Una volta, e per tanto tempo, le imprese avevano una dimensione limitata; si producevano beni con le risorse locali, anche perché non c’era una grande possibilità di comunicazione per tutti. E si commerciava nel mercato del paese. Oggi per tante ragioni, la più importante è la complessità del bene: non si può più produrre localmente con beni attinti da zone limitrofe, poiché costerebbero molto e, data l’assenza di specializzazione, non sarebbero di qualità comparabile all’odierna produzione.
Tutto ciò è ancora più vero per i servizi: come potremmo aver avuto e il telefono e l’internet di oggi senza l’estensione su scala planetaria?

Prima l’interesse delle aziende coincideva con gli obiettivi del governo, poi le aziende sono cresciute e nello stesso tempo è iniziata una crescente divaricazione tra i propri interessi e gli obiettivi nazionali. Oggi, se proprio non contrastano, certamente non sono allineati. Dal motto di G. Agnelli “quello che è bene per la Fiat è bene per l’Italia”; ora non più: quello che conta è la remunerazione degli azionisti. Dovunque essi siano.

BlackwaterQuando si dice che l’11 settembre è stato un punto di svolta nella storia dell’Occidente, non si esagera di certo. A partire da quella data, non è cambiato solo l’equilibrio mondiale, ma anche i rapporti tra gli Stati e tra i singoli individui. È cambiato soprattutto il modo di condurre la guerra.

Le società di sicurezza privata sono cresciute, diventando dei veri e propri potentati economici e militari, mercenari (o contractor, per essere politicamente corretti) al soldo dei governi, che gestiscono le guerre al posto loro. Il più celebre è sicuramente il caso della Blackwater Worldwide, oggi Xe Services, colosso mondiale della guerra privata, impiegata dal governo americano dell’amministrazione Bush in Afghanistan e Iraq.

C’è un attacco combinato che penetra al centro del corpo sociale; che separa e distanzia sempre più gli estremi man mano che entra nell’interno. Esso è l’accoppiata della globalizzazione tecnologica ed economica. Ognuna ha bisogno dell’altra per funzionare e fa sentire i suoi effetti sul corpo molle degli indifesi e indifendibili ceti medi e bassi.

Questo è un paese che diventa sempre meno competitivo: esportiamo poco e quindi l’occupazione scende e così si abbassa la domanda dei beni dei consumatori (e delle imprese che devono scommettere su quella domanda per investire). Siamo arrivati a tal punto da spiazzare i lavoratori con le loro obsolete competenze per via dei costi, che si dichiarano troppo alti (anche se i salari sono da sopravvivenza), almeno comparati con gli equivalenti stranieri.

Edilizia carceraria sarda e sovraffollamento delle carceriLavori ancora in corso per la costruzione del nuovo carcere del comune di Uta, in provincia di Cagliari. La fine dei lavori era stata prevista per giugno 2011, ma la consegna della struttura al Ministero di giustizia sembra essere ancora lontana. Il nuovo carcere, insieme agli altri tre in costruzione a Tempio, Sassari e Oristano, è una delle nuove strutture previste dal Piano straordinario penitenziario, meglio conosciuto come Piano carceri, varato dal Consiglio dei ministri del 23 gennaio 2009 e inserito come emendamento al Disegno di legge di conversione del Decreto legge n. 207/2008, il cosiddetto “milleproroghe”. Ma il piano per la costruzione del carcere di Uta era stato progettato tempo addietro.

Facciamo un salto nel passato. Il 2 ottobre 2003 il Ministero della giustizia, di concerto con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti,  decreta una variante al programma ordinario di edilizia penitenziaria (GU n. 256 del 4-11-2003) che prevede la realizzazione di alcuni istituti penitenziari.  Sassari, Cagliari, Tempio Pausania e Oristano sono nell’elenco delle città che dovranno accogliere le nuove case circondariali. I lavori in questione “rivestono carattere di urgenza e la loro esecuzione deve essere accompagnata da particolari misure di sicurezza, ai sensi e per gli effetti dell’art. 33 della legge 11 febbraio 1994, n. 109”.
Tale articolo chiarisce le implicazioni connesse al carattere di urgenza delle opere previste che, poiché richiedono misure speciali di sicurezza e di segretezza, “possono  essere  eseguite  in  deroga  alle disposizioni relative alla pubblicità delle procedure di affidamento dei lavori pubblici”. In altri termini, gli appalti per la costruzione delle nuove carceri sono protetti da segreto di Stato e vengono assegnati mediante gara informale tra ditte di fiducia dell’amministrazione.

Il mercato non c'entra con il tradimentoL’economia è una disciplina delle scienze sociali, ove si rappresentano teorie con modelli. La storia invece è una descrizione analitica: non ci sono modelli, ogni evento del passato è unico.

Come ogni disciplina, l’economia dovrebbe preoccuparsi dei mezzi – anche se poi le persone che se ne occupano sono (purtroppo) attratte dai fini -, dove per “mezzi” si intendono le risorse umane, naturali e capitali. E talvolta ci si dimentica che esse, se usate in modo non appropriato, invece di risolvere i problemi, spesso li creano.
Il fine dovrebbe essere quello di aumentare l’efficienza e il godimento per la più ampia parte possibile della popolazione.

In economia stabilire i fini è facile, molto più difficile è concordare sui mezzi per raggiungerli: la spiegazione consiste nel fatto che sono previsti – per alcuni – sacrifici. Così, quando si afferma che “il fine giustifica i mezzi”, si vuol fare a meno delle basi morali. Da qui il ricorso al mercato per vendicare il tradimento.
Così, senza basi morali, un sistema economico e sociale non può sopravvivere a lungo. La vita istituzionale non si deve affidare al mercato, ma alle basi morali che la società si autodetermina.

Raduno di PontidaSotto un caldo sole – simbolo propizio per un “celtico”, come si è definito nell’occasione il Ministro Roberto Castelli – domenica scorsa si è svolto il raduno della Lega Nord a Pontida.
I leader della Lega, in primo luogo Umberto Bossi, sono stati accolti da circa quarantamila persone, con tanto di bandiere e maglie verdi, lunghe barbe anch’esse verdi ed elmi cornuti. Pare che Thor abbia un nuovo popolo da proteggere: un popolo sempre più agguerrito ed affamato d’indipendenza, se si vogliono leggere i messaggi arrivati dalla piazza padana.

EmigrantiQuando nel passato un meridionale emigrava al nord per andare a lavorare nelle fabbriche, portava con sé la certezza che la sua vita e quella dei suoi figli sarebbero state migliori. Pur lasciando alle spalle una stupenda natura per vivere spesso nella nebbia, poteva contare su un miglior progetto di vita con risultati che erano alla portata di chi lavorava con sacrificio. Ora non è più così.

Che cosa è cambiato? Proviamo a rispondere con una sintesi: in questi tempi veloci, il lavoro non ripaga abbastanza. Andiamo un po’ più in dettaglio.

Non al denaro, non all'amore né al cieloQuarant’anni fa usciva Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio De André. Un titolo che va letto così, tutto d’un fiato, senza virgole e con l’accento sbagliato, per uno dei dischi più belli della storia. Uno dei primi concept album italiani, il terzo di De André dopo Tutti morimmo a stento (1968) e La buona novella (1970) e ispirato ad alcune poesie tratte dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, tradotta in italiano da Fernanda Pivano.

Un matto, un giudice, un blasfemo, un malato di cuore, un medico, un chimico, un ottico e un flautista sono i protagonisti di questi racconti in musica. Ogni brano è un ritratto che prende spunto dai nomi incisi sulle lapidi di quelli che adesso “dormono, dormono sulla collina”, ogni verso è un epitaffio, ogni storia uno squarcio di vita ancora attuale.

Sicilia, Gioiosa Marea. 30 maggio 2020. Mentre annaffio le piante in giardino, mi sento tirare la gonna: è mio figlio, sorride sornione, mi mostra tutti i compiti fatti, disordinati ma corretti.

“E adesso?”.
“Se tuo padre è d’accordo…”.
Suo padre brontola.
“Glielo spieghi tu, però”.

Arrivati, troviamo una distesa blu coperta d’oro in alcune parti. Sono le 7 di sera. Lui, il brontolone, guarda sul cellulare una vecchia puntata di La storia eravamo noi. ‘In un’intervista rilasciata alla Reuters, il presidente della Nestlé, Peter Brabeck, ha in pratica affermato che l’acqua dovrebbe essere trattata “più come il petrolio”. Con il petrolio “è evidente cosa accade quando la domanda sale. Il mercato reagisce e le persone iniziano ad usarlo in maniera più efficiente”.
In questo modo cosa succede? Che le fasce più povere della popolazione perderanno l’accesso all’acqua potabile, perché non potranno pagarla a caro prezzo. Affidare l’acqua alla borsa significa confiscare ai popoli della Terra un bene comune pubblico insostituibile per la vita.

Guerra in LibiaTutto cominciò il 7 febbraio, con l’inizio delle rivolte contro il regime di Gheddafi, che reagì subito duramente. Quindi, il 19 marzo, fu avviato l’intervento militare a sostegno dei rivoltosi, e quello fu l’inizio della guerra in Libia dall’ottica occidentale.
A pensarci oggi sembra tutto così lontano, forse perché da settimane i telegiornali non ne parlano più, mentre i quotidiani hanno relegato l’argomento, che prima campeggiava nelle loro prime pagine, alle sezioni più recondite delle loro edizioni. La guerra ha dovuto cedere il passo prima alle elezioni amministrative e ai ballottaggi, poi al referendum.

E dire che l’ultima celebre notizia sul conflitto era stata quella del bombardamento che aveva colpito uno dei bunker del Raìs, e ancora non si capiva se fosse vivo o morto. Tranquillizzatevi, Mu’ammar Gheddafi è vivo e a fine maggio ha pure incontrato il presidente sudafricano Zuma, dicendosi pronto ad una tregua. Strano che una simile notizia sia passata così in sordina, in fondo si tratta del nemico del momento che vorrebbe porre fine al conflitto.

Da Al-Jazeera fanno sapere che i famigliari del Raìs sarebbero già in Tunisia, se non addirittura Gheddafi stesso, ma il governo locale nega. Ma la guerra, quella vera, come procede? Chi sta vincendo?

Manal SharifArabia Saudita. Il 17 giugno Manal Sharif non ci sarà. Arrestata dopo aver violato il divieto di guida alle donne, la giovane saudita Manal, 32 anni, aveva lanciato sulla sua pagina Facebook un appello a tutte le donne saudite: guidare per le strade dell’Arabia Saudita il 17 giugno per protestare contro il divieto di guida alle donne. Ma il 17 giugno Manal non ci sarà, dichiara. Uscita dal carcere dopo nove giorni ha espresso il suo pentimento e la sua volontà di evitare errori simili in futuro.

È stato così ridotto al silenzio un altro grido di libertà. Il caso di Manal Sharif riporta alla memoria il caso della diciannovenne, «la ragazza di Qatif», che nell’ottobre 2006 era stata condannata a sei mesi di prigione e a duecento frustate per aver subito un’aggressione e uno stupro di gruppo mentre si trovava da sola in un’auto a parlare con un uomo che non era suo stretto parente. La legge islamica, che in Arabia Saudita è anche legge di Stato,  sancisce infatti la segregazione fra i sessi e proibisce ad una donna di intrattenersi con uomini se non sono parenti stretti, indipendentemente dalle ragioni per le quali può trovarsi in loro presenza. In quell’occasione la ragazza di Qatif aveva ricevuto il perdono dal re Abdullah. Perdono seguito al pentimento della ragazza per aver commesso un simile peccato.