Quattro chiacchiere con Mirko Pagliai, parte XVI.
Ovvero: la sinistra assenteista, lo scudo fiscale, Videocracy, Il Fatto quotidiano.

La sinistra assenteista

Come avrete saputo, la Camera ha approvato lo scudo fiscale con 270 sì del governo contro 250 no dell’opposizione. La maggioranza è riuscita di poco a superare il minimo legale per l’approvazione (261 deputati), mentre la minoranza non ha colmato gli appena venti voti di scarto, sempre a causa dell’assenteismo (22 deputati del Pd, 6 dell’UdC e 1 dell’IdV, per un totale di 29).

Ha dunque ragione Massimo Giannini, quando parla di parlamentari “candidati a non governare” (come titola l’articolo di ieri su La Repubblica), precisando che “adesso scatterà la solita trafila, a metà strada tra il burocratico e il patetico. Una era in missione, l’altro era al comizio, l’altro ancora era a letto con l’influenza. Uno aveva la giustificazione, l’altro se l’è dimenticata a casa, ma magari la porta domani”.

Il fenomeno dell’assenteismo politico è circoscritto alla sola Italia, sebbene sia estendibile – all’interno del nostro paese – a tutti i suoi partiti e a tutte le sue istituzioni. Per amore della precisione, si dirà anche che – per quanto riguarda le istituzioni – più si va dal locale al globale e più aumenta l’assenteismo (si pensi, ad esempio, al Parlamento europeo, la cui partecipazione viene intesa come strettamente facoltativa).

Ora, il problema non sta tanto nell’assenteismo diffuso, quanto più nel mancato, specifico impegno dell’opposizione. Infatti, la domanda del giorno è: la sinistra come può pensare di essere capace di governare, se non è capace nemmeno di fare opposizione?

Abbandonando la volgare metodologia della scelta per male minore, logica vorrebbe che succeda a un governo in carica chi – e solo chi – sia stato capace di avanzare una proposta alternativa di governo in tempi non sospetti, ovvero in altre vesti (una proposta di governo nel momento in cui non si è al governo). Altrimenti un’eventuale cambiamento sarebbe ingiustificato.

Se l’opposizione non riesce a impegnarsi per opporsi al governo, come può pensare (una volta al governo) di riuscire a governare nonostante l’opposizione?

Il Premier è certamente nel torto riguardo i comportamenti della sua vita privata, ma altrettanto certamente ha ragione nel momento in cui fa presente che – nonostante questi – lui governa comunque, checché poi se possa dire. E d’altro canto, l’opposizione ha certamente ragione nel rimproverarlo – sempre circa la sua vita privata -, ma è un rimprovero fuori luogo nel momento in cui non ha prima adempito al proprio incarico.

Si badi comunque che, per quanto riguarda il Partito Democratico, poteva andare anche peggio: ebbene sì, perché anche se non tutti erano al loro posto, questa volta i presenti erano comunque compatti e unanimi sul proprio voto. Cosa accadrà, al contrario, quando all’ordine del giorno verrà sottoposto un argomento di natura etica?

Già troppi assenti, se poi i presenti dovessero spaccarsi sul voto… sai che bella opposizione.

Si tenga anche in conto l’accusa che il Pd mosse verso la sinistra radicale: brava solo a fare opposizione. Ma se il Pd non riesce nemmeno in questo, che è comunque il pre-requisito per governare, quale risultato politico attende?

Frattempo, l’opposizione (per bocca di Massimo D’Alema e Roberto Morassut, nel video in testa a questo articolo) si nasconde dietro a patetiche giustificazioni – proprio quel patetico di cui parlava Giannini, che non merita altri commenti.

L’elettorato – che non è né stupido, né ingenuo, tanto meno agisce
contro il proprio interesse – scavalca le ideologie partitiche e
davanti all’urna tiene in conto di quanto appena detto, a buona ragione. E come poterlo biasimare?

Di seguito, l’elenco degli assenti.
Pd: Argentin, Binetti, Bucchino, Capodicasa, Carra, Coldurelli, Esposito, Fioroni, D’Antoni, Gaglioni, Ginefra, Giovanelli, Grassi, La Forgia, Lanzillotta, Madia, Mastromauro, Melandri, Pistelli, Massimo Pompili, Porta, Portas; UdC: Bosi, Ciccanti, Drago, Libè, Ruggeri, Pisacane; IdV: Misiti.

Lo scudo fiscale

Sempre a proposito dello scudo fiscale, farò un’affermazione scomoda e che finirà col tirarmi dietro l’antipatia di molti: io sono d’accordo, o meglio penso che “ci può anche stare”. Non mi riferisco certamente al decreto correttivo nel suo complesso (che, tra le altre, tratta anche del nucleare e del ponte sullo stretto – argomenti che mi vedono assolutamente contrario con la linea di governo), ma solo alla voce riguardo il rientro di capitali dall’estero.

La mia posizione, ovviamente, ha un valore strettamente economico-finanziario: il Paese ha bisogno di quei capitali, e ne ha bisogno sia nella loro integrità, sia in tempi brevi. Applicando la normale prassi legislativa, si correrebbe il rischio di non vederli, né ora, né – come accade quando entra in gioco la burocrazia italiota – mai.

Allora ben venga, sotto questo punto di vista, lo scudo fiscale, purché si adottino le giuste riverse: da una parte, applicare i dovuti controlli, affinché non ne beneficino anche mafia e terrorismo; dall’altra – e parallelamente allo scudo – pianificare un programma di lotta all’evasione fiscale, che sia pensato a lungo termine e che dimostri la straordinarietà dello scudo stesso.

È proprio sulla straordinarietà del provvedimento che verte il discorso. Perché infatti, oltre al piano economico-finanziario, bisogna porre in essere anche un discorso morale che non può essere ignorato: non è possibile governare a colpi di condoni, amnistie e scudi, altrimenti il cittadino percepisce la straordinarietà di questi interventi come normalità. È una singola eccezione che diventa una regola generale.

La Repubblica di ieri, nello spazio riservato alle lettere, ha ospitato la lamentela (fin troppo legittima) del signor Guido Signorino: nel 2005 il lettore aveva commesso un errore nella compilazione della propria dichiarazione dei redditi, cui è conseguito un saldo di 208,06€ e una mora per il ritardo del pagamento di 62,42€. Ovvero il 30%. Si tratta di una multa applicata a un errore tecnico commesso su una somma che è comunque stata dichiarata regolarmente e tempestivamente. Il signor Signorino fa notare che se avesse trasferito quella somma all’estero, senza farne dichiarazione, oggi verrebbe multato di soli 10,403€, il 5%.

Insomma, la sua onestà gli verrà a costare sei volte di più.

È un caso come tantissimi altri, ma fornisce un quadro completo della situazione: chi viene incarcerato viene puntualmente rimesso in libertà, chi costruisce abusivamente viene condonato, chi evade le tasse riceve delle agevolazioni ad hoc per rimettersi in regola. Al contrario, chi rispetta la normativa vigente – ironia della sorte, “cornuto e mazziato” – finisce col pagarne le spese.

Se questi provvedimenti vengono applicati sistematicamente, ne scaturisce un malcontento populistico che non potrà poi essere condannato dalla politica: il perdono continuo, indulgente e gratuito finisce col legittimare l’azione immorale, rovesciando il giudizio che la società ha su di essa. È naturale che il cittadino cominci a valutare la convenienza dell’infrangere la legge, giacché gli conviene.

Lo scudo fiscale – l’ho detto – è giusto. Ma bisogna farne ricorso solo avendo consapevolezza del messaggio cui ne consegue, e assumendosene le responsabilità. Un caso straordinario come questo richiede una certa serietà, serietà che stona con la leggerezza della nostra classe politica.

Le condizioni ci sono, è un caso straordinario? Sì. Bene, vada per lo scudo fiscale.

Ma non basta, non si può fermarsi qui, come se nulla fosse accaduto, bisognerà subito chiedersi: come evitare che in futuro si ripresentino le stesse condizioni? Come fare affinché un caso straordinario non diventi una norma? Passi questa, come tutelare chi è in regola per il futuro?

Videocracy

Sono riuscito a vedere Videocracy, e ne sono rimasto deluso: è un pacco. Onestamente il film (più precisamente: un documentario) è interessante e ben fatto; ma, vista l’enorme censura cui è stato sottoposto, mi aspettavo chissà cosa.

Semplicemente, Erik Gandini racconta la trasformazione della televisione da essenziale strumento acculturante a mero oggetto di intrattenimento. Non è nemmeno un’analisi argomentata del processo metamorfico, bensì una nuda narrazione dei fatti. Non bastasse è persino una narrazione spassionata, il narratore non è solo esterno, ma anche estraneo ai fatti – si intuisce come non abbia vissuto la storia, o meglio come l’abbia guardata dall’esterno.

Non vi aspettate, dunque, chissà quale verità rilevata: non accenna alla scalata mediatica e alla creazione dell’impero informativo del Berlusconi imprenditore; non parla del sottile rapporto tra informazione e potere; non tratta del controllo sull’informazione pubblica.

Niente di tutto questo. La pellicola non dice nulla che (persino) l’italiano medio e disinformato non sappia già. Figuriamoci quale sorprese potrà riservare ai più interessati che hanno già avuto modo di approfondire autonomamente certe tematiche.

Il bello è che non se ne può fare una colpa al regista: dopotutto, non mi pare abbia promesso tutto questo, anzi non ha promesso proprio un bel nulla. Siamo noi, gli italiani, che ci siamo creati un’aspettativa errata, scaturita dall’enorme chiacchiericcio nato attorno alla pellicola e dalla censura che ha subito.

Allora, nonostante il contenuto del film sia – ma è solo un mio parere – assolutamente inutile, abbiamo comunque due ottimi spunti di riflessione come conseguenza di quanto accaduto:

  1. questa errata aspettativa che ci siamo creati, come si giustifica? Sappiamo di non sapere qualcosa riguardo l’argomento, e quindi attendiamo trepidamente delle possibili novità? Abbiamo poche fonti cui informarci riguardo l’argomento, per lo stesso motivo?
  2. perché è stato censurato un film che non dice nulla? Quanta paura ha il potere, e per quale motivo ne ha così tanta? Ha talmente tanta paura da preoccuparsi che non si ponga proprio in questione l’argomento, sebbene poi non si dica nulla?

Il Fatto quotidiano

È nato Il Fatto, nuova quotidiano diretto da Antonio Padellaro e che vanta la firma di molti famosi giornalisti, non ultimo Marco Travaglio. È passato quasi inosservato in madre patria, al contrario la notizia ha rimbalzato sulle maggiori testate internazionali (potete cercare gli articoli sul sito Italia dall’estero, tradotti). Se ne è parlato anche sui social network, dove è stato più volte presentato come un giornale senza padroni, così come hanno fatto anche gli stessi autori.

Autori che mentono con la consapevolezza di farlo: è una bugia, semplicemente perché è impossibile (per un giornale cartaceo) non avere padroni. E chi le paga allora le spese per la stampa, per la distribuzione, le buste paga della redazione?

Sì, certo, sono spese che gravano sui lettori, o meglio sulle vendite del giornale. Ed è questo il punto: i lettori sono i padroni del giornale.

Può sembrare esagerato, ma non è così. Un conto è, ad esempio, il nostro Die Brücke: paghiamo solo il mantenimento del server che ospita il sito, è un costo modesto e fisso, un piccolo canone; oltre questo, se ci leggono in dieci o in centomila, per noi (da un punto di vista economico) non cambia nulla. Possiamo davvero scrivere e parlare di tutto quello che vogliamo.

Un altro conto è Il Fatto: come disse lo stesso Travaglio quando ancora il progetto era in cantiere, il quotidiano esce in edicola se c’è la certezza che qualcuno lo comperi (tanto che, a dimostrazione di questo, la campagna di abbonamenti è stata avviata molto prima della nascita del giornale – non pensate che sia un caso!). Se nessuno lo compera, tutti a casa.

C’è di più, ovviamente: Il Fatto è nato per dei lettori prestabili, ovvero i fan di Travaglio e la rete di Grillo – questi dovrebbero essere, almeno, la maggioranza.

Generalmente, prima una redazione imposta la sua linea editoriale, poi intorno alla redazione si aggregano i lettori che la condividono. Qui si è fatto il contrario: si è scelto un target e sulla base delle sue esigenze si è impostata la linea editoriale.

È inutile, dunque, fare discorsi del tipo “scriviamo se qualcuno ci legge”, il giornale nasce deliberatamente a uso e consumo di una certa categoria di lettori. Ed è assurdo, altrettanto, proporlo come un giornale veramente libero: dovrà soddisfare le esigenze di quella categoria.

Certo, certo. Per carità. Sempre meglio avere dei lettori come padroni, piuttosto che un imprenditore, una società, qualsiasi altro soggetto. Altrimenti sarebbe come a dire che è meglio una dittatura, se c’è la possibilità di scegliersi il dittatore (in questo caso, magari, un illuminato), piuttosto che la democrazia. Sarebbe una sciocchezza.

Indubbiamente è meglio così, ma questa è una questione di onestà intellettuale. Non prendiamo lucciole per lanterne, per favore.