
Dopo una lunga giornata trascorsa fuori casa, due ragazze, probabilmente sorelle, si ritrovano in camera loro; sono distese ognuna sul proprio letto. Dopo attimi intervallati da sospiri e sbadigli si voltano l’una verso l’altra, si guardano in viso e ridono, prima piano, poi sempre più forte fino a ridere a crepapelle.
Le due sorelle non ridono per qualcosa di concreto, il loro riso non ha oggetto, il fatto di esserci provoca gioia: l’essere che gioisce perché “è”.
Questo è l’incipit del “manifesto della gioia”, scritto da Annie Leclerc, una filosofa e militante femminista francese. La jouissance, che è dolce, onnipresente e continua. Per la donna, tutto è un piacere: anche mangiare, bere, orinare, defecare, toccare, udire, o semplicemente esserci.
Vivere significa farsi sentire, far valere le proprie motivazioni, manifestare, rivendicare un’autentica libertà.
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L’ho detto, scritto e ripetuto decine di volte. Se c’è una costante nella storia culturale e politica della Repubblica italiana è l’illusione, arrogante e patetica, che esista una “Italia migliore“, purtroppo minoritaria, oppressa e calpestata da un’Italia maggioritaria implicitamente (a volte nemmeno tanto implicitamente) definita “peggiore”. La sinistra italiana campa di questo.
Nichi Vendola è solo l’ultimo comunista a girare il paese predicando il verbo dell’Italia migliore. Il Vangelo secondo Lenin declamato dal presidente della Puglia è un disco rotto di metafore senza capo né coda, di cattolicesimo conservatore e moralista unito a una dottrina sociale da fine Ottocento in cui il “focolare” e la “filastrocca“, nostalgia di un passato mai vissuto, sono i totem della mancanza di idee, di novità, di capacità. Vendola, profeta in patria, va sulla terza rete della tv di regime e declama, davanti al come sempre servilissimo Fabio Fazio, quanto la sua “Italia migliore” sia davvero migliore dell’Italia peggiore.
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