La nazionale italiana, campione del mondo in carica, esce da una competizione che conta poco e non conterà nulla fra un anno al mondiale africano, ma che rappresenta un po' ciò che l'Italia è in questo momento.

Vedere l'Italia giocare è sempre stato rappresentazione di un paese dalle mille potenzialità e costretto alla perenne sofferenza. Un paese fatto di scandali, misteri, raccomandazione, corruzione, fantasia, gioie, capacità, potenzialità, passato glorioso.

Un caro amico che prenderà il mio posto come caporedattore di questo giornale è famoso per il vizio di collegare qualunque evento ad una partita di calcio. Il calcio come sinonimo del tutto. L'ho sempre un po' sfottuto per questo, ma oggi devo dargli ragione.


L'Italia incapace di ricambio, l'Italia che si è vista in queste tre partite africane è un evidente specchio del Paese. I personaggi del teatrino ci sono tutti: c'è un gruppo di ragazzi giovani che vuole finalmente spiccare il volo, ma viene costantemente disilluso dai grandi club nazionali. Ci sono i salvatori della patria, che hanno il compito di essere richiamati nel momento del bisogno, quasi come se la loro esperienza potesse assicurare un futuro alla squadra o al paese. Infine c'è l'Italia che sogna e che lavora, che parla poco, ma nei momenti di difficoltà dimostra tutta la sua brillantezza.


La prima Italia è quella dei Pepe, dei Giuseppe Rossi che giocano in squadre di medio livello e continuano ad essere snobbati dai grandi club. I grandi club continuano a credere nei senatori del calcio italiano, nelle certezze, negli uomini di spogliatoio. La Juventus che ricicla un Cannavaro criticatissimo a Madrid, o il Milan che nell'ultimo anno è stato lo zimbello del calcio europeo per aver acquistato giocatori a fine carriera, pur di non puntare su giovani di talento da far crescere. L'Inter che non è una squadra italiana - fatemelo dire, un giocatore come Julio Cesar io non lo farei più tornare in un grande club italiano, dopo tutti i sorrisetti e gli sfottò fatti in questa notte sudafricana.

Questa Italia giovane è quella dei ricercatori che vanno all'estero, è quella dei laureati che entrano in azienda, ma vengono bloccati dagli scatti di anzianità, viene detto loro "bisogna fare gavetta". È l'Italia dei giovani che sono dentro i partiti, che chiedono rinnovamento, ai quali viene detto: "rinnovamento, sì, ma bisogna essere preparati", come se gli stessi giovani siano degli incompetenti.


La seconda Italia è quella di Francesco Totti, Alessandro Del Piero ed Antonio Cassano, giocatori che probabilmente verranno chiamati tra qualche mese a furor di popolo per le loro gesta in campionato. L'Italia delle speranze nel passato che, avendo paura del futuro e del presente, volge drammaticamente lo sguardo al passato, ai bei faccioni dei tempi andati, come se potessero servire a qualcosa in tempi totalmente diversi.

Massimo D'Alema, in un'intervista di domenica scorsa, si proponeva come segretario del Partito Democratico solo in caso di situazione drammatica. Come se un partito, per uscire dalle difficoltà, debba guardare ad un leader che ha fatto il suo tempo, nonostante la sua intelligenza ancora attuale. Un paese che ha paura del futuro, una drammatica paura del futuro, che santifica il passato senza ricordare che brutta epoca fosse quella del terrorismo, delle Brigate rosse, dello stragismo, del mondo diviso in blocchi, della guerra fredda.


La terza è quella che ci ha fatto sognare nel 2006 in Germania. È il volto scavato dell'abruzzese Fabio Grosso che corre senza rilasciare intervista, che marca i più grandi attaccanti del mondo senza averne paura. L'Italia che in pieno scandalo calciopoli riscoprì un dolce patriottismo nel gol di Grosso contro la Germania in semifinale, e in quell'ultimo rigore del terzino abruzzese.

Un paese capace di sorprendere, un mondo che perplesso dice "e adesso chi è quel Grosso?". Grosso è l'Italia che lavora e si dispera, è il paese che non lascia troppe dichiarazioni e non fa scalpore, è il volto del pastore aquilano rimasto senza casa. Un volte scavato, un volto forte e gentile. Un paese di cui nessuno parla, ma è presente, e ne rappresenta la maggioranza, che esce nei momenti di grandi difficoltà per far tornare lo spunto ad un paese fermo da troppo tempo.


L'Italia viene eliminata dalla Confederations cup, Grosso non ha giocato ed i giovani non avevano visto tutti insieme tutti quei campioni. Ora Lippi è di fronte a questa possibile scelta: un investimento sul futuro, facendo fuori tutti i senatori che tanto hanno dato a questa nazionale, rischiando di chiamare una combriccola di giovani che sicuramente perderebbero, ma rappresenterebbero un'opportunità per il domani.


Lo stesso dubbio amletico è quello dei cittadini, delle imprese, della politica. Rischiare l'opportunità di tornare grandi, o rimanere nella mediocrità del passato e del presente.


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