Roberto Saviano ha iniziato a lavorare come giornalista nel 2002, scrivendo su testate locali, fino ad arrivare alla redazione napoletana de Il Manifesto: ma è stato nel 2006, con il romanzo d’inchiesta Gomorra, che ottiene fama internazionale, tanto che due anni più tardi ne venne tratto un film di grande successo.
Il romanzo, oltre a riscuotere grande impatto a livello mondiale e diventare subito un best-seller, procurò all’autore napoletano minacce di morte da parte della camorra, costringendolo a vivere sotto scorta dal 13 ottobre 2006.
Proprio la faccenda della scorta ha sollevato, successivamente, grandi polemiche, dopo le dichiarazioni, nell’ottobre 2009, del capo della Squadra Mobile di Napoli Vittorio Pisani, che metteva in dubbio la necessità della scorta per lo scrittore, vista l’assenza di un’effettiva minaccia di morte. Pisani, però, fu subito smentito dal capo della polizia Antonio Manganelli, dal Procuratore Capo dell’Antimafia di Napoli Federico Cafiero de Raho, e dai pm Raffaele Cantone e Franco Roberti, mentre il giornalista di Repubblica Giuseppe D’Avanzo chiese le dimissioni dello stesso Pisani.
Ma veniamo alla sua opera, Gomorra: un romanzo d’inchiesta che mette allo scoperto il ruolo della camorra come macchina economica e capitalistica.
Nel 2009, però, Saviano venne accusato dal cronista napoletano Simone di Meo, freelance che ha collaborato con Cronache di Napoli per diverso tempo e molto attivo sul fronte camorra, di aver copiato gran parte del suo libro da articoli scritti da lui e da altri cronisti locali per giornali napoletani, senza citarli come fonti. Di Meo accusava Saviano di aver stretto amicizia con lui solo per entrare in possesso di informazioni essenziali alla stesura del suo libro, ed aver addirittura descritto alcuni eventi come se fosse stato presente di persona: «A un certo punto lui descrive minuziosamente – dice Di Meo nell’intervista rilasciata a Gian Marco Chiocci per Il Giornale – alcuni atteggiamenti tenuti dal boss durante il processo. Ma Saviano non c’era, lo sanno tutti che non era in aula. Però dopo che gli ho raccontato le fasi salienti dello show in aula, lui se ne è appropriato e l’ha raccontata come fosse un’esperienza vissuta in prima persona. Niente di male a riportare le notizie. Ma che almeno dicesse da dove provengono».
Ma Simone Di Meo non è stato l’unico a portare avanti simili accuse nei confronti dello scrittore emergente: c’è anche Alket Aliu, direttore del settimanale albanese Investigim, secondo il quale Roberto Saviano avrebbe copiato parti di loro articoli riguardanti la collaborazione tra la camorra e la Sigurimi (la polizia segreta albanese durante la dittatura comunista) senza citarli come fonte.
A rafforzare la durezza dell’editoriale di Aliu, è arrivato il sito Osservatorio Italiano, che racconta di aver ricevuto una mail dallo stesso Saviano il giorno dopo la pubblicazione di un articolo sullo stesso tema, nel quale lo scrittore chiedeva di poter contattare la giornalista. Ottenute dal sito d’informazione tutto il materiale che gli interessava, non avrebbe fatto seguire alcuna comunicazione.
Le critiche non finiscono qui: nel 2010 è uscito il libro Eroi di carta di Alessandro Dal Lago, nel quale l’autore critica fortemente Roberto Saviano: Gomorra non racconterebbe nulla di nuovo e, anzi, tratterebbe le questioni dei rapporti tra camorra e capitalismo e tra camorra e politica solo in maniera superficiale.
Nel frattempo, Saviano è salito alla ribalta della cronaca: ha iniziato a collaborare con L’Espresso ed è diventato un intellettuale di riferimento in Italia, finendo per abbandonare l’editore Mondadori, di proprietà di Silvio Berlusconi, in favore di Einaudi.
Per la nuova casa editrice ha pubblicato nel 2010 La parola contro la camorra, libro che ha suscitato polemiche da parte del Centro Peppino Impastato. Nel libro, infatti, si dice che la verità sulla morte di Impastato (ucciso dalla mafia nel 1978 per ordine di Tano Badalamenti) fu coperta, venendo alla luce solo con l’uscita del film I cento passi (nel 2000). L’informazione è assolutamente falsa, in quanto non considera il ventennale lavoro del Centro Peppino Impastato, per non parlare del fatto che già nel 1998 la Commissione Antimafia si era interessata al caso, arrivando a stendere una relazione nel dicembre del 2000, e che le indagini sul caso erano iniziate molto prima, arrivando al processo contro Vito Palazzolo nel 1999 (chiuso nel 2001 con la condanna a trent’anni) e a quello contro Tano Badalamenti nel gennaio 2000 (conclusosi nel 2002 con la condanna all’ergastolo).
Su questo argomento si rivela particolarmente duro anche Paolo Persichetti, in un articolo apparso su Liberazione nell’ottobre 2010, citando anche un altro caso nel quale Saviano raccontava di una telefonata ricevuta dalla madre di Peppino Impastato; telefonata che risulta non essere mai avvenuta.
E poi l’ultima fatica, Vieni via con me, libro tratto dal fortunato programma televisivo co-condotto con Fabio Fazio, nel quale Roberto Saviano ripropone i celebri elenchi.
Stavolta è toccato a Marta Herling criticare lo scrittore napoletano, in merito al suo racconto del terremoto che nel 1883 colpì Casamicciola, e nel quale persero la vita i famigliari del filosofo Benedetto Croce, nonno della Herling. Oggetto della critica è la ricostruzione che lo scrittore fa dell’esperienza vissuta dal giovane Benedetto Croce del terremoto, frutto forse della «sua mente di profeta del passato e del futuro, di scrittore la cui celebrità meritata con la sua opera prima è stata trascinata dall’onda mediatica e del mercato editoriale, al quale è concesso di non verificare la corrispondenza fra le parole e fatti, o come insegnano gli storici, fra il racconto, la narrazione degli eventi, e le fonti, i documenti che ne sono diretta testimonianza», dice la Herling.
Alla fine, torniamo a Simone Di Meo. Il giornalista, avvedutosi di quanto accaduto, ha denunciato Roberto Saviano per plagio. Simone Di Meo – giornalista freelance che aveva collaborato con Cronache di Napoli – contro Roberto Saviano – nome che giuridicamente stava per Mondadori, colosso mediatico-politico a dir poco impressionante -. Di Meo si è ritirato dalla causa, che è stata proseguita dall’editore del quotidiano napoletano Libra, e definitivamente persa a favore di Saviano.
In molti hanno trovato modo di accusare Di Meo, cronista antimafia con una lunga storia alle spalle, di essere stato usato dalla camorra per rovinare Saviano, arrivando addirittura ad affermare di avere lui stesso copiato articoli dello scrittore di Gomorra per poi accusarlo di plagio. La verità non è ancora chiara, ma l’unica cosa certa è che un piccolo cronista antimafia in lotta con un colosso dell’editoria italiana come Mondadori ha perso, com’era prevedibile, sia la causa che la faccia. Se l’imputato in questione non fosse stato Roberto Saviano, con tutta probabilità si sarebbe parlato di una macchina del fango.
Recentemente Roberto Saviano ha querelato Paolo Persichetti di Liberazione per il suo articolo: «La sua parola –commenta Liberazione-, intesa come unica parola possibile, che perciostesso esclude le altre, soprattutto se sono critiche nei suoi confronti, se ne raccontano limiti e inesattezze, se ne mettono in mostra la faccia nascosta o molto più semplicemente se dicono: “Noi la pensiamo diversamente da te”».
Valerio Moggia

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