Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte I.
Ovvero: libertà sull’aborto, scelta dei valori, crisi economica, offese politiche.

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Il Vaticano ribadisce il proprio dissenso nei confronti dell’aborto, appena rispolverato nella nuova America. Innanzitutto, va detto che mettersi contro la politica di Obama significa non capire un’emerita mazza di politica internazionale – e fin qui, lo sapevamo tutti -, oltre che non capire le istanze e le necessità che sono all’ordine del giorno – e, forse, questo non tutti l’avevano già capito.
Quello che mi infastidisce non è tanto l’atteggiamento – perché, lo ripeto, soltanto un giullare di corte riterrebbe opportuno dare consigli a Obama (sarà un caso che, oltre al Papa, l’unico ad averlo fatto è stato l’omino Silvio?) -, quanto più la volontà della Santa Sede di creare – volutamente! – confusione sull’argomento.

In Italia – meglio giocare in casa – non esiste nessuna legge che favorisce l’aborto, e non è mai esistita, e lo stesso vale per il contrario (ndr, una legge che lo impedisce). In futuro, la situazione dovrebbe rimanere la stessa, con buone probabilità non esisterà mai nessuna delle due.
La normativa vigente si limita a tutelare il diritto alla libertà sull’aborto, ovvero riconosce al singolo la facoltà – cioè tutto un insieme di capacità – di poter ritenere liberamente – cioè tramite canoni propri e tramite canoni comuni condivisibili e condivisi (ndr, etica e morale) – se sia cosa giusta o sbagliata. In più, riconosce allo Stato i vari oneri del caso, ma questo è un altro discorso.
Nell’ampio corollario delle libertà esistenti o potenziali, con questa legge ci si riferisce particolarmente a quella del giudizio sull’aborto. Generalmente, invece, questa legge tratta a proposito della libertà di giudizio in sé, e nulla ha a che vedere con l’aborto.

Per questo motivo, abolire questa libertà sta a significare, automaticamente, il riconoscere al Vaticano la libertà suprema di giudicare anche a nome degli altri. E questo, ancora automaticamente, sarebbe in conflitto con l’articolo 2 della Costituzione (“la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo), visto che il diritto alla libertà di giudizio sarebbe da considerarsi come diritto inviolabile. Se per “altri” si intendono anche le “altre religioni”, allora è in conflitto anche con l’articolo 8 (“tutte le confessioni religiose, diverse da quella cattolica, sono egualmente libere davanti alla legge”), visto che la libertà di giudizio verrebbe riconosciuta solo a quella cattolica.

Per quel poco che mi riguarda, quindi, non c’è nemmeno da discuterne. Il discorso – se mai c’è stato – è già chiuso a prescindere.
Amen.

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A proposito dei valori, c’è un bel chiacchiericcio in corso da qualche anno. Ma non uno qualsiasi, bensì un chiacchiericcio volgare e lesivo verso il benessere comune.

Da un lato c’è chi dice che i valori devono essere qualcosa di assoluto. Noi nominiamo qualcuno che apparentemente sembra capirci più di noi – ah, che bella cosa che è la democrazia! -, oppure questo qualcuno ci dice chiaramente che lui ne capisce più di noi – “perché io so’ io e non voi non siete un cazzo!”: Brunetta in questo caso sarebbe perfetto, ne avevo già parlato, ricordate? -. Ci fa un discorso del tipo “allora ascoltate, il numero di valori che un uomo deve avere è tre, ve lo dico io, e questi tre sono questo, quest’altro e quest’altro ancora!” – sa molto di “Dio, patria e famiglia!”, non è vero? -. Roba da medioevo, insomma.
Dall’altro lato, invece, c’è chi dice che i valori devono essere qualcosa di relativo, o per essere più precisi di assolutamente relativo. In questo caso, ognuno fa quel che gli pare – chissenefrega! – e magari va a finire che l’adolescente confuso – non perché siano confuso in sé, ma perché la società (ndr, leggi “televisione”) mira a confonderlo – cresce pensando che i temi proposti da Federico Moccia siano dei valori, e per di più anche dei valori giusti e nobili. Roba da giungla, insomma.

Ho l’impressione, piuttosto, che entrambi abbiano torto in parte, e che nessuno abbia completamente ragione. In molti casi come questo, ovviamente, la verità sta nel mezzo. Il relativismo è giusto – ci mancherebbe che un Brunetta mi venisse a dire a cosa devo credere! -, ognuno deve essere sentirsi libero di impostare i propri punti di riferimento. Ma non lo è a priori, non può esserlo, è doveroso che non lo sia. L’assolutismo, d’altro canto, è altrettanto giusto, ma non a posteriori, cioè non nel momento della scelta finale e decisiva del singolo.

Le due cose vanno invece a completarsi: bisognerebbe stabilire, in termini assoluti, cosa potrebbe essere scelto come un valore e cosa è certamente un non-valore – badare che non parlo in termini di valori giusti e valori sbagliati, un discorso del genere non esiste per me, parlo di valori e di non-valori -, cioè creare un insieme di valori potenziali entro cui muoversi. E lasciare, poi, la libertà relativa di scegliere, a proprio piacere, all’interno di quell’insieme assoluto, e mai oltre.

Anche perché è l’unico modo per fare tutti contenti.

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Alcuni colleghi del progetto – in particolare Giuseppe Del Matto e Alessandro Natale – hanno parlato molto e molto approfonditamente della crisi economica e di tutto ciò che le gravita attorno (cause, conseguenze, soluzioni, problemi).

Io, sinceramente, non ne capisco niente, non mi vergogno a confessare che non conosco nemmeno l’argomento di discussione, per cui preferisco rimanerne fuori.

Vorrei però lanciare uno spunto di riflessione sul tema.

Il valore intrinseco del denaro è pressoché nullo. Ovvero, prendiamo una banconota il cui valore nominale (ndr, il valore stampato su di essa) è di 500€. Rispetto a questo valore, il costo del materiale e della manodopera per la sua realizzazione  è arrotondabile, grosso modo, a zero.
Ovviamente qui dietro c’è tutto un gioco incomprensibile – almeno per i comuni mortali – di interessi, banche, percentuali e pittoreschi acronimi (questo “gioco”, tecnicamente parlando, prende il nome di signoraggio). Ma tolto questo, possiamo allegramente concludere che il denaro è qualcosa che… non esiste!

La verità è questa: un giorno qualcuno ha deciso che la banconota da 500€ vale 500€. In realtà non vale 500€, in realtà vale meno di 0,50€, però abbiamo deciso che vale 500€ – ahahah, non fa ridere?.

È un accordo comune, realizzato per permettere al mercato di esistere.

Non voglio stare qui a discutere se questo è giusto o sbagliato, non è questo il punto, diciamo pure che è giusto che sia così, e che non si sarebbe potuto fare diversamente. Resta, sempre e comunque, qualcosa che non esiste, un’invenzione dell’essere umano, un’idea astratta che nulla ha in comune con la realtà.
Una sega mentale, per farla breve.

Ora, ditemi: vi sembra normale che il mondo si sfasci solo perché qualcuno si è fatto una sega mentale?

Mi viene il mal di stomaco.

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I politici di prima erano come quelli di adesso, però lavoravano sotto banco. Quelli di oggi non hanno il senso del pudore, e lavorano alla luce del giorno.
Come? Semplice, facendo di tutto un’offesa. Qualsiasi aggettivo – voi non lo sapete! – è un’offesa ormai.

Cittadino: “scusate, ma non mi sembra normale che in Parlamento siedano condannati definitivi per falso in bilancio e banca rotta…”.
Politico: “zitto, tu non puoi parlare, sei un giustizialista!”.
(ma da quando volere giustizia è un’offesa?)

Cittadino: “scusate, vorremmo più equità sociale…”.
Politico: “zitto, tu non puoi parlare, sei un comunista!”.
(ma da quando volere equità sociale è un’offesa?)

Cittadino: “scusate, ma siamo in crisi, è giusto che abbiate stipendi proporzionati alle vostre responsabilità, ma non potreste cominciare voi a dare il buon esempio?”.
Politico: “zitto, tu non puoi parlare, sei un demagogo!”.
(ma da quando invitare al risparmio è un’offesa?)

Cittadino: “ok, ho capito, non ci si può parlare con voi…”.
Politico: “zitto, tu non puoi parlare, sei un populista!”.
(va be’, pazienza)

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