Mi sveglio una mattina ed è ancora buio. Il mio istinto vibra come antenne d’insetto, è sensibilissimo, e mi avverte immediatamente della mancanza di qualcosa. Con la mano tasto gli oggetti sul comodino, ma è ormai chiaro che l’ho perso: ho perso il senso.

Il senso è un po’ come un paio d’occhiali per un miope, se non ce l’hai non ci vedi chiaro, il mondo ti sembra estraneo e minaccioso, e finisce che ci inciampi. Allora mi sono messa a cercarlo. Ho brancolato parecchio, quasi cieca, cercandolo sotto al letto, nel fondo di una bottiglia, nella fugace felicità di un nuovo acquisto, nel sudore versato sui libri o tra i tavoli di un bar. Ogni tanto avevo l’impressione di averlo afferrato, poi aprivo i pugni e guardavo le palme delle mani: vuote. Ma non erano solo vuote, erano insostenibilmente chiuse in loro stesse, estranee al mondo, come tutto il resto di me. Allora capii che anziché chiuderle dovevo spalancarle – come radici recise – e riprendere contatto con il mondo e con le persone. E il mondo non era il mio letto o una bottiglia, non era studio né lavoro; il mondo era quella sfumatura indefinibile del cielo al tramonto che ora vedevo in modo chiarissimo, e il canto delle cicale. Era nella planata vibrante di un gabbiano e nella corteccia orgogliosa dell’ulivo. Il mondo strisciava nel terriccio, era terriccio, o si librava in alto nell’aere; si esprimeva in petali e foglie, in occhi e zampe, in sangue e rugiada, in gioia e sofferenza, si esprimeva in me. E dovevo prendermi cura di quel mondo che era tutto quello che avevo, ed ero.

L’isola nello spazio, edito da Sellerio, è un racconto che Osman Lins ha scritto nel 1964. Ambientato a Recife, capitale dello stato brasiliano di Pernambuco, narra di una serie di morti misteriose che avvengono negli appartamenti di un grande palazzo che guarda il fiume e minacciano la vita del protagonista della vicenda, Cláudio Arantes Marinho, e quella della sua famiglia. Il racconto inizia come un giallo: una serie di morti sospette, apparentemente inspiegabili (si avanzerà persino l’ipotesi di un virus portato “forse dalle sponde del Gange o del Nilo, mediante qualche nave contaminata”), ma presto cambia registro. Non c’è la fase di indagine che in tutti i gialli segue la posizione dell’enigma, come fa notare Angelo Morino nel saggio di appendice al testo: essa lascia spazio alla descrizione della lotta che il protagonista ingaggia per restare nella sua casa, mentre gli altri condomini fuggono lontano dal palazzo, che sembra vittima di una maledizione. Il crescendo della vicenda ricorda il romanzo che James G. Ballard scriverà nel 1975, Il condominio.

da La cittadella interiore

Si può ammettere senza troppi patemi che la cura dell’ambiente e dell’ecosistema si sia affermata in questo decennio a cavallo tra i due secoli come una delle tematiche fondamentali della discussione filosofica, politica ed economica. La coscienza degli enormi rischi ambientali, a cui l’èra tecnologica ci ha sensibilizzato, ha portato a sviluppare sempre più una nuova concezione del rapporto dell’homo faber con la “natura”; e questo stare-nella-natura, vogliamo sostenere, non si limita ad una strategia preventiva o ad una mera reazione di buon senso dinanzi alla follia devastatrice della bomba di Hiroshima, ma si presenta in questo inizio di secolo come una vera e propria visione del mondo complessa e organizzata. Tra il dopoguerra e gli anni sessanta, infatti, hanno iniziato a proliferare una serie di movimenti contro l’uso del nucleare, per la salvaguardia “dell’incontaminato”, per proteggere le specie animali in estinzione, per i delfini e per gli alberi della foresta; per i parchi e le spiagge. Essi si caratterizzano per la gran parte nell’organizzazione di azioni di protesta (i contro) e come opposizione alla politica definita “imperialista e aggressiva” del mondo occidentale; questo accade perché, secondo tale  visione del mondo, l’Occidente avrebbe abdicato al concetto di “buona vita” e di “bene comune” per vendersi alla ricerca del piacere sfrenato e del denaro. Tutta questa serie di istanze hanno poi vissuto  durante gli anni ottanta del secolo scorso un periodo di grande elaborazione concettuale, abbinata a vere e proprie vittorie politiche, culminate, forse, con il referendum abrogativo sul nucleare dell’87 – in realtà stravinto anche per concorrenza di fattori esterni come il disastro di Cernobyl’.

Da che mondo è mondo sono sempre esisti i campioni, simboli di modi di vivere e di intere società, da esibire fieramente tanto nelle guerre quanto nella manifestazioni sportive. Sono quelli che hanno sempre occupato le prime pagine dei giornali e possono leggere il proprio nome sulle copertine dei libri. Ma in quest’articolo non si vuole parlare di loro, queste righe vogliono dare spazio a chi il proprio nome lo può leggere giusto giusto sulla carta d’identità, a chi non sente parlare di gloria nemmeno ad un concerto di Umberto Tozzi: i brocchi.

prandelli e del bosqueItalia-Spagna è anche la sfida tra due strategie di calcio che si sono evidenziate nel corso di Euro 2012: da un lato lo schema di Prandelli, 4-3-1-2 con un centrocampo veloce che fa riferimento ad Andrea Pirlo, pronto a difendere e ad impostare la verticalizzazione veloce sulle punte Balotelli e Cassano, alternatesi a Di Natale e Diamanti. Dall’altra, il possesso palla ripetuto in orizzontale senza verticalizzazioni né gioco degli esterni messo in mostra fin qui da Del Bosque. Infatti la differenza tra la Spagna e il Barcellona, finora, è stata sia la mancanza di Messi, sia la mancanza di gioco sulle fasce, di cui gli unici spunti sono arrivati da Jordi Alba a sinistra e da Pedro a destra. Inoltre alla Spagna finora è mancato il 9, Torres, Llorente o Soldado (non convocato) che sia: il classico attaccante centrale è stato sostituito da Fabregas e da Negredo contro il Portogallo, dando vita ad un inedito schema 4-5-1 che fa leva sulle incursioni di Iniesta. Il troppo affollamento a centrocampo però ha portato da un lato un mancato allargamento della squadra sugli esterni e la mancanza di verticalizzazione, dovuta anche alla scarsa condizione fisica di uno dei migliori interpreti del calcio spagnolo, Xavi.


Osservo il cucchiaino con cui scavo fiera la briosche di gelato, faccio per avvicinarlo alla bocca e mi fermo, il pensiero è arrivato prima, vorrei ricacciarlo indietro ma ormai è arrivato lì, sulla punta della lingua, che adesso dovrebbe avere un altro ruolo, quello di assaporare, di gustare e invece, lei la lingua ha preso a muoversi, a emettere aria, a produrre dei suoni, è finita, il gelato si scioglierà.

E’ un vizio molto fastidioso parlare nel bel mezzo del gesto più naturale e vitale del mondo: mangiare. E’ un problema serio quando si tende a deviare il senso primario della lingua: il gusto, a favore dell’esclamazione, della domanda, soprattutto quando fa caldo. A volte è così difficile godersi le cose, osservarle, accettarle, apprezzarle per quelle che sono. Ma perchè sono così le cose, possiamo cambiarle? questo gelato è buono, chissà cosa ci mettono.. e poi scopri che il latte è scaduto (mannaggia il gelato mi si scioglie sempre).

Italia-Inghilterra e Spagna-Francia per decidere chi sfiderà Germania e Portogallo nelle semifinali di Euro 2012. Dopo i primi due quarti vinti nettamente dal Portogallo per 1-0 contro la Repubblica Ceca e dalla Germania per 4-2 contro la Grecia, ora è il turno della Spagna campione d’Europa e del Mondo in carica e dell’Italia di Cesare Prandelli.
Francia-Spagna è una partita in cui il passato si intreccia al presente. La Spagna ha sempre perso con i galletti nelle competizioni importanti: nel 1984 nella finale dell’Europeo, la Francia di Platini battè 2-0 la nazionale iberica con un errore dell’allora portiere spagnolo Arconada su punizione del 10 francese. La storia si è ripetuta nel 2000 con goal nuovamente su punizione di Zidane, pareggio di Mendieta su rigore, 2-1 di Djorkaeff e Raúl González che sbaglia il goal del pareggio su calcio di rigore allo scadere dei novanta minuti. Ai Mondiali del 2006, la Spagna aveva dominato il suo girone battendo nettamente Ucraina, Tunisia e Arabia Saudita, ma agli ottavi la Francia di Zinedine Zidane vinse 3-1 guidata dal numero 10 transalpino.

Il Portogallo di Paulo Bento ha superato la Repubblica Ceca per 1-0, con un goal di testa di Cristiano Ronaldo, ed è la prima squadra che si qualifica per una semifinale di Euro 2012. Affronterà la vincente di Spagna-Francia e dunque si profila la possibilità di un derby tutto iberico.

I lusitani hanno dominato il match, meritando ampiamente la vittoria. Decisivo Cristiano Ronaldo, che ha colpito, prima del goal, due pali, uno su azione, dopo uno stop e un controllo della palla di grande finezza, proprio allo scadere del primo tempo e con una punizione da 30 metri nel secondo tempo. Il goal è arrivato invece al 79°, su cross di Moutinho e gran colpo di testa del talento portoghese. Il Portogallo ha poi controllato agevolmente la partita, rischiando il raddoppio con Joao Pereira servito sempre da Cristiano Ronaldo.

Nuda ed esposta, non alla speculazione dei mercati stavolta, ma agli occhi dell’intera popolazione del continente. Non si tratta solo delle interferenze sul voto, non molto dissimili dalle minacce, che i politici europei e frau Merkel portano avanti da diversi mesi, ma dell’intero atteggiamento della Ue, specialmente in questi ultimi giorni: forse in molti non se ne sono accorti, ma l’Europa della democrazia e della tolleranza si è trovata a fare dichiaratamente il tifo per l’elezione a premier greco di Antonis Samaras, la cui scoppiettante campagna elettorale è stata condita con il suo solito nazionalismo e quel pizzico di xenofobia che non guasta mai. Samaras sostiene che il modo migliore per combattere l’immigrazione clandestina siano i respingimenti di massa, e promette di rendere più difficile per uno straniero ottenere la nazionalità ellenica. Ma per il leader di Nea Demokratia, queste non sono posizioni così nuove: già nel 1992 fu costretto alle dimissioni dalla sua carica di ministro presso il governo di Konstantinos Mitsotakis, a causa della sua intransigenza in merito alla formazione della Repubblica di Macedonia, nome che Samaras considerava di proprietà della Grecia.

Dopo due giornate, i campionati europei di Polonia e Ucraina ancora non mostrano una protagonista indiscussa. Ci sono tante favorite ma l’impressione è che, dai quarti in avanti, potrebbero cambiare i valori e che molte delle nazionali non abbiano ancora espresso al meglio il proprio potenziale.

Nel gruppo A, guida la Russia a 4 punti con un centrocampo compatto e l’attaccante Dzagoev, capocannoniere dell’europeo dopo 2 giornate con 3 reti assieme a Mario Gomez della Germania. Nell’ultima partita se la vedrà con la Grecia, ultima in classifica a 1 punto e praticamente eliminata dalla competizione. Nell’altro match si giocano il passaggio del turno la Repubblica Ceca e la Polonia, padrona di casa che è costretta a vincere per qualificarsi dopo due pareggi nelle prime due partite.

Quando in una conferenza stampa un giornalista chiede a un calciatore di esprimere un’opinione su un tema diverso dal calcio, generalmente possono accadere due cose:

  1. Il giocatore si limita a dare una risposta banale e scontata che non fa notizia e non passa nemmeno nei servizi dei telegiornali; il risultato è che l’intervistatore ha sprecato la sua domanda.
  2. Il giocatore dice quello che pensa.

In questo secondo caso, tutto dipende dal personaggio intervistato e dall’argomento della domanda. Se si intervista Gianluigi Buffon e gli si chiede qualcosa sugli arresti legati al calcioscommesse o in generale sul funzionamento della giustizia in Italia, ne esce un commento diverso rispetto al senso comune, intelligente e per alcuni perfino condivisibile.

Se l’intervistato è Antonio Cassano e la domanda verte sulla presenza o meno di omosessuali nella rosa della Nazionale, il risultato non può che essere questo: