Oggi domenica 13 febbraio resterò a casa a leggere un libro o andrò a fare una passeggiata al mare od in centro, ma sicuramente non scenderò in piazza e non permetterò a nessuno di strumentalizzarmi. Non solo non aderisco alla manifestazione, ma la condanno e aborro l’idea che un tema importantissimo come l’emancipazione femminile possa essere strumentalizzato dal partito di opposizione di turno, in questo caso centro e sinistra.
Se fossi un uomo mi accuserebbero di essere maschilista e sessista, ma sono una donna, emancipata, istruita, con un lavoro normalissimo, e la decisione di non aderire alla protesta è stata da me analizzata ed approfondita in ogni aspetto. Dapprima pensavo che la manifestazione indetta “per le donne“ riguardasse la segregazione e discriminazione femminile che è oramai scientificamente provata, così come l’esistenza della corruzione e dell’uso improprio delle raccomandazioni. Basti ricordare che le donne nel Parlamento italiano sono il 17%, contro una media europea del 23% e contro la totale parità in Norvegia ed Olanda. Ma invece di scendere in piazza per chiedere politiche paritarie, di sostegno alle donne che lavorano, e di miglioramento delle infrastrutture dell’infanzia, si scende in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi.
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«Per una volta siamo contenti che Mubarak non abbia mantenuto le sue promesse» si scherza a Il Cairo, «aveva giurato che non avrebbe lasciato». Il giorno dopo aver rifiutato di dimettersi, respingendo i “diktat stranieri”, il presidente si è tolto di mezzo. Gli egiziani hanno scritto una pagina decisiva di una storia che, tutt’altro che finita, pare invece accelerare la sua marcia. Hanno vinto, finalmente. Le immagini di festa, spontanea come la protesta, fanno bene al cuore in giorni difficili come quelli che stiamo vivendo e come quelli che verranno, probabilmente, anche in Egitto.
I protagonisti di questa (finora) bella storia hanno nomi, volti e speranze. Il regime trentennale di Mubarak è stato spazzato via in pochi giorni da quella che è stata definita la “generazione dei social network”. Si tratta della società in rete globale e globalizzata – la nostra – che, dopo aver assistito alla fragilità del regime tunisino di Ben Ali tramite le televisioni satellitari e i racconti dei blogger, si è organizzata autonomamente tramite internet, senza leader e senza partiti, ed è scesa in piazza a chiedere di vedersi riconosciuti quei diritti di libertà, autodeterminazione e ricerca di un futuro migliore che covano nei cuori degli individui ovunque essi vivano. Sono loro, giovani, colorati e coraggiosi, il lato bello e foriero di speranza di tutta questa storia.
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