A guardare la grandezza di un dizionario della lingua italiana si potrebbe pensare che ad ogni significante corrisponda uno e un solo significato, e viceversa, secondo quello che nella matematica viene chiamato rapporto biunivoco. Certamente non sono un linguista, ma nella passione della lingua – piuttosto che nel suo studio – ho notato che questo rapporto vale grosso modo solo nel momento etimologico iniziale, ovvero durante il processo di specifica delineazione del segno come unità linguistica.
Nell’uso di tutti i giorni la parola vede consumarsi lentamente quella che è la sua area d’uso, causando un’alterazione nel rapporto precedentemente menzionato. Rapporto che diventa flessibile a seconda dell’esigenza e del contesto, e che a volte viene persino forzato per poter essere adattato a nuove interpretazioni di convenienza.
Alcune parole finiscono così col significare tutto in virtù di una libera interpretazione, altre invece si riducono col non significare più nulla, arrivando a perdere qualsiasi punto di tangenza con la realtà. Ormai sono tante, forse sono anche troppe perché nel nostro tempo la grammatica non è più una norma, ma viene utilizzata come un’eccezione.
Una di queste è informazione, e forse tra queste è una delle più importanti, perché seppur risultasse ormai impossibile darle una definizione generalmente accettata, altrettanto impossibile sarebbe non riconoscerla come uno dei punti cardine della società ospitante.
Recentemente sono stato a una delle tante manifestazioni che si stanno susseguendo in questi giorni di mesta confusione politica. Il leader del partito, una volta salito sul palco, ha grosso modo imputato tutti i problemi della nostra società alla cattiva qualità dell’informazione che essa stessa regola e alla strumentalizzazione del giornalismo finalizzato ad interessi di parte. Un’affermazione che forse sarà ovvia sotto alcuni punti di vista, ma che è certamente scontata.
Altrettanto ovvia ma stavolta meno scontata è la definizione di informazione, e con lei quella di giornalismo, che lo stesso politico ha voluto presentare alla platea che si trovava di fronte: uno strumento di partecipazione.
Dico “ovvia, ma meno scontata” per due semplici motivi.
Innanzitutto perché l’ovvietà non è comunemente oggetto di discussioni intellettuali e di ricerca; e sapere che un grande intellettuale come Tiziano Terzani – uno tra tanti – ha assunto le vesti del soggetto in una speculatio del genere, crea secondo il mio sistema di giudizio quello che è un ottimo precedente per pregiudicare la questione.
“Il tutto a scapito ed alle spalle della nostra possibilità di leggere la realtà, in un mondo dominato dell’apparire prima ancora che dall’essere, dove i giornalisti alla Montanelli, alla Biagi, alla Terzani sono destinati, a meno di un miracolo, a restare fuori dal resto della Storia”, oppure “essere giornalista mi pareva una grande ed importante funzione e secondo me lo sarebbe ancora se si riuscisse a fare del vero giornalismo. Ma il problema è che tutto si è inquinato. [...] Quando i giornali dipendono dalla pubblicità, come succede in Italia, e la pubblicità è in mano a chi ha il potere politico, come puoi essere libero?”.
E non sono delle citazioni qualunque, ma delle questioni che riguardano il nostro giornale. Non tanto perché abbiamo deciso di diventare una parte dell’informazione in quanto informatori, quanto più perché – in senso più generico e come nocciolo della questione – siamo soggetti partecipanti all’informazione in quanto cittadini.
E ancora, perché abbiamo deciso di non ignorare il monito sopra riportato, scegliendo di autofinanziarci e imponendo dei limiti solo alla forma degli articoli, lasciando piena libertà per quanto concerne la sostanza.
Il secondo motivo riguarda per l’appunto la libertà. Se è vero che informazione è partecipazione, e se Giorgio Gaber cantava il vero (cioè che “libertà è partecipazione”), allora dal sillogismo si deduce anche che informazione è libertà.
Possiamo riconoscere questi due aspetti come gli elementi caratterizzanti della testata: realizzare un’informazione libera da una parte, fare informazione in quanto espressione della libertà dall’altra – altra parte non opposta, ma trasversale alla prima.
Forse significa questo informazione? Non voglio vendere assiomi, voglio solo coinvolgervi nella riflessione e stimolarvi a nuovi punti di vista.
Oltre a non essere un linguista, non sono nemmeno un antropologo. Ma partendo da Zarathustra, che nell’opera nietzschiana scende al mercato per insegnare all’umanità, tra le tante, che l’uomo è un ponte tra l’animale e l’Übermensch – l’oltreuomo, e passando per l’espressionismo di Kirchner e dei suoi quattro compagni dell’Art Nouveau tedesca del primo novecento, sono arrivato a identificare l’uomo proprio come la parte di un ponte. Ponte che in tedesco è appunto Die Brücke, visto che l’idea di questo collegamento ideologico – e a tratti affascinante e fantasticamente affascinante – nasce in Germania a cavallo tra fine ottocento e inizi novecento. Idea che ha due aspetti fondamentali: ovviamente non esiste solo un ponte, ma tutta una serie di ponti, come se fossimo affacciati sul Lungarno; l’uomo, come già detto, è una parte del ponte, quindi o un estremo del ponte – nel momento in cui la realizzazione è l’uomo o la realizzazione è a partire dall’uomo – o la congiuzione effettiva tra gli estremi del ponte, quindi il ponte in stesso – nel momento in la realizzazione è attraverso l’uomo.
Parole, poi informazione, poi libertà, poi l’idea del ponte. Die Brücke, infine. Un giornale, sì, ma anche un ponte, l’informazione come collegamento tra l’uomo e la sua società, un percorso, ma anche una libertà di percorso, una libertà di informazione e, perché no?, anche una libertà di partecipazione.
Questo ponte, Die Brücke, è la nostra sfida. Darvi un motivo per percorrerlo con noi, la nostra speranza.
Mirko Pagliai
