Tutto cominciò il 7 febbraio, con l’inizio delle rivolte contro il regime di Gheddafi, che reagì subito duramente. Quindi, il 19 marzo, fu avviato l’intervento militare a sostegno dei rivoltosi, e quello fu l’inizio della guerra in Libia dall’ottica occidentale.
A pensarci oggi sembra tutto così lontano, forse perché da settimane i telegiornali non ne parlano più, mentre i quotidiani hanno relegato l’argomento, che prima campeggiava nelle loro prime pagine, alle sezioni più recondite delle loro edizioni. La guerra ha dovuto cedere il passo prima alle elezioni amministrative e ai ballottaggi, poi al referendum.
E dire che l’ultima celebre notizia sul conflitto era stata quella del bombardamento che aveva colpito uno dei bunker del Raìs, e ancora non si capiva se fosse vivo o morto. Tranquillizzatevi, Mu’ammar Gheddafi è vivo e a fine maggio ha pure incontrato il presidente sudafricano Zuma, dicendosi pronto ad una tregua. Strano che una simile notizia sia passata così in sordina, in fondo si tratta del nemico del momento che vorrebbe porre fine al conflitto.
Da Al-Jazeera fanno sapere che i famigliari del Raìs sarebbero già in Tunisia, se non addirittura Gheddafi stesso, ma il governo locale nega. Ma la guerra, quella vera, come procede? Chi sta vincendo?
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Arabia Saudita. Il 17 giugno Manal Sharif non ci sarà. Arrestata dopo aver violato il divieto di guida alle donne, la giovane saudita Manal, 32 anni, aveva lanciato sulla sua pagina Facebook un appello a tutte le donne saudite: guidare per le strade dell’Arabia Saudita il 17 giugno per protestare contro il divieto di guida alle donne. Ma il 17 giugno Manal non ci sarà, dichiara. Uscita dal carcere dopo nove giorni ha espresso il suo pentimento e la sua volontà di evitare errori simili in futuro.
È stato così ridotto al silenzio un altro grido di libertà. Il caso di Manal Sharif riporta alla memoria il caso della diciannovenne, «la ragazza di Qatif», che nell’ottobre 2006 era stata condannata a sei mesi di prigione e a duecento frustate per aver subito un’aggressione e uno stupro di gruppo mentre si trovava da sola in un’auto a parlare con un uomo che non era suo stretto parente. La legge islamica, che in Arabia Saudita è anche legge di Stato, sancisce infatti la segregazione fra i sessi e proibisce ad una donna di intrattenersi con uomini se non sono parenti stretti, indipendentemente dalle ragioni per le quali può trovarsi in loro presenza. In quell’occasione la ragazza di Qatif aveva ricevuto il perdono dal re Abdullah. Perdono seguito al pentimento della ragazza per aver commesso un simile peccato.
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