Ma la crisi, quella «vera», finanziaria ed economica, «che c’azzecca»? Quella è reale e tangibile, non è artefatta: lo spread sale; i CDS sul debito greco e spagnolo sono alle stelle; gli investitori shortano con questo «trucchetto» delle vendite allo scoperto; quasi, quasi, compro oro che quello di moda non passa mai. Non è questa l’opinione di Vollaire, che partendo dalla medicina ippocratica traccia un parallelo tra l’evoluzione della «crisi» in ambito medico e in ambito economico.
Nel corso del diciottesimo secolo, infatti, la medicina cessa di celebrare il momento di crisi, di sospensione tra la vita e la morte, come un momento durante il quale il medico è privo di potere e solo può affidarsi al corso naturale delle cose, inaugurando una lunga stagione di medicina «offensiva». Si attacca alla crisi sottraendole l’aura di spiritualità che la circondava sin dai tempi dell’Antica Grecia, denigrandola e snaturandola: negandone, cioè, il fondamento di naturalità. Allo stesso modo in economia, la crisi è stata – per Carlo Marx, ma in un certo qual modo anche per John Maynard Keynes – un momento necessario nella vita del modo di produzione capitalista, che ne portava alla luce le intrinseche contraddizioni; o altrimenti, un segnale di ingerenza del pubblico nell’attività del libero imprenditore in libero mercato, una tempesta di sabbia nei meccanismi ben oliati dello scambio monetario privo di «lacci e lacciuoli». Da una parte, la crisi come «naturale» costituente del sistema economico capitalista, perché il privato non è onnipotente: la «mano invisibile» dell’interesse egoistico perseguito dal singolo, che porta al benessere della società tutta, è una metafora che resta tale persino negli scritti di Adam Smith. Dall’altra, la «crisi sistemica» che da ormai quattro anni ci troviamo sbattuta in prima pagina nemmeno fosse la farfalla di Belen, che dobbiamo temere perché forse non potremo più mantenere lo stesso tenore di vita dei nostri genitori, non potremo tenere in piedi uno stato sociale mastodontico, dovremo tollerare «lavoratori in mobilità» e riforme che rendano più fluido e flessibile il mercato del lavoro.
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Ci sono un giornalista, un giudice e una filosofa ad un dibattito. Non è l’inizio di una sempiterna barzelletta – «ci sono un italiano, un tedesco, un francese…» –, bensì le rispettive occupazioni di Jean-Jacques Jespers, Christian Panier e Christiane Vollaire*, convenuti al Festival des Libertés di Bruxelles per un incontro dal titolo Crise et Émocratie: retour à la soumission?, «Crisi ed Emocrazia: un ritorno alla sottomissione?».
Come già ho avuto modo di dire, se il Festival ha un fondamentale fil rouge – la paura – che si ricama tra le varie edizioni, è ogni anno una declinazione dello stesso a determinare l’oggetto dei dibattiti e documentari proposti (spettacoli teatrali e concerti tendono a rivelarsi più «autonomi»). Quest’anno, l’Anticrisi. Ed è della crisi nei mezzi di comunicazione di massa che i relatori raccontano, ognuno secondo la propria esperienza. Ora, è importante ricordare che il concetto di «crisi» non è solo economico. È un significato di «crisi» più sfaccettato e pervasivo che si vuole analizzare e, idealmente, combattere: la crisi che ha smesso di essere il momento della scelta, ed è diventata il momento della chiusura e della gangrena. Al contempo, già che il termine sia istintivamente associato agli eventi dell’economia costituisce un sintomo evidente del problema individuato in questo incontro, ossia, il ruolo dei media nel costruire un sentire comune, nell’indirizzare le emozioni dei consumatori del prodotto mediatico. Emozioni che vengono poi sfruttate per fini non giornalistici.
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