vanessa-beecroft-450x294Il Centro di cultura contemporanea Strozzina di Firenze, ospita fino al 28 luglio una mostra dedicata alla bellezza. Non è tuttavia la bellezza il tema principale, bensì “un’idea di bellezza”. Il termine “idea” vede sbiadire la sua origine platonica in una semantica tutta contemporanea. L’articolo indeterminativo che lo precede rivela infatti una volontà di frammentare l’idea pura platonica (il modello) in mille apparizioni. I contemporanei sono dunque alla ricerca di un’idea di bellezza, basta un frammento, un angolo, un simbolo.

Certo è che un filo rosso lega i frammenti di bellezza. C’è il visitatore, invitato a mettere insieme i pezzi, a cercare le consonanze, il messaggio finale, se c’è. Sempre il visitatore, in pellegrinaggio , è invitato a lasciare una traccia scegliendo una musica che esprima la propria idea di bellezza o a portare a casa una poesia. Ho scelto una poesia di Puškin, in lingua originale indecifrabile come tanta bellezza.  E c’è un filo rosso, dicevamo, che il pellegrino segue e tesse: è la bellezza come dialogo con ciò che è Altro.

Ti prego, non avertene a male.

Sinceramente, io avrei voluto scrivere un articolo su Fabrizio Barca e la strana mania che ha preso tutti gli elettori e i simpatizzanti del Pd, che di colpo hanno scoperto che Bersani non è poi così intoccabile. Fossi un redattore più reattivo, avrei scritto qualcosa di intelligente sulle bombe a Boston, ottenendo un qualche record di visualizzazioni. Poi ho visto The night club – Osare per credere, cortometraggio diretto da Lory Del Santo.

Perché di manie ce ne sono tante, e quella di mettersi dietro una macchina da presa e premere “on” è una delle più diffuse. Che poi, fare un film brutto può capitare a tutti, uno lo mette in conto in questo mestiere: di solito succede quando sei alle prime armi, o quando non hai più niente da dire e puoi vivere di rendita, o quando non hai talento. Cosa abbia spinto l’ex-starlette di Drive-In, nonché interprete di alcune memorabili pellicole di genere negli Anni Ottanta (come Gardenia, il giustiziere della mala, assieme al compianto Franco Califano, e W la foca), non ci è dato saperlo. Ma, refrattari alla critica intellettualoide e ideologica, fin troppo facile nella Penisola, giunge il momento in cui ci si deve guardare in faccia, esser seri, e riconoscere pari dignità sia al piano sequenza di Orson Welles che al filmino delle vacanze di Harmony Korine, purché sia proiettato sul quel magico schermo che tutto innalza allo stato dell’arte.

Adele scandalizzata dall’intervento di Daniel Radcliffe e Kristen Stewart

Sarà anche stata la campagna elettorale più brutta di sempre, ma pure la cerimonia degli Oscar non ha scherzato. Il conduttore Seth MacFarlane (già creatore de I Griffin) c’ha provato a scherzare un po’, ma la sala rispondeva con un comprensibile silenzio tombale. Poi, sul finale, la ciliegina sulla torta: collegamento dalla Casa Bianca, con Michelle Obama ad annunciare il vincitore per il miglior film. Decisamente troppo, anche per uno dei riti più politici che la tradizione americana annoveri.

Così, alla fine, ha vinto Argo di Ben Affleck, una storia di finzione che racconta una storia realmente accaduta in cui un agente Cia inventava un finto film hollywoodiano per liberare dall’Iran una vera equipe di diplomatici. Vero e finto che si mescolano, thrilling e metatestualità, semplice dall’aria impegnata ma in sala politically correct. Ti piace vincere facile, Ben? Nessuna sorpresa, comunque, dato che Argo aveva già vinto (a sorpresa sì, stavolta) ai Golden Globe contro Lincoln. Il film di Spielberg, a fronte del record di nomination, si porta a casa poco o niente: unico premio di spessore quello al miglior attor protagonista, meritatamente assegnato ad uno straordinario Daniel Day-Lewis, che così arriva al record di tre statuette in questa stessa categoria.

marina marianiIl 16 febbraio è morta a Roma la poetessa napoletana Marina Mariani, all’età di 85 anni. Poetessa delle cose, del quotidiano vissuto in campo lungo, riprendendo il concetto dall’artista Cézanne.

Marina Mariani era una donna che non temeva di perder tempo e proprio per questo lo spendeva bene perché lo riabilitava, ne dava nuovo senso discorrendo, condividendo, leggendo, dedicandosi agli altri e alle altre. Non procedeva con i passi, nè con il pensiero, l’aveva imparato dai pescatori che avevano consacrato quasi tutto il loro tempo al mare, ”Io sto./ Mi porta/ la barca: la dirigo appena/ ma più m’affido a lei.”

Viveva naturalmente e coraggiosamente, intonando Let it be (Lascia che sia). Raccontava con precisione e ironia, osservando la realtà che aveva visto in campo lungo, seguendo la scia di Cézanne: ”è necessario dare l’immagine di ciò che vediamo dimenticando come è apparsa davanti agli occhi.” L’occhio freddo si riscalda attraverso un’opera di trasformazione sentimentale, che si apre su una panoramica nascosta ai sensi, che si apre ai suoni; come La Valse, suscitatagli da Ravel, ”ed ogni volta,mia immagine, ti vedo formarti dall’indistinto, ti avverto, mio ritmo, diventare suono dal silenzio minaccioso.”

Emma Stone assieme al presentatore degli Oscar, Seth MacFarlane

Non è solo Gianni Canova ad avere il sentore che questa cerimonia degli Oscar 2013 potrebbe vedere il ritorno di Steven Spielberg sul palco del Kodak Theatre, dopo quattordici anni dall’Oscar vinto per Salvate il soldato Ryan. Il suo Lincoln (12 candidature, record di questa edizione) è favorito come vincitore della migliore pellicola dell’anno, e forse solo il musical Les Miserables di Tom Hooper (già Oscar con Il discorso del re) o Argo di Ben Affleck potrebbero insidiarlo. Il biopic sul presidente americano, però, ha dalla sua un forte peso politico: difficile non cogliere, nella lotta contro la schiavitù portata avanti da Lincoln contro una forte opposizione, la lotta per i diritti condotta dall’attuale presidente Obama (tra riforma sanitaria e crisi economica); Spielberg è da sempre sostenitore dell’ex-senatore dell’Illinois, al quale ha fatto anche donazioni per la campagna elettorale, e Obama, dal canto suo, si è sempre detto grande ammiratore dell’opera politica di Lincoln.

rete100passi”Cicciu, tu a fare il vagabbondo nun ci vai, a zappari te ne iri!”
Il viso imbronciato dell’uomo non lascia scampo al ragazzo, tant’è che non può fare altro che rispondere al genitore, cantando.

Ciccio Busacca, uno dei più famosi cunti siciliani (iddu è di Paternò, ricordalo!), comincia la sua carriera sedendo in piazza e ”cuntando” i fatti di cronaca. Uno dei suoi primi spettacoli è L’assassinio di Raddusa, in cui si narra di una ragazzina che si vendica della violenza sessuale subita uccidendo il suo aggressore, in piazza, travestita da vecchina. Il successo è immediato e senza pretese, ”se non potete dare un contributo ditemelo, ve lo regalo il libretto”. Senza microfono e senza corsi di canto si fa sentire, si fa ascoltare da tremila persone in piazza, senza cultura se non quella naturalmente intriseca nel suo spirito volenteroso (imparò a leggere e a scrivere in età matura), con una memoria strabiliante, visto che le canzoni duravano quasi due ore, con un’ intensità che non richiede sforzo, ”a mia mi veni spontaneu”.

commediaNon dirò una parola sull’ansia da prestazione, sull’adrenalina, sul risultato, sulle repliche previste, rimandate, quintuplicate; mi preme raccontarvi il percorso che abbiamo fatto, le prove che abbiamo vissuto con responsabile spensieratezza, citando Davide ”Buje burrin Gianfrà!” (comportati da uomo)
per arrivare ad inscenare Burri me kemben te luçia, (L’uomo incastrato in una pozzanghera) scritto da Mario Calivà (di cui ho già parlato qui e qui) e diretto da Anna Maria Salerno (regista e operatrice teatrale).

da La Cittadella Interiore

A tenere banco nella politica europea degli ultimi giorni, illusa di poter accantonare per qualche istante le annose questioni del debito degli Stati, sono state di certo le elezioni in Catalunya, la calda regione dal sogno autonomista. Ben s’intende che le attenzioni rivolte a questo caratteristico spicchio della Spagna non sono state concentrate in virtù del loro oggettivo peso politico nello scacchiere europeo – ancorché si tratti della regione della florida Barcellona -, quanto, piuttosto, per la partita politica autonomista, che i due movimenti “Convergència i Unió” stanno oramai giocando da qualche anno. Nelle intenzioni del presidente Artur Mas, le elezioni anticipate catalane avevano difatti il senso di costruire un’ampia maggioranza autonomista, persino maggiore di quella ottenuta nel 2010, per giungere così ad un impatto più efficace al referendum sull’independencia della Catalunya, previsto per il 2014. Alla luce dei risultati ottenuti nella giornata di ieri, l’obiettivo pare centrato a metà, perché per un verso i seggi separatisti conquistati sono stati meno del previsto – al punto che il giornale spagnolo El Mundo intitola Batacazo (caduta) per i sogni di Mas -, per l’altro, invece, studiando la composizione dei nuovi seggi, si nota che gli indipendentisti radicali sono aumentati nettamente, come osserva d’altronde Gilberto Oneto su L’indipendenza. Complessivamente, dunque, la causa federalista procede a piccoli passi in Spagna e anche in molte altre nazioni europee, compresa l’Italia, dove è stato promosso nel mese scorso un referendum per l’indipendenza del Veneto.

Si è chiuso ieri sera il B-movie Festival di Milano, alla sua prima edizione, dedicata interamente al genere poliziottesco ed ai suoi autori. Dopo gli incontri con registi del calibro di Sergio Martino, Carlo Lizzani e Umberto Lenzi, la serata finale ha visto come ospite Enzo G. Castellari, uno dei grandi maestri del cinema di genere italiano, molto apprezzato anche all’estero (chiedere a Quentin Tarantino per averne conferma).

Innanzitutto, Castellari ci ha tenuto a chiarire una cosa: “b-movie” è una definizione che detesta, tanto che ogni volta che gli viene chiesto per cosa sta quella dannatissima “B”, lui risponde che sta per “beautiful”. È ovviamente d’accordo Davide Pulici di Nocturno, rivista che fin dalla sua nascita ha deciso di porre l’accento proprio su quel cinema che la critica ufficiale ha degradato con supponente disprezzo ad una fantasiosa “serie b” cinematografica. Meglio parlare, quindi, di “cinema-bis”, come fanno i francesi, non in termini spregiativi ma come complimento, di cinema poco conosciuto, spesso realizzato con budget ridotti. Perché la differenza, nel nostro paese, più che tra un cinema di “serie a” ed uno di “serie b” è sempre stata tra il cinema politico e sociale (il cosiddetto cinema impegnato) e il cinema più propriamente commerciale (coi suoi vari sottogeneri, dallo spaghetti-western al poliziottesco, dalla commedia sexy al cinema di spionaggio, dai musicarelli al cinema fantastico e fantascientifico). Una differenza di genere, quindi, ma non autoriale. «L’unica vera differenza è che i miei film li andava a vedere un sacco di gente, e molti film “d’autore” se li andavano a vedere solo il regista e i suoi amici» puntualizza Castellari.

Ma la crisi, quella «vera», finanziaria ed economica, «che c’azzecca»? Quella è reale e tangibile, non è artefatta: lo spread sale; i CDS sul debito greco e spagnolo sono alle stelle; gli investitori shortano con questo «trucchetto» delle vendite allo scoperto; quasi, quasi, compro oro che quello di moda non passa mai. Non è questa l’opinione di Vollaire, che partendo dalla medicina ippocratica traccia un parallelo tra l’evoluzione della «crisi» in ambito medico e in ambito economico.

Nel corso del diciottesimo secolo, infatti, la medicina cessa di celebrare il momento di crisi, di sospensione tra la vita e la morte, come un momento durante il quale il medico è privo di potere e solo può affidarsi al corso naturale delle cose, inaugurando una lunga stagione di medicina «offensiva». Si attacca alla crisi sottraendole l’aura di spiritualità che la circondava sin dai tempi dell’Antica Grecia, denigrandola e snaturandola: negandone, cioè, il fondamento di naturalità. Allo stesso modo in economia, la crisi è stata – per Carlo Marx, ma in un certo qual modo anche per John Maynard Keynes – un momento necessario nella vita del modo di produzione capitalista, che ne portava alla luce le intrinseche contraddizioni; o altrimenti, un segnale di ingerenza del pubblico nell’attività del libero imprenditore in libero mercato, una tempesta di sabbia nei meccanismi ben oliati dello scambio monetario privo di «lacci e lacciuoli». Da una parte, la crisi come «naturale» costituente del sistema economico capitalista, perché il privato non è onnipotente: la «mano invisibile» dell’interesse egoistico perseguito dal singolo, che porta al benessere della società tutta, è una metafora che resta tale persino negli scritti di Adam Smith. Dall’altra, la «crisi sistemica» che da ormai quattro anni ci troviamo sbattuta in prima pagina nemmeno fosse la farfalla di Belen, che dobbiamo temere perché forse non potremo più mantenere lo stesso tenore di vita dei nostri genitori, non potremo tenere in piedi uno stato sociale mastodontico, dovremo tollerare «lavoratori in mobilità» e riforme che rendano più fluido e flessibile il mercato del lavoro.

Ci sono un giornalista, un giudice e una filosofa ad un dibattito. Non è l’inizio di una sempiterna barzelletta – «ci sono un italiano, un tedesco, un francese…» –, bensì le rispettive occupazioni di Jean-Jacques Jespers, Christian Panier e Christiane Vollaire*, convenuti al Festival des Libertés di Bruxelles per un incontro dal titolo Crise et Émocratie: retour à la soumission?, «Crisi ed Emocrazia: un ritorno alla sottomissione?».

Come già ho avuto modo di dire, se il Festival ha un fondamentale fil rouge – la paura – che si ricama tra le varie edizioni, è ogni anno una declinazione dello stesso a determinare l’oggetto dei dibattiti e documentari proposti (spettacoli teatrali e concerti tendono a rivelarsi più «autonomi»). Quest’anno, l’Anticrisi. Ed è della crisi nei mezzi di comunicazione di massa che i relatori raccontano, ognuno secondo la propria esperienza. Ora, è importante ricordare che il concetto di «crisi» non è solo economico. È un significato di «crisi» più sfaccettato e pervasivo che si vuole analizzare e, idealmente, combattere: la crisi che ha smesso di essere il momento della scelta, ed è diventata il momento della chiusura e della gangrena. Al contempo, già che il termine sia istintivamente associato agli eventi dell’economia costituisce un sintomo evidente del problema individuato in questo incontro, ossia, il ruolo dei media nel costruire un sentire comune, nell’indirizzare le emozioni dei consumatori del prodotto mediatico. Emozioni che vengono poi sfruttate per fini non giornalistici.