Ci risiamo. Mamma mia, ci risiamo. Io pensavo fosse impossibile, e invece ci risiamo. Negli scorsi giorni i leader della sinistra italiana sono tornati a parlare di un’eventuale e quanto meno inspiegabile (per via dei motivi che loro non hanno spiegato) caduta del governo Berlusconi, ravvisando la necessità di costituire in tempi brevi una valida alternativa di governo da presentare ai cittadini alle prossime, imminenti (?!) elezioni politiche.

Prendiamo Dario Franceschini, ospite dell’Annunziata la scorsa domenica. Secondo l’ex segretario del Partito democratico, “se succedesse che il governo arrivasse ad una crisi, o che Berlusconi decidesse che la crisi è troppo complicata, che ha troppe lacerazioni nel Pdl, che le vicende giudiziarie che stanno girando intorno alle persone a lui vicine sono troppo complicate. Se decidesse insomma di fare un colpo di mano provocando le elezioni anticipate pur avendo la maggioranza, è chiaro che di fronte all’emergenza – di fronte al tentativo di Berlusconi di elezioni per portare ad una svolta autoritaria, liberarsi degli ultimi ingombri, di Fini e di quelli che gli danno fastidio e avere mandato totale – di fronte all’emergenza si dà risposta di emergenza”.

Chiaramente – si sa – tutto è possibile; le eventualità, anche quelle meno probabili, devono essere considerate e conseguentemente bisogna essere pronti ad affrontarle. Per carità, ci mancherebbe: se il meteo mettesse pioggia, non sbaglierei a uscire con l’ombrello. Sarei un coglione, al contrario, se – ombrello alla mano – restassi lì a sperare che piova.
Il problema è tutto qui, il problema è che a distanza di sedici anni da quel 10 maggio del 1994 qualcuno stia ancora lì a sperare che Berlusconi fallisca per problemi giudiziari, per problemi dei suoi alleati o per problemi interni al suo partito. Per problemi, in definitiva, che sono prima suoi, poi degli altri.

Purtroppo il problema – come dicevo – non riguarda solo l’incapacità di comprendere quanto siano esigue le possibilità che si avveri uno dei casi appena elencati (per una mera questione di esperienza, visto che tutti e tre si sono già presentati nel corso degli ultimi anni, per giunta ognuno più di una volta).
No, non è tutto qui. Il vero problema è che qui – tra di noi, tra i dirigenti della sinistra e tra i loro elettori – c’è ancora qualcuno convinto che, anche se una delle precedenti ipotesi dovesse avverarsi (fantastichiamo un attimo insieme a loro, torniamo al tempo delle elementari, e immaginiamo che Berlusconi cada a breve per via degli ultimi scandali partiti dal caso Scajola), avveratasi l’ipotesi conseguirebbe de facto una vittoria della sinistra. In altri termini: automaticamente, scientificamente. “Berlusconi cade” uguale “la sinistra vince”.

Chiaramente nessuno l’ha affermato esplicitamente (parlo dei dirigenti, s’intende), ma lo si capisce nel momento in cui – valutando quelle improbabili ipotesi – la loro unica preoccupazione sia quella di schierare la squadra in campo, di stabilire chi vestirà la fascia del capitano e chi invece dovrà stare in porta. I programmi elettorali (visto che di “elezioni” loro stessi parlano) non gli passano nemmeno per la testa.
È altresì vero che sempre nei giorni scorsi Di Pietro ha indicato la necessità della candidatura di un nuovo soggetto, estratto dalla società civile, proponendo quindi la bocciatura (a prescindere) per se stesso e per i colleghi Bersani e Vendola. Ma tanto tutti (ingenui esclusi) sappiamo benissimo che, come sempre, con ampie probabilità prevarranno ancora le logiche di partito già conosciute e si finirà con l’individuare uno dei soliti noti (sempre supponendo la concretizzazione di quelle ipotesi).
E dunque: anche tornando alle urne, come si potrebbero vincere delle elezioni, nel momento in cui le condizioni sono le stesse di tutte le precedenti elezioni già perse?

Forse nemmeno “le stesse”. Infatti si guardi ai dettagli di questa fantomatica armata Brancaleone:
- il Pd sta per compiere il suo terzo anno di vita, eppure non si è ancora capito quale sia il suo senso, ammesso e concesso che abbia davvero un senso o che lo possa avere nel breve termine (perché – ripeto – “loro” parlano di improbabili elezioni imminenti). Persino gli elettori più creduloni hanno cominciato a ricredersi;
- l’IdV ha sì un programma, ma è un programma “dell’anti”, buono per fare opposizione ma difficilmente riciclabile volendo salire al governo;
- SeL è ancora allo stato embrionale e, viste le numerose difficoltà e l’incapacità di raggiungere un bacino elettorale significativo, non è detto che possa sopraggiungere un improvviso aborto;
- l’Udc non ha ancora assunto una posizione inequivocabile, se non a parole. Lo scenario si complica proprio ora, visto che con l’uscita di Scajola c’è un bel posto vacante. Un posto vacante per una mina vagante (Casini).

A questo punto, immaginate delle elezioni fra qualche mese. Immaginate un cartello elettorale composto dai primi tre dell’elenco e (anche se improbabile) magari anche dal quarto (oppure il quarto ma non il terzo, cambia poco). Immaginate un Bersani, un Veltroni o uno simile candidato come premier. Immaginate il solito slogan esplicito del “noi vogliamo veramente cambiare il Paese” e quello meno esplicito del “però non sappiamo ancora spiegarvi come sia possibile farlo, per ora prendeteci in fiducia”. Immaginate la totale assenza di nuove idee… ops, qui c’è poco da immaginare.

Bene. Adesso, invece di continuarvi a chiedere “ma perché vince Berlusconi?” provate a chiedervi “ma come potrebbe vincere la sinistra?”.

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