Siamo persone immobili, inutile negarlo. Cadaveri che camminano, statue che si scontrano, innumerevoli criceti sulla ruota pre-impostata della vita. Annaspiamo nel non-sense del quotidiano, e cerchiamo con tutte le nostre forze di restare a galla, di "sopravvivere". Ma che senso ha, questa oziosa sopravvivenza?
Che senso ha questa sofferenza che ci prende ed ingabbia all'improvviso, che c'incatena e c'imprigiona, senza vie d'uscita?

Una risposta è da ricercarsi nell'analisi del ruolo che l'azione occupa nelle nostre vite e nella nostra società, ed in particolar modo delle cause che spingono alla realizzazione di un "atto", che sia intenzionale e consapevole. Jean-Paul Sartre definiva l'azione come la realizzazione di un possibile desiderabile, e quindi, di contro, come conseguenza di una deficienza obiettiva, di una negatività. Negatività che deve poter essere riconosciuta e contemplata. Questo ci spiega perché, di fronte alla sofferenza che ci viene imposta da una situazione che non abbiamo richiesto, restiamo immobili.


Per quale motivo continuiamo a rassegnarci di fronte alla vita, a considerare la sofferenza come parte di essa, privandola del suo valore, riducendola a puro contenuto affettivo? Perché la consideriamo dall'interno. Perché la viviamo, ma non la contempliamo.

La sofferenza, così concepita, non potrà mai essere il movente per un'azione consapevole. Al contrario, è necessario prenderne le distanze, osservarla da un punto di vista esterno, far progetto di mutarla. Immaginare uno "stato ideale delle cose" non ancora realizzato e rapportarlo con quello attuale.

E cos'è, in fondo, un progetto, se non un sogno? Cos'è questa forza oscura che ci spinge ad immaginare e a progettare un mondo migliore, se non il sogno che questo, un giorno, possa davvero realizzarsi?

Non è un caso che io abbia scritto questo proprio oggi, hic et nunc. Perché trentuno anni fa è morto un sognatore, ucciso con una carica di esplosivo. Perché trentuno anni fa, per mano della mafia, è stato, sì, martirizzato il corpo di un uomo, ma non è stato ucciso il suo sogno. Perché trentuno anni fa, dopo cinquantacinque giorni di agonia, per mano dei terroristi è morto un lottatore, e con lui un progetto.

Perché oggi, in una realtà che vuole sempre più sopraffarci, incatenarci ed ingabbiarci, troppo spesso dimentichiamo gli esempi di Giuseppe Impastato ed Aldo Moro, voltando lo sguardo e facendo finta di non vedere.

Perché da oggi non dobbiamo più abbassare la testa, rassegnandoci ad un mondo ingiusto e corrotto.
Perché da oggi dobbiamo iniziare a muoverci, per davvero.

Perché da oggi dobbiamo ricominciare a sognare.


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