Uno dei luoghi comuni più ricorrenti di questo periodo è: siamo di fronte ad un nuovo ’29, oggi come allora la crisi partendo dalla finanza si riverserà sull’economia reale con effetti devastanti.

Dunque, che la crisi finanziaria si stia facendo sentire sul sistema economico, non c’è dubbio. Pochi giorni fa Confindustria ha diffuso il proprio rapporto di fine anno, e i dati non sono certo incoraggianti. L’Italia sarà in recessione sia nel 2008 (-0,5%) che nel 2009 (-1,3%), la crescita ripartirà lentamente nel 2010, anno per il quale il centro studi di Confindustria prevede un +0,7% del Pil.

Il dato che preoccupa maggiormente è quello relativo all’occupazione. Si stima una perdita di seicentomila posti di lavoro dal terzo trimestre del 2008 sino alla seconda metà del 2009, con la disoccupazione che salirà all’8,4%.

La crisi c’è e necessita di risposte forti e coese da parte dei governi, dalle autorità monetarie, dai sindacati, come scrissi nei precedenti articoli (Crisi finanziaria o fallimento di un modello? e Incubo deflazione: si può superare), nei quali ho esaminato le cause della crisi e come evitare possibili rischi di deflazione.

Quello che mi preme, ora, è evidenziare la diversità della situazione odierna rispetto alla crisi interbellica del 1929, visto che anche diversi esponenti di prim’ordine sostengono il contrario. La crisi del ’29, infatti, si trasformò negli anni trenta in “grande depressione”, soprattutto a causa di errori di politica fiscale e monetaria.

Procediamo con ordine, ragionando su alcuni dati concreti: dopo il 1929, il Pil americano scese di oltre il 30% ed un cittadino statunitense su quattro perse il proprio posto di lavoro; oggi anche le stime più pessimistiche prevedono alcuni trimestri di crescita negativa nell’ordine del 2-3% di Pil. Inoltre, oggi con un mercato del lavoro molto più flessibile il dato sulla disoccupazione potrebbe migliorare in tempi rapidi. A tal proposito, relativamente alla situazione italiana, Confindustria prevede che già nel 2010 ci sarà un parziale recupero dello 0,8% in termini occupazionali. Non dimentichiamo che strumenti quali cassa di integrazione e ammortizzatori sociali (in Italia sarebbe il caso di estenderli a garanzia di tutti i lavoratori) consentono di traghettare coloro che perdono il posto di lavoro durante le fasi di recessione, sino a che si sarà quietata la tempesta e si tornerà a produrre di più e a crescere.

Detto questo, occorre analizzare le cause che determinarono la metamorfosi della crisi americana del ’29 in depressione globale e capire se davvero potrebbero ripetersi, allo stato attuale, certi eventi. Come anticipato, la reazione politica e monetaria all’epocale crollo di Wall Street fu disastrosa, e assoluta responsabile della degenerazione depressiva che ne scaturì. L’allora giovanissima ed inesperta Fed (istituita nel 1913) scambiò la causa con l’effetto assorbendo liquidità dal mercato, anziché accrescendola. Infatti, di fronte ad una scarsità di erogazione di prestiti tra le banche, pensò che ciò fosse dovuto alla troppa liquidità da esse detenuta; per farvi fronte sottrasse moneta, non percependo che lo scarso volume di prestiti fosse giustificabile con l’assenza e non con l’eccesso di liquidità. Ciò contribuì a destabilizzare ulteriormente i mercati. Se la politica monetaria fu dannosa, quella fiscale fu rovinosa. L’allora presidente Hoover, nel 1930, temendo un elevato deficit di bilancio dovuto alle minore entrate fiscali a seguito della perdita di molti posti di lavoro, alzò in modo consistente il livello delle imposte, facendo crollare i consumi delle famiglie già in forte difficoltà. Non solo: il congresso americano, con apposita legge, intervenne nel mercato del lavoro impedendo alle imprese di ridurre le retribuzioni, con l’effetto che molte di esse fallirono. In una fase deflazionistica, chiaramente, i ricavi per le imprese calano, e se i costi non fanno altrettanto si arriva al collasso del sistema. Il fallimento di molte imprese accrebbe notevolmente la disoccupazione (per fortuna che lo scopo del congresso era quello di proteggere il potere d’acquisto delle famiglie).

Oggi, la possibilità che simili strategie monetarie e fiscali vengano attuate è praticamente nulla. Fed e Bce hanno condotto una politica espansiva, seppur diversa, per dare respiro alle banche ai cittadini, e per tranquillizzare i mercati, con tagli dei tassi di interesse, forti iniezioni di liquidità nei mercati e nell’interbancario. Dal canto loro, i governi hanno garantito le passività delle banche, varato misure a sostegno delle fasce più deboli e più esposte alla crisi e sostenuto le imprese con agevolazioni fiscali. Tornando alla crisi del ’29, tra i tanti errori commessi il più grave fu probabilmente l’involuzione protezionistica, che partendo dagli Usa si estese anche ai paesi europei. La storia ci insegna che chiudersi a riccio è caratteristica di queste fasi di profonda recessione, nelle quali si tende a difendere il più possibile il proprio sistema produttivo, con accentuata importanza a quello che è il brevissimo periodo a scapito di riflessioni più lungimiranti e sistemiche.

Sempre nel 1930, su proposta del deputato Hawley e del senatore Smoot, il congresso americano approvò una legge che introdusse dazi sulle importazioni scatenando di fatti una guerra commerciale tra Stati Uniti e resto del mondo, in primis con l’Europa. Il tentativo di proteggere le imprese americane si tradusse in un crollo delle esportazioni per le stesse, con ulteriori pesanti contraccolpi per crescita e occupazione statunitensi. La guerra commerciale rese la crisi globale, perché di riflesso anche i paesi europei adottarono misure protezionistiche, provocando una forte contrazione del commercio internazionale. L’ondata di nazionalismo economico che invase Usa ed Europa negli anni trenta è tra le cause che portarono al secondo conflitto mondiale.

Certamente, anche nella situazione odierna c’è chi si appella a politiche commerciali che tutelino maggiormente il proprio apparato produttivo, in particolar modo in fasi di difficoltà economiche, ma nel complesso i passi avanti a distanza di oltre settantacinque anni sono stati molti. Istituzioni quali il Wto (organismo a difesa del commercio internazionale) e l’Unione Europea (che vieta l’applicazione di dazi sulle importazioni all’interno del vecchio continente) scongiurano il pericolo del riesumarsi di vecchi disastri.

Le prove a supporto della sostanziale diversità tra la crisi attuale e quella del ’29 sono, come vedete, diverse e nette; risolto quest’equivoco, dopo questo doveroso tuffo nel passato torniamo ai nostri giorni con meno fantasmi ed un pizzico di ottimismo in più.