Notizie frammentarie e spesso contraddittorie continuano ad arrivare dalla Libia. Il numero delle vittime continua a crescere e sembra aver superato la soglia dei mille morti. Di fronte alla crudele realtà delle cifre, il farneticante discorso alla nazione che Gheddafi ha tenuto ieri, spaventa ancor di più. Spaventa non solo per le parole, per i toni, per le espressioni. Terrorizza per l’aperta minaccia di reprimere nel sangue le contestazioni, di scagliare contro i manifestanti la forza violenta del regime. Una minaccia che viene messa in atto proprio in queste ore. Il paese è sull’orlo della guerra civile, alcuni parlano già di un genocidio, senz’altro si tratta di un massacro di Stato compiuto sotto gli occhi, apparentemente impotenti e troppo spesso complici, della comunità internazionale.

risorgimentoDiciassette marzo. Una data, un simbolo, uno Stato. Ma cosa è successo realmente il 17 marzo? E, soprattutto, a quale anno si fa riferimento? Parliamo di una data importante per la storia italiana, di una di quelle date significative che hanno cambiato l’intero periodo storico del Risorgimento italiano.

Quella del 17 marzo è una data ricorrente all’interno dell’epopea del Risorgimento: si potrebbe parlare, infatti, già del 17 marzo 1848, quando Venezia insorse alla dominazione austriaca; una carneficina in cui i veneziani morirono di peste e di stenti a causa dell’assedio delle truppe imperiali asburgiche. Una data simbolo, questa, all’interno di un anno simbolo, il 1848, che vide la nascita della Repubblica Romana, attraverso l’estromissione di Papa Pio IX, e la strenua difesa portata avanti da Mazzini e Garibaldi fino alla sua caduta, 5 mesi più tardi, per mano delle truppe francesi di Napoleone III. Non solo, quello del 1848 è un anno che verrà ricordato anche per l’insurrezione di Milano, culminante nelle “5 giornate” che videro i milanesi cacciare gli austriaci fuori della Lombardia.

repubblica italianaL’altro giorno discutevo con altre persone del fallimento della seconda Repubblica, del fatto che, dal 1994 ad oggi, nessun Governo è mai riuscito ad arrivare a fine legislatura così com’era partito. Poi si è aggiunto il Presidente Napolitano, che ha avvisato tutti sul rischio dell’attuale legislatura di non arrivare al termine.

Allora la mia domanda è: come e quando l’Italia è diventata un Paese ingovernabile, instabile, frammentato in tanti piccoli inutili partitini? Davvero la caduta del muro di Berlino e lo scandalo di Mani pulite hanno cambiato così radicalmente il Paese, privandolo di una classe politica e di una coscienza ideologica che fino ad allora avevano rappresentato la stabilità perfetta del nostro sistema?

se non ora quandoOggi domenica 13 febbraio resterò a casa a leggere un libro o andrò a fare una passeggiata al mare od in centro, ma sicuramente non scenderò in piazza e non permetterò a nessuno di strumentalizzarmi. Non solo non aderisco alla manifestazione, ma la condanno e aborro l’idea che un tema importantissimo come l’emancipazione femminile possa essere strumentalizzato dal partito di opposizione di turno, in questo caso centro e sinistra.

Se fossi un uomo mi accuserebbero di essere maschilista e sessista, ma sono una donna, emancipata, istruita, con un lavoro normalissimo, e la decisione di non aderire alla protesta è stata da me analizzata ed approfondita in ogni aspetto. Dapprima pensavo che la manifestazione indetta “per le donne riguardasse la segregazione e discriminazione femminile che è oramai scientificamente provata, così come l’esistenza della corruzione e dell’uso improprio delle raccomandazioni. Basti ricordare che le donne nel Parlamento italiano sono il 17%, contro una media europea del 23% e contro la totale parità in Norvegia ed Olanda. Ma invece di scendere in piazza per chiedere politiche paritarie, di sostegno alle donne che lavorano, e di miglioramento delle infrastrutture dell’infanzia, si scende in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi.

«Per una volta siamo contenti che Mubarak non abbia mantenuto le sue promesse» si scherza a Il Cairo, «aveva giurato che non avrebbe lasciato». Il giorno dopo aver rifiutato di dimettersi, respingendo i “diktat stranieri”, il presidente si è tolto di mezzo. Gli egiziani hanno scritto una pagina decisiva di una storia che, tutt’altro che finita, pare invece accelerare la sua marcia. Hanno vinto, finalmente. Le immagini di festa, spontanea come la protesta, fanno bene al cuore in giorni difficili come quelli che stiamo vivendo e come quelli che verranno, probabilmente, anche in Egitto.

I protagonisti di questa (finora) bella storia hanno nomi, volti e speranze. Il regime trentennale di Mubarak è stato spazzato via in pochi giorni da quella che è stata definita la “generazione dei social network”. Si tratta della società in rete globale e globalizzata – la nostra – che, dopo aver assistito alla fragilità del regime tunisino di Ben Ali tramite le televisioni satellitari e i racconti dei blogger, si è organizzata autonomamente tramite internet, senza leader e senza partiti, ed è scesa in piazza a chiedere di vedersi riconosciuti quei diritti di libertà, autodeterminazione e ricerca di un futuro migliore che covano nei cuori degli individui ovunque essi vivano. Sono loro, giovani, colorati e coraggiosi, il lato bello e foriero di speranza di tutta questa storia.

Come le donne, io dico di no; e cioè in altri termini aderisco – seppur simbolicamente – a quel dissenso che le accompagnerà in piazza a manifestare il 13 febbraio. È però doverosa maggiore chiarezza, perché l’adesione di un singolo (come il sottoscritto, come chiunque altra, come chiunque altro) non può equivalere sistematicamente alla condivisione in toto delle singole motivazioni che ogni singolo individuo (uomo o soprattutto donna che sia) porterà con la propria adesione. Spero mi sarà concessa questa facoltà, spero cioè di poter dissentire da alcuni obiettivi che altri attribuiscono all’iniziativa del 13, altrimenti – è chiaro – non potrei più aderire a nulla.

Nonostante l’argomento sia molto complesso, come è complessa al giorno d’oggi qualsiasi discussione che riguardi in qualche modo il rapporto tra il genere femminile e la società moderna, soprattutto quella correttamente assunta come società maschilista, voglio comunque esprimermi perché le osservazioni mosse da Susanna sul suo blog sono più che legittime, direi che sono ancor meglio e innanzitutto sacrosante. E dunque desidero entrare nel merito della discussione partendo da queste.

Ascoltate le parole di questo tredicenne:


diritti gayL’ha detto Pisapia, all’indomani della sua vittoria alle primarie del centro sinistra a Milano: “La città dovrà diventare la capitale dei diritti civili e sociali, il contrario di quanto ha fatto la Moratti”.

Il proposito di trasformare Milano in una città aperta ed europea è certamente dei migliori: tutto sta nel capire quali sono le esigenze della società e in che modo l’amministrazione comunale può agire per rispondere a tali bisogni.

L’idea di istituire un registro delle coppie di fatto non è certo nuova – basti pensare che in molti comuni della toscana è entrato in vigore sin dal 1993 – ma, alla luce del totale vuoto legislativo e dell’incapacità di formulare proposte concrete a livello nazionale (eccezion fatta per i Dico di prodiana memoria, che però non sono mai entrati in vigore), la questione è divenuta estremamente urgente, oltre che necessaria.

La «tempesta perfetta» che ha investito il mondo arabo e il Medio Oriente è un evento di portata storica davanti al quale l’Occidente – se ancora esiste – si è presentato debole, diviso e impaurito. Gli effetti della più grave crisi economica dal secondo dopoguerra non potevano limitarsi a un brusco aumento della disoccupazione nei paesi più ricchi e, infatti, la recessione ha colpito più duro laddove la globalizzazione non ha ancora portato la maggioranza delle persone fuori dalla povertà.

La rivoluzione araba è senza dubbio un prodotto della crisi economica. È anche, però, il risultato – inevitabile e tardivo – della fine della Guerra fredda e del crollo del sistema bipolare. Quello a cui stiamo assistendo è il secondo tempo dell’89, proiettato sull’altra sponda del Mediterraneo. Se nella logica della guerra ideologica tra capitalismo e comunismo appariva “normale” che gli Stati Uniti e i loro alleati sostituissero i regimi coloniali in smantellamento con dittature filoccidentali, giustificate dal timore di un’avanzata comunista in zone vitali per la loro sicurezza e la loro prosperità, con la sconfitta del comunismo tutto questo era destinato, con buona pace dei Mubarak, a finire. Sta finendo in queste ore, con anni di ritardo, a causa del declino del potere americano, dell’incapacità dell’Europa di assumere un ruolo propositivo ed attrattivo almeno nei suoi più immediati confini, dell’aggravarsi della crisi economica e della crescente consapevolezza delle persone. Proprio quest’ultimo fattore è dovuto alla sempre maggiore diffusione dei nuovi media, che permettono di liberare le potenzialità globali della società in rete.

oscar 2011Puntuali sono arrivate le nomination agli Oscar 2011, che vedono dominare Il discorso del re di Tom Hooper, film inglese che ha ottenuto ben dodici candidature, giunto in Italia venerdì 28 gennaio. Subito dopo i fratelli Coen con Il Grinta, seguiti dai due kolossal dell’anno: Inception di Christopher Nolan e The social network di David Fincher.

Susanna CamussoGiovedì 27 gennaio, a Bologna, studenti e operai sono scesi in piazza in occasione dello sciopero generale della Fiom. In 30 mila hanno bloccato le principali strade del centro della città. I due cortei sono poi confluiti in piazza Maggiore, dove sul palco sono intervenuti Maurizio Landini della Fiom e Susanna Camusso, segretario nazionale della Cgil.