Mi sveglio una mattina ed è ancora buio. Il mio istinto vibra come antenne d’insetto, è sensibilissimo, e mi avverte immediatamente della mancanza di qualcosa. Con la mano tasto gli oggetti sul comodino, ma è ormai chiaro che l’ho perso: ho perso il senso.
Il senso è un po’ come un paio d’occhiali per un miope, se non ce l’hai non ci vedi chiaro, il mondo ti sembra estraneo e minaccioso, e finisce che ci inciampi. Allora mi sono messa a cercarlo. Ho brancolato parecchio, quasi cieca, cercandolo sotto al letto, nel fondo di una bottiglia, nella fugace felicità di un nuovo acquisto, nel sudore versato sui libri o tra i tavoli di un bar. Ogni tanto avevo l’impressione di averlo afferrato, poi aprivo i pugni e guardavo le palme delle mani: vuote. Ma non erano solo vuote, erano insostenibilmente chiuse in loro stesse, estranee al mondo, come tutto il resto di me. Allora capii che anziché chiuderle dovevo spalancarle – come radici recise – e riprendere contatto con il mondo e con le persone. E il mondo non era il mio letto o una bottiglia, non era studio né lavoro; il mondo era quella sfumatura indefinibile del cielo al tramonto che ora vedevo in modo chiarissimo, e il canto delle cicale. Era nella planata vibrante di un gabbiano e nella corteccia orgogliosa dell’ulivo. Il mondo strisciava nel terriccio, era terriccio, o si librava in alto nell’aere; si esprimeva in petali e foglie, in occhi e zampe, in sangue e rugiada, in gioia e sofferenza, si esprimeva in me. E dovevo prendermi cura di quel mondo che era tutto quello che avevo, ed ero.



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Da che mondo è mondo sono sempre esisti i campioni, simboli di modi di vivere e di intere società, da esibire fieramente tanto nelle guerre quanto nella manifestazioni sportive. Sono quelli che hanno sempre occupato le prime pagine dei giornali e possono leggere il proprio nome sulle copertine dei libri. Ma in quest’articolo non si vuole parlare di loro, queste righe vogliono dare spazio a chi il proprio nome lo può leggere giusto giusto sulla carta d’identità, a chi non sente parlare di gloria nemmeno ad un concerto di Umberto Tozzi: i brocchi.




Nuda ed esposta, non alla speculazione dei mercati stavolta, ma agli occhi dell’intera popolazione del continente. Non si tratta solo delle interferenze sul voto, non molto dissimili dalle minacce, che i politici europei e frau Merkel portano avanti da diversi mesi, ma dell’intero atteggiamento della Ue, specialmente in questi ultimi giorni: forse in molti non se ne sono accorti, ma l’Europa della democrazia e della tolleranza si è trovata a fare dichiaratamente il tifo per l’elezione a premier greco di Antonis Samaras, la cui scoppiettante campagna elettorale è stata condita con il suo solito nazionalismo e quel pizzico di xenofobia che non guasta mai. Samaras sostiene che il modo migliore per combattere l’immigrazione clandestina siano i respingimenti di massa, e promette di rendere più difficile per uno straniero ottenere la nazionalità ellenica. Ma per il leader di Nea Demokratia, queste non sono posizioni così nuove: già nel 1992 fu costretto alle dimissioni dalla sua carica di ministro presso il governo di Konstantinos Mitsotakis, a causa della sua intransigenza in merito alla formazione della Repubblica di Macedonia, nome che Samaras considerava di proprietà della Grecia.

Quando in una conferenza stampa un giornalista chiede a un calciatore di esprimere un’opinione su un tema diverso dal calcio, generalmente possono accadere due cose: