compagnia, gli amici dell’a3f, l’ Associazione antirazzista 3 febbraio, che promuove, sostiene e appoggia la lotta degli immigrati per il diritto alla libera circolazione e a migliorare la propria vita.
L’umore non era dei migliori dopo le notizie giunte da Palermo, dove la notte precedente, alla Zisa, un quartiere della città, due ragazzi dello Sri Lanka erano stati  vittime di un vile atto razzista, picchiati a sangue con mazze e caschi mentre prendevano una birra. Mentre i passanti guardavano indignati senza muovere un dito.

I ragazzi, tutti provenienti dalla Costa d’Avorio, ci hanno accolto incuriositi, nei loro volti si leggeva incertezza, si sono chiesti con gli occhi, sempre sorridendo, il perché della nostra visita. Senza neanche una busta poi. Sospettati di voler far conoscenza. La prima parola pronunciata dalla mia amica e alleata dell’a3f Paola Muscarello ha chiarito ogni dubbio: invito.

da: Il Giornale di Filosofia della Religione

Roma, 29 agosto 2010. Nel caldo pomeriggio estivo atterra in Italia il leader libico Muammar Gheddafi per celebrare il secondo anniversario della firma del “Trattato di amicizia” tra Italia e Libia. In realtà negli ultimi anni Gheddafi frequenta spesso l’Italia, soprattutto in virtù dei tanti interessi economici che intercorrono tra i due Paesi, ma stavolta c’è qualcosa in più: per l’occasione, dopo aver visitato l’accademia militare libica, il rappresentante politico Gheddafi decide di organizzare a Roma delle lectio religiose sul Sacro Corano e così fa montare le tende e in poco tempo mette in piedi una cornice adeguata, con tanto di sfilata di 30 cavalli berberi portati appositamente dalla Libia; non solo, Gheddafi si premura di trovare anche un buon pubblico e così si rivolge ad un’agenzia di hostess, che a sua volta contatta 487 ragazze. Le ragazze dovranno seguire le lectio magistralis e perciò vengono distribuite loro alcune copie del Corano e vengono invitate ad alcuni incontri organizzativi prima delle lezioni. Alcune di esse si presentano con il velo, un’altra con una foto di Gheddafi appesa al collo e tre, due italiane e una spagnola, si convertono ufficialmente alla religione islamica grazie ad una pomposa cerimonia di iniziazione presenziata da Gheddafi in persona.

Milano, 7 dicembre.

Come ad ogni prima alla Scala è stato show di personalità intervenute in modo più o meno opportuno: da Giuliano Pisapia a Bruno Vespa, da Umberto Eco a (sigh) Valeria Marini. Il costo astronomico dei biglietti andava da un minimo di 840 euro a un massimo di  2.500 ma, dicono, l’incasso totale di 200 mila euro sarà devoluto per metà agli alluvionati liguri, metà a un progetto per alloggi temporanei per le famiglie impoverite della città di Milano.

Ore 18.00, in tre teatri, cinque cinema, un centro anziani e un carcere viene trasmessa in diretta la prima del Teatro alla Scala del Don Giovanni di W.A. Mozart.

Forse frammentaria, di sicuro non lineare; la regia di Carsen regala però una messinscena asciutta e densa, una riflessione sul teatro nella sua corposità.

È incredibile. Certe democrazie nascono con le condanne a morte degli avversari, senza processi e senza avvocati difensori. C’è da sospettare che non siano altro che nuove più subdole dittature, nuovi tranelli utili solo ai vincitori. Succede in ogni guerra.

Ci sono quelli che se ne stanno sul campo di battaglia con le armi in pugno a rischiare la pelle e ci sono gli strateghi, per lo più lontani, che manovrano, pensano, spingono. Abbiamo visto all’opera le “tigri di Misurata”, e abbiamo subito avuto l’impressione che più che di tigri si trattasse di iene. Assetate solo di sangue, incapaci di concepire una giustizia giusta, un nuovo orizzonte all’incipiente storia della Libia tenuta a battesimo dai suoi nemici di sempre: l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, gli Usa. Senza il tiranno che per oltre quarant’anni l’ha dominata. Ma per fortuna c’èla Nato e se le cose andranno fuori posto i capi della santa alleanza le rimetteranno a posto.

da: La Cittadella Interiore del 07-11-2011

Gli accadimenti di questi giorni in merito alla crisi mondiale stanno spingendo all’acuirsi di odi, di lotte di fazioni, di risatine francesi e, purtroppo, di auto e case bruciate; la crisi economica, insomma, fa problema anche oltre i meri flussi di denaro, i grafici e le statistiche dei tecnici. Negli ultimi tempi, nonostante la mia formazione, mi sono cimentato con varie letture di ambito economico, seppur, per forza di cose, ancora superficiali e “divulgative”.

I movimenti cattolici festeggiano per la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 18 ottobre scorso, che si è occupata del caso che vedeva contrapposti il ricercatore tedesco Oliver Brüstle e l’associazione ambientalista Greenpeace.

Brüstle era detentore di un brevetto su un metodo di utilizzo di cellule staminali embrionali umane, cioè cellule pluripotenti, in grado di differenziarsi in tutti i tipi di cellule e di tessuti ed essere conservate nel corso di numerosi passaggi in tale stato di pluripotenza e proliferare. Tali cellule sono state finora sfruttate nella ricerca contro malattie quali morbo di Alzheimer, diabete e, nel caso di Brüstle, morbo di Parkinson.

Greenpeace, ritenendo che l’esistenza di tali brevetti favorisca la commercializzazione di embrioni umani, ha denunciato la violazione da parte di Brüstle dei principi comunitari sulla bioetica davanti alla Corte Federale Tedesca, che a sua volta ha adito la Corte di Giustizia per ottenere un chiarimento sul significato di “embrione umano” e sull’ambito di applicazione della direttiva del 1998.

L’idolatria e gli onori reputati da tutto il mondo all’opera di Steve Jobs erano ampiamente prevedibili. Tale operazione culturale, quando non spontanea, sembra invece seguire l’andazzo oramai tradizionale (seguito soprattutto in politica) secondo cui, da defunto, il competitor diviene immediatamente più geniale, più bello e più bravo di quanto non fosse mai stato in vita. Eppure mi pare di assistere a un qualcosa di incredibile. Vediamo perchè.

“Non hai voglia di andare al cinema? Il cinema viene da te!”. Sempre più slogan di questo tenore pubblicizzano la possibilità di usufruire di film “comodamente a casa tua”, ed appaiono sulle pagine di quelle riviste che i cultori della settima arte amano tanto sfogliare.

Peccato che un atteggiamento simile non incoraggi certo la frequentazione delle sale cinematografiche e finisca, alla lunga, per  rappresentare un impoverimento dal punto di vista culturale e sociale, sia per lo spettatore che per il cinema stesso.

Che sotto la scusa della comodità si nasconda la paura di isolarsi per qualche ora dal mondo esterno? Si tende sempre più spesso a dimenticare, infatti, che le occasioni di approfondimento in campo cinematografico non sono relegate al piccolo schermo, ma presenti su tutto il territorio italiano, e che frequentarle costituisce un’occasione di crescita sia a livello personale che di promozione culturale; e siamo disposti a sacrificare il tutto in nome del comfort asettico e rassicurante del soggiorno di casa.

Francesco Valente è un musicista italiano, di origini calabresi, che ha scelto Lisbona come città in cui vivere e sviluppare il suo percorso artistico. La passione per il basso elettrico prima, per il violoncello e per il contrabbasso poi, lo hanno portato a suonare in una lunga serie di formazioni, portoghesi ma non solo: Tora Tora, Anonima Nuvolari, Chibanga Groove e Terrakota solo per citarne alcune.

 

Come è nata in te la passione per la musica e per il contrabbasso in particolare?

Verso i 14-15 anni, quando ero alle superiori, comprai un basso elettrico, e grazie a un professore che aveva creato un gruppo di teatro e musica, ho iniziato a suonare con altri ragazzi. Dopo questa esperienza iniziale,  incominciai a suonare con alcuni gruppi di covers e musica originale, dal soul, al rock, al punk. Poi, più avanti, ebbi la fortuna di studiare violoncello per due anni, e infine passare al contrabbasso, e quindi l’opportunità di ascoltare e studiare generi musicali diversi. Devo la passione per il contrabbasso all’amore per il jazz e all’ammirazione per alcuni contrabbassisti come C. Mingus. La sua musica ancora oggi rappresenta una della mie più grandi influenze.

- Salve a tutti, mi chiamo Flavio e non riesco più ad essere italiano -
- Ciao Flavio -
- Io vorrei essere italiano, davvero vorrei tanto, ma ci sono troppe cose che mi impediscono di esserlo. La manifestazione a Roma, il ministero della giustizia che toglia la scorta ai pm anticamorra, Berlusconi… -
- Che c’entra ora Berlusconi? -
- Berlusconi c’entra sempre. Te lo trovi ovunque: in televisione, in radio, sui giornali, dentro tua figlia, in tribunale… no, in tribunale no, lì sicuro non lo trovi. Lui dice di essere nel cuore degli italiani, ma dubito che io e lui diamo lo stesso significato alla parola “cuore”. Sì, ce lo sta proprio mettendo nel cuore. Il suo amore, intendo. Comunque pensaci: in questo preciso momento, da qualche parte nel mondo, Berlusconi sta commettendo un reato. -