Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte II.

Ovvero: crisi economica, crisi ambientale, interventismo/liberalismo, intercettazioni.

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Questa crisi non dovrebbe essere vissuta come un momento di passaggio della nostra storia. Né come un picco della funzione dell’economia, che giustamente conosce, su larga scala, momento di alti e bassi. Può essere usata, piuttosto, come un ottimo punto di partenza per una riflessione molto più ampia.

Il capitalismo occidentale non è più sostenibile, se mai lo è stato. Il nostro modello di sviluppo è ciclico, ovvero arriva inevitabilmente a un momento di crisi. I profitti ricavati non possono più essere investiti per produrne di nuovi, il capitale ristagna e la produzione collassa: non è un evento casuale, bensì una conseguenza inevitabile del processo, intrinseca nella sua stessa natura. Un limite strutturale del capitalismo, in sostanza.

Chiaramente, come si può adottare un modello già destinato al suo fallimento? Non bastasse, la parte più dolorosa non è la crisi in sé, bensì la ripresa del modello dopo la crisi. Le soluzioni non sono poi molte: la deregolazione – ovvero la rivalutazione del capitale attraverso la diminuzione del valore del lavoro -, la delocalizzazione – cioè spostando il lavoro dove la mano d’opera è meno costosa, sopratutto nei paesi dove il capitalismo è più arretrato – oppure la distruzione – la guerra, in poche parole. Si distruggono i beni, si rigenera la domanda e quindi si può investire il capitale superfluo per rispondere con una nuova offerta.

Ci sono anche altri svantaggi che non si verificano esclusivamente nel momento di crisi del modello, ma che si perpetuano durante tutto il suo processo. Anzi, sono quasi come un pegno necessario per il suo avvio. Tra i tanti: per garantire il benessere del 30% della popolazione mondiale, è necessario sfruttare l’80% delle risorse.

Tutto il modello è basato su un gran numero di canoni socio-economici accettati a prescindere. Ma se alienati dal nostro contesto umano, ovvero se analizzati senza vincoli culturali – in particolare, della cultura occidentale -, difficilmente si dimostrano impassibili a critiche o proposte migliori. Il modello esiste in virtù dell’idea che le risorse naturali possano essere una proprietà individuale, che l’essere nati in un continente (piuttosto che in un altro) non sia una mero gioco di casualità, che la felicità dell’uomo è necessariamente proporzionata al possesso di beni materiali, che la collettività può essere sacrificata al benessere collettivo.

La priorità, ovviamente, è la risoluzione della crisi. Ci mancherebbe. Ma non basta, perché il problema continuerà a sussistere, e fra non molto le sue conseguenze si manifesteranno ancora – non importa fra quanto, la gravità consiste nella certezza che questo avverrà nuovamente.

Ripensiamo a noi stessi, come io e come umanità. Ripensiamo al mondo: non uno qualsiasi, al nostro. Qualsiasi momento è buono, qualsiasi momento passato lo era, ma ora più che mai è doveroso porsi una domanda: il nostro modello è il migliore, oppure, molto più semplicemente, è l’unico che ci siamo sforzati di conoscere?

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Sempre a proposito della crisi economica, sento l’esigenza di ricordare che non è l’unica crisi che dobbiamo affrontare: la crisi ambientale. Mi stupisce che qualsiasi motivo – anche il più insignificante, ma non è questo il caso – è valido per rimandare sempre la discussione a data da destinarsi.
Non solo manca la volontà di trovare una soluzione definitiva al problema, non c’è nemmeno l’impegno per adottare misure temporanee che possano, nel frattempo, almeno frenare la crisi. 
Di problemi ne abbiamo tanti, e tutti da risolvere con una certa urgenza, ma come è possibile non sentirsi ambientalisti nella nostra situazione? A che serve garantire un’economia stabile, il benessere collettivo, la felicità per tutti, se non ho la certezza che il pianeta su cui vivo possa arrivare a domani?

Il contesto porta a conclusioni chiare e inoppugnabili: la classe dirigente è ignorante, inadeguata e irresponsabile. Peggio ancora se prendiamo per vera l’idea secondo la quale si lavora solo per i propri interessi: come è possibile che, dopo aver accumulato ricchezze di ogni forma e di ogni grado, non si senta il desiderio di poter lasciare qualcosa ai propri figli? Sarebbe, piuttosto, una doppia eredità: da una parte le ricchezze materiali, dall’altra uno spazio entro cui utilizzarle.
Se il secondo viene a mancare, la prima non trova senso, può essere solo fine a se stessa.

La scienza ha già posto una data di scadenza al pianeta. Come non sentirsi preoccupati? Solo se si ha a portata di mano una soluzione il cui tempo di applicazione è certamente inferiore, penso. Ma non bisognerebbe prima valutare, appunto, questo parametro, piuttosto che darlo per scontato – ovvero pensare che, una volta arrivati agli sgoccioli, estrarremo dal cilindro una soluzione ad effetto immediato?

Ogni scusa è di poco conto, lascia il tempo che trova. Sento dire che investire sulle energie rinnovabili ha ancora un costo troppo elevato. Fermo restando che questo “ancora” è privo di significato per il motivo già detto, quante guerre sono state necessarie per garantirsi la proprietà dei combustibili fossili? E quanti nuovi posti di lavoro si potrebbero creare a partire dalle energie alternative?

Ignoranza, inadeguatezza e irresponsabilità, ci tengo a ripeterlo.

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Lo Stato – anche se sarebbe meglio parlare di governo, che per l’appunto è un organo dello Stato – dovrebbe prendere una decisione inequivocabile: interventista o liberista.

Lo stato italiano – come detto prima, leggasi: il governo italiano – cambia status a seconda dei propri comodi.
Finché l’impresa ha il vento in poppa, la si lascia libera di navigare nei mari che preferisce. Quando poi, proprio per via della precedente libertà, la nave rimane incastrata tra gli scogli, ecco che arriva lo Stato, che la prende per mano e la riporta in acque alte.

Quando la posizione è una ed è ben definita, ci sono vantaggi e svantaggi per tutti, qualsiasi sia la posizione. Certamente  è vero che una delle due può essere migliore dell’altra, così come come è vero che una, rispetto all’altra, può avere svantaggi a breve termine e vantaggi a lungo termine. E viceversa, e via dicendo. Il punto non è questo.

Il punto è che una volta stabilita la regola, automaticamente si trova un equilibrio tra le parti in virtù di quella regola.
Quando l’unica regola è, per l’appunto, la totale assenza di regole, il cittadino non ha più nessuna garanzia dalla sua parte, e viceversa l’impresa ha la possibilità di averle tutte.

Basti pensare al caso Alitalia: gli oneri sono spettati ai contribuenti, gli onori andranno agli investitori. Ma è solo un caso fra molti, la punta dell’iceberg.

Se si lascia libera l’impresa, bisognerà tener conto che, per sua natura, potrebbe approfittare della libertà concessa e mettersi a tirare la corda oltremodo. Non c’è nulla di male in questo, per carità, il mercato è mercato.
L’importante è che se poi la corda si spezza, bisogna lasciarla libera anche di cadere col culo per terra.

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Riforma delle intercettazioni. Come?
Innanzitutto, il consenso dovrà arrivare da una terna di magistrati. Purtroppo, in ottanta tribunali ci sono solo venti magistrati. Poi, le intercettazioni potranno durare fino a un massimo di due mesi, nonostante la durata delle indagini possa essere superiore. E già da qui è evidente che le intercettazioni, a partire da questa riforma, diventeranno un quid pluris. Ancora, le intercettazioni potranno essere svolte solo in ambienti in cui ci sia la certezza che si svolgerà un crimine. Infine, le intercettazioni potranno riguardare solo individui già coperti da gravi indizi di colpevolezza.
Così come riportato in un articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su Repubblica.

La contraddizione è evidente: se ho già la certezza che una precisa persona compierà un preciso crimine in un luogo preciso, allora procedo direttamente con il fermo della stessa persona.
L’intercettazione, in un simile contesto, non solo è inutile, ma diventa pericolosa: per utilizzarla, bisognerebbe continuare l’indagine, ovvero far sì che il crimine venga compiuto.

Contemporaneamente si sta lavorando anche alla riforma del sistema giudiziario. Il governo dice che è pensato per l’interesse del cittadino.
Io, invece, rispondo al governo che domani metto in piedi un’attività criminale. Con così tante possibilità di guadagno e così pochi rischi, in un simile contesto, il mio interesse non potrebbe essere un altro. Mi spiace.

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