D'Alema mi è sempre puzzato come il pesce vecchio di tre giorni. Non mi ha mai convinto. L'ho già scritto parecchie volte, dai tempi del governo D'Alema del '98. Ha detto che questa manifestazione costringerà Berlusconi a ritirarsi. Abbiamo visto i risultati. Fa più fine dire che non brilla per lungimiranza politica, ma il discorso sarebbe troppo lungo. L'ho incontrato poco prima del discorso di Cofferati, mi ha detto che Berlusconi dovrà ritirarsi perché sa benissimo di perdere in partenza con questa piazza. Eravamo solo all'ottavo anno di quella lunga era silvioberlusconiana che viviamo ancora oggi.

C'era il sole, e al calore della gente rispondeva il tiepido caldo della giornata. Pensare che la manifestazione non era nata sotto buoni auspici. Era stato ucciso Marco Biagi, erano tornate le Brigate Rosse, era riaffiorato il pericolo del terrorismo. Quella piazza serviva. Serviva per delegittimare quel piccolo gruppo di assassini (come disse Lama, all'indomani del sequestro Moro), serviva per ritrovare la speranza che sembrava smarrita, serviva per riaffermare la funzione sociale del sindacato.


Quanta gente. Quanta bella gente. Il Circo Massimo era pieno, a momenti mancava perfino l'aria per respirare. Se il giornale non mi avesse inviato per dare conto dell'evento, sarei andato comunque a quella straordinaria manifestazione di orgoglio democratico. L'avevo capito dall'inizio che il 23 marzo 2002 sarebbe stato ricordato anche nel futuro. Conosco i giornali e conosco i giornalisti, e sapevo benissimo i paragoni che avrebbero fatto con le manifestazioni che si sarebbero tenute negli anni a venire. La manifestazione della Cgil di quel 23 marzo 2002 sarebbe diventata il paradigma di ogni manifestazione politica per almeno qualche decennio. Nessuno ci è più riuscito a portare oltre tre milioni e mezzo di persone in piazza.


"Siete contenti?", chiedo ad Enrico, che è venuto con me. "Certo che siete contenti", mi rispondo da solo, "è pur sempre una dimostrazione di forza".

"È una bella forza, non credi?".

"È la forza dei giusti" dico senza retorica, ma quasi mi metto a sorridere per involontario cinismo. Sì, lo so, mi piacciono le contraddizioni.


Enrico è entrato in politica. Ne sentiva il dovere morale. Gli ho fatto campagna elettorale, perché non potevo fare altrimenti, francamente. È stato eletto alla Camera coi Ds, da indipendente. Già allora non aveva ancora tagliato il traguardo del primo anno in Parlamento, aveva detto che non si sarebbe ricandidato nella legislatura successiva. Del politico aveva preso una caratteristica particolare: andare alle manifestazioni di piazza in maniche di camicia. Glielo feci notare, e lui mi guardò sbigottito. "Ormai c'hai la politica nel sangue", gli sputai con sprezzante ironia. La risposta è meglio non riportarla, si potrebbe cadere nel pecoreccio, e la fama di Enrico è di tutto rispetto. E comunque Enrico non ha mai avuto l'indole del politico dei giorni nostri. Enrico aveva sbagliato Paese per fare il politico.


"Smettila con queste battute, non si capisce mai quando dici sul serio o per scherzo".

"Sì, lo so. È questo che mi piace" e incominciai ad incamminarmi verso il palco. Dovevo beccare qualche pezzo grosso.


Muoversi tra la folla festante non era semplice. Non potevo neanche esibire tesserini o cartellini vari, mi avrebbero scannato. Lì eravamo tutti uguali. Ci lamentavamo proprio di chi si proclamava un po' più uguale degli altri, sarebbe stato quantomeno contraddittorio. Ma io amo le contraddizioni. Sì, ma non le incoerenze. Appunto.


"Perché siete in piazza?", chiesi ad una coppia di manifestanti, col fazzoletto rosso e il capellino del sindacato.

"Perché non ce la facciamo più", mi rispose lui, un cinquantenne coi baffoni grigi e il sudore sgorgante sotto le ascelle, dal palese accento romanesco, "ma se stiamo fermi e zitti non combiniamo nulla, e ci dicono che siamo con i terroristi".

"Ma noi non c'entriamo manco per niente con quelli che hanno ucciso Biagi", sbraitò la moglie, che aveva sul volto tutti i segni della fatica delle fabbriche.


Ecco, io captavo proprio questo sentimento in quella piazza immensa e bellissima: una profonda insofferenza mista ad un orgoglio fiero, combattivo, onesto.


"Hanno ragione", mi fece Enrico, che mi aveva seguito con discrezione.

"Beh, ora sta a voi legittimare questa piazza".

"Ma a molti del partito fa solo comodo questa piazza... il problema è che non la sapranno gestire".

"Tra i due il cinico sono io, tu non puoi fare queste esternazioni".

"Io non sto facendo il cinico. Io sto facendo il politico. E il politico deve essere un realista".

"Ma il militante è un romantico. E i romantici non sono realisti".

"E tu che saresti allora, un cinico o un romantico?".

"Sono sempre stato un romantico".

"Lo vedi che ti contraddici?".

"Lo so, e lo adoro".


Sergio Cofferati salì sul palco per arringare la folla. Applausi scroscianti. Un tizio accanto a me urla "Segretario, salvaci tu!". Fra qualche decennio dovremmo chiederci perché Cofferati, che aveva tutte le carte in regola per essere il vero leader del centro sinistra, si sia bollito in così breve tempo. Probabilmente già da allora avevo capito che Cofferati sarebbe stato una bella meteora nell'universo della sinistra. Già allora avevo compreso che quando una folla di sinistra proclama il suo leader, regolarmente la sinistra d'apparato fa in modo di bruciarlo. L'autolesionismo è una prerogativa della sinistra italiana. È come se non potesse farne a meno. Nel momento in cui Cofferati iniziò a parlare capii che sarebbe durato lo spazio di una crisi partitica (per esempio dei Ds). Cofferati stava diventando troppo potente, celebrato, stimato, rispettato, temuto per essere gestito dall'apparato. Peccato che poi scoprimmo che lo stesso Cofferati era apparato.

Ripassai velocemente in rassegna tutti i leader (potenziali e non) bruciati dalla sinistra dal 1994. Occhetto, quello della gioiosa macchina da guerra; Prodi, il democristiano che batté Berlusconi; D'Alema, quello della Bicamerale; Amato, il professorino antileaderista; Rutelli, il sindaco piacione; Cacciari, il sindaco filosofo. Poi sarebbero venuti Cofferati stesso, Fassino, ancora Prodi, Veltroni, Franceschini e via dicendo. Una decina, ad occhio e croce. E dall'altra parte sempre lui. La sinistra è sicuramente uno stato dell'anima.

Cofferati sottolinea subito la linea della Cgil. Ricorda Marco Biagi, la cui morte è stata un attacco alle politiche di coesione. Chiede una risposta democratica ai troppi perché su quella morte. Parla della tradizione di lotta al terrorismo da parte del sindacato.


"Chi ci accusa di essere componente di questo clima di odio ci offende, offende la nostra storia e l'intelligenza dei cittadini italiani. La storia di uomini e donne che hanno lottato a viso aperto contro il terrorismo, sempre", sostiene il battagliero Sergio, "...guardino queste piazze coloro che hanno sollevato non critiche di merito, ma giudizi ingiuriosi verso di noi".


La folla era con lui. Aveva il piglio del vecchio comiziante di sinistra, gli argomenti del progressista che butta un occhio al passato glorioso, la tenacia del leader del futuro. Insomma, non gli avrebbero mai permesso di essere il nuovo capo della sinistra italiana. Avrebbe rafforzato la CGIL, ma non se stesso. Preferivo percepire le impressioni della gente nel corso del discorso. Tutti avrebbero parlato del discorso del segretario, pochi delle reazioni dei manifestanti. E io stavo in un giornale letto soprattutto da manifestanti.

E fu proprio tra i manifestanti, lontana e nascosta, che intravidi un volto conosciuto. Un viso giovane, trentatré anni, capelli scuri, cascanti sulla nuca, occhiali da sole dietro i quali poteva accadere di tutto, lineamenti spigolosi eppure dolcemente armonici, espressione smarrita quasi irritata. Sì, era Giulia Sartori.

Che ci faceva lì Giulia? Ad una manifestazione di sinistra al Circo Massimo? E poi a Roma? Giuro: per qualche momento non mi accorsi di nulla, mi alienai in una condizione di assoluta estraneità. Se fosse accaduto un evento destabilizzante - che so, l'arrivo di Berlusconi sul palco con una bomba a mano da gettare in piazza - io non mi sarei accorto di nulla: ormai i miei occhi erano rivolti in quello spicchio di piazza occupato da lei, da mille teste e da un palloncino rosso.


Intanto Cofferati (questo lo riuscivo ad intendere) stava parlando dell'articolo 18, il motivo fondamentale della chiamata in piazza. "...Noi rispondiamo così: non c'è nessun rapporto, non c'è mai stato tra la possibilità per un'impresa di licenziare senza una ragione e la possibilità per la stessa impresa di assumere due persone. Ma noi siamo diversi da loro. Noi siamo figli della solidarietà". E poi concluse. "La vostra presenza è straordinaria". E ancora applausi, scroscianti. E poi agli intellettuali: "non preoccupatevi se vi aggrediscono, rispondete con fermezza", e ai no global: "continuate a rappresentare le vostre idee, non fatevi intimidire". E poi cinque minuti di calorosi, vivi, caldi applausi.


La manifestazione stava per finire quando mi accorsi che Giulia si stava allontanando. La seguii, senza pensarci due volte. Non pensai al pezzo per il giornale, qualcosa mi sarei inventato. La pedinai, senza che lei si accorgesse di qualcosa. Stringeva la mano ad un bambino con un palloncino rosso della Cgil. Avrà avuto meno di dieci anni, quel bambino. Lei invece era sempre bellissima, camminava in maniera leggiadra, elegante, morbida ma decisa. Arrivò ad una fermata dell'autobus. Durante l'attesa mi misi dietro ad un albero, e cominciai ad osservarla. Sì, probabilmente restava l'unica donna che avevo veramente amato, forse proprio perché in così breve tempo, in una sola notte. Non ci eravamo più rivisti da allora.

L'autobus arrivò. Giulia salì col bambino. Al volo, salii anche io.

Eravamo a circa tre o quattro metri di distanza. Voltati, voltati, voltati Giulia. Dai, voltati. E si voltò. Non mi vide subito. Quando si accorse di me ci guardammo per qualche istante. Sorrisi, sorrise anche lei. Uno di quei sorrisi che ti capitano quando sei felice. Fu magia pura. Feci un cenno di saluto con la mano, e scesi alla prima fermata, senza dirle niente.

Scendi, scendi anche tu, Giulia, dai, scendi. Mi girai e feci per avviarmi. Forse avevo fatto una cazzata.


"Cohen, ma dove credi di andare senza salutarmi?"

Era scesa anche lei a quella fermata, ed eravamo così vicini da credere che non si sarebbe potuto fermare tutto lì.



(video manifestazione "Voglia di esserci - Parte IV")


blog comments powered by Disqus